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Aggiornato al 17/02/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Gli ultimi giorni di Bettino Craxi ad Hammamet nell'illustrazione di Antonella Martino

 

Bettino Craxi - Non sono passati invano vent’anni

Poche considerazioni per aprire un dibattito

di Tito Giraudo

 

Prima di parlare di Bettino Craxi, devo come Socialista del Paleolitico, dichiarare che io, Bettino, non l’ho mai conosciuto personalmente.

Lasciai il Partito Socialista nel 74 e lui fu segretario nel 76. Naturalmente durante la mia militanza sapevo benissimo chi fosse.

Anni dopo, lui sugli altari, cenammo in tavoli vicini a Capodanno in un albergo di Gressoney, io con la mia famiglia, lui con la sua e una corte ben più numerosa della mia. Non conoscendoci personalmente mi guardai bene di disturbarli.

Quando facevo politica a Torino, era considerato l’uomo di Nenni così come Claudio Martelli (che invece ho conosciuto in FGS) anzi, era considerato “l’uomo dell’uomo di Nenni.” Questo giudizio faceva parte della spocchia tutta torinese nei confronti dei milanesi che allora come Federazione ci surclassavano sotto ogni punto di vista.

Torniamo al 76. Rimasi molto sorpreso quando al Congresso scalzò De Martino e fu eletto Segretario del PSI. Pensai sarebbe stato una meteora: al solito sbagliavo previsioni. In pochi mesi ci fu un travaso di quadri dirigenti giovani militanti in altre correnti, soprattutto i lombardiani, allora i più critici della linea governativa; per la prima volta nella sua storia i Socialisti ebbero un solo leader. Il mio vecchio sodale in Federazione giovanile, nonché amico, Giusy la Ganga, divenne un dirigente nazionale di primo piano.

Ci incontrammo una mattina a Caselle, lui andava a Roma, io a Napoli dove avevo un cantiere. Sapeva che votavo radicale, mi guardò come si guarda un amico un po’ “mattonzolo”. Dal canto mio un po’ piccato, gli espressi tutti i miei dubbi sul fatto che si fosse fatto coinvolgere da quell’infernale macchina etnico-clientelare che controllava i congressi del Partito, che lo avrebbe condizionato e forse travolto (una volta tanto l’azzeccai).

Ci lasciammo, ognuno convinto che l’altro sbagliasse. Parlo di Giusy perché fu speculare a Bettino.

Nella campagna, furiosamente antisocialista, si distinsero i giornalisti del gruppo Espresso e Repubblica. Eugenio Scalfari puntava sulla trasformazione borghese del PCI, odiava Bettino essendo d’altro canto ricambiato. Anche La Ganga, allora responsabile nazionale degli Enti Locali, fu pesantemente attaccato da Forattini, il vignettista di Repubblica, lo rappresentò come “La Ghenga”, forse per le sue origini siciliane.

Io che sapevo che suo padre era uno stimato cancelliere del Tribunale di Torino, lontano mille miglia da certi ambienti, e che la sua carriera iniziò quando il Partito era candido come un giglio, continuando come segretario del Club Turati, pupillo niente po’ po’ di meno di quel monumento degli “intellò“ di sinistra che fu Norberto Bobbio. Iniziai perciò a capire quale menù certi ambienti stessero preparando.

Torniamo al soggetto della mia trattazione, cioè Craxi.

Ebbe dapprima una luna di miele con l’elettorato che lo premiò, sia pur modestamente; Bettino, secondo me, contava sull’effetto Mitterand, che aveva liquidato il PC francese, non considerando che intanto alla segreteria del PCI era insediato Berlinguer di ben altra pasta rispetto a Marchais.

Il segretario del PCI dovette gestire la spinosa fase post togliattiana relativamente al rapporto con l’URSS di Stalin, poi la fase della destalinizzazione considerando che il vecchio leader, a parte il tardivo testamento di Yalta, non ebbe mai il coraggio di prendere le distanze da Mosca, dai quattrini elargiti al Partito e dai tanti cadaveri nell’armadio di quando era Segretario dell’Internazionale comunista a Mosca.

Berlinguer fu un fulgido esempio di comunista che preferì dialogare con i cattolici DC, piuttosto che con i Socialisti, sempre disprezzati dal suo Partito, a volte apertamente, a volte in modo sotterraneo perché utili alle giunte locali. Credo che Craxi pensasse l’elettorato italiano come inchiodato sul dualismo DC-PC, e quindi mise in campo la tattica di erodere il potere, da una parte con il sotto governo, dall’altra come ago della bilancia per la formazione dei Governi e per il voto parlamentare, cosa che gli riuscì, ma non giovò alla sua immagine e a quella del Partito.

Naturalmente, quella del sottogoverno fu un’arma a doppio taglio, riguardando soprattutto gli uomini e la loro onestà personale, esponendolo ad ogni sorta di approfittatori.

La sua presenza al Governo durò un’intera legislatura, da considerarsi un capolavoro, avendo alle spalle un Partito dell’ 11% o giù di lì. La battaglia sulla scala mobile, un taglio generale ispirato alla modernità, un protagonismo in politica estera di cui ho approvato il sostegno ai dissidenti dell’Est e disapprovato i tic medio orientali, soprattutto la legittimazione di un figuro quale Arafat a danno di un Paese socialista come allora era Israele, anche se Bettino fu sempre buon amico di quello Stato.

I socialisti al Governo furono generalmente di buon livello, in particolar modo, De Michelis (anche lui vecchio amico di FGS) agli Esteri, Rino Formica ed altri. Mi sento quindi di dare un giudizio sostanzialmente positivo sui socialisti al Governo e di conseguenza su Craxi.

Veniamo quindi a Craxi e la giustizia.

Sono passati venti anni dalla sua morte, passeranno altri venti anni quando a mio parere, si daranno giudizi diametralmente opposti, sia su Craxi, come sulla magistratura. So che riceverò contumelie e contestazioni. Va detto che purtroppo, né io né probabilmente gran parte dei miei sicuri contestatori coscritti, saremo ancora in vita per appurare chi avesse ragione.

Consentitemi solo di fare la cronistoria dei fatti salienti dell’epoca:

Nel 66 nacque Magistratura Democratica, quale braccio giudiziario del PCI (allora ancora sostanzialmente unito), liquidarono le Brigate Rosse, eredi della vulgata sulla Resistenza tradita, pensando di restituire la verginità al PC sodale con i sessantottini della nascita di queste.

A Magistratura Democratica, che subì una scissione nel 69, si sovrapposero le correnti giustizialiste di stampo corporativo, quelle che oggi dominano il sistema giudiziario.

Il misto di magistratura giustizialista e magistratura sinistrorsa fuori dagli schemi, promosse “mani pulite”. Nata inizialmente per abbattere Craxi e i socialisti con il beneplacito di PCI e DC, finì per liquidare, appoggiata da una stampa già ammalata di demagogia e sensazionalismo, tutti i partiti dell’arco costituzionale, fuorché il PCI che ormai si era accreditato (qui torna Scalfari) come garante delle élite. A nulla valse da parte di Craxi la chiamata di correi.

In realtà, se lui non poteva non sapere, nemmeno gli altri potevano dirsi certamente puri.

Non la Dc, dopo più di cinquant’anni di potere ininterrotto, tantomeno il PCI con i finanziamenti illeciti di Mosca, oltre che dell’ambaradan del potere rosso negli Enti Locali, nelle Regioni e del sistema delle cooperative, arrivato a spartire le opere pubbliche al 50% con quei bamba degli imprenditori privati.

Se Berlinguer, capostipite della lotta morale ai socialisti, poteva non sapere da dove arrivava il suo stipendio e quello di migliaia di quadri d’apparato, vuole dire che era un segretario dimezzato o un utile idiota. Cosa che non mi sogno lontanamente di pensare.

Per non farla lunga, gli Italiani non credettero alla nuova sinistra arborea e diedero il consenso a Silvio Berlusconi; si ripropose purtroppo la stessa tiritera giustizialista che già aveva colpito i vecchi Partiti. Ma questa è un’altra storia ancora tutta da indagare.

Per concludere: che giudizio do di Bettino Craxi?

Mi viene in mente la figura di Giovanni Giolitti denominato ai suoi tempi “il Ministro della malavita”, ed ora è considerato un fulgido esempio di riformismo liberale.

Paese di cialtroni il nostro.

Oggi a vent’anni dalla morte è iniziato il riposizionamento dai commentatori e dagli opinionisti, oltre alle Destre a cui fa comodo polemizzare con il PD, ma che allora si unirono al coro del moralismo peloso. Insomma, i soliti voltagabbana italici. Non ho visto il film su Bettino e non ho nessuna fiducia nel cinema politico italiano. Il semplice fatto che sia stato realizzato, significa però che il clima sta cambiando e forse, prima o poi, saranno gli storici a valutare, i pro e i contro, su un personaggio che, al di là degli interessi politici del momento, merita un giudizio come statista e non come un ladro di polli fuggito a Hammamet con il malloppo.

 

Inserito il:18/01/2020 18:26:35
Ultimo aggiornamento:18/01/2020 18:34:17
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