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Aggiornato al 26/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Michael Scott (Contemporaneo – New York) - Tailwind

 

Il Vento in poppa del Grillismo

di Tito Giraudo

 

I commentatori politici, si meravigliano che nonostante l’evidente inadeguatezza, il Movimento 5 Stelle non perde i consensi che dovrebbe.

Al solito il nostro giornalismo ha la memoria corta.

Nel mio precedente articolo ho confutato la patente di destra, o peggio di fascismo che Michele Santoro aveva appioppato ai Grillini. Si parlava di ideologia, o pseudo tale; mi è stato quindi facile contestarlo sul piano storico.

Sul piano del consenso, non mi pare che il Movimento sia l’unico che nel nostro Paese abbia beneficiato di una lunga luna di miele, nonostante i limiti piuttosto macroscopici.

Il Partito Socialista del primo novecento, ebbe una luna di miele con il suo elettorato almeno ventennale. Uscito dalla fase persecutoria, entrato nel gioco democratico, godette di immarcescibili consensi nonostante liti interne, scissioni ed espulsioni. La linea del no al sistema, pagò anche allora nonostante la controparte decisamente riformista dell’era giolittiana.

Ma non dobbiamo andare così lontano per trovare un altro esempio di fidelizzazione elettorale.

Il Partito Comunista Italiano, principale erede del massimalismo socialista, godette di un lunghissimo consenso, non solo da parte dell’elettorato popolare, ma anche della borghesia intellettuale che diede nuova linfa ai quadri dirigenti, oltre al supporto e alla legittimazione culturale di un partito che si ispirava al socialismo reale di stampo sovietico.

Chi oggi si meraviglia che i fans Grillini non stigmatizzino quanto avvenuto in sede europea, non ricorda la crisi del PCI per i fatti di Ungheria. Era la prova lampante del fallimento della rivoluzione d’ottobre. Nato per la liberazione e l’emancipazione popolare, quel socialismo divenne un regime oppressivo che sfociò addirittura nello pseudo colonialismo del dopo guerra. Che quell’involuzione fosse evidente fu palese, tuttavia i dissidenti furono pochi intellettuali, mentre la base restò graniticamente fedele.

Se a questo aggiungiamo che quelli furono gli anni del miracolo economico dovuto, non solo a una congiuntura favorevole (il nostro lavoro era concorrenziale e il Piano Marshall), ma a governi sostanzialmente liberali, quello fu un esempio di fidelizzazione politica inarrivabile.

Propedeutica fu l’organizzazione capillare del PCI: Sindacato, Sezioni, circoli e tutto l’ambaradan messo in piedi anche grazie all’oro moscovita, così, pararono  una crisi che avrebbe dovuto essere fatale. La base bevve i messaggi sull’ipotetico attacco reazionario alla democrazia socialista e la fedeltà acritica fu tale da non risultare scalfite le certezze dogmatiche.

Sostanzialmente, il PCI poté superare i peccati originali del Leninismo, grazie proprio al radicamento nella società e alla fedeltà, non solo dei quadri intermedi ma soprattutto degli iscritti.

Chi scrive partecipò allibito e invidioso alla calata romana di un milione di persone per i funerali di Togliatti, uomo sicuramente colto e politicamente preparato nonostante fosse stato uno dei principali reggicoda mai colto da dubbi (almeno esternati) di quel tragico dittatore che fu Giuseppe Stalin.

E allora perché meravigliarsi se i Grillini assistono impavidi alle capriole del comico genovese ormai evidentemente orfano del più scaltro socio in affari?

Anche la DC godette di una lunghissima luna di miele con l’elettorato moderato che fino agli anni 90 la votò pur turandosi il naso.

I tifosi della DC e del PC rappresenteranno due mondi contrapposti che entrarono in crisi solo dopo la caduta del Muro.

Nel secondo millennio la crisi irreversibile delle vecchie ideologie ha cambiato profondamente la struttura dei Partiti: di sinistra o di destra che fossero.

Berlusconi fu il primo a capirlo, cambiando l’approccio comunicativo tradizionale della politica, non solo superando i vecchi schemi ideologici, ma soprattutto inventandosi la figura del leader carismatico, non più comunista o cattolico ma imprenditore liberale.

Il suo fidanzamento con l’elettorato moderato sfidò battaglioni nemici.

Nonostante procedimenti giudiziari a grappolo e gossip sfrenato, i suoi fans resistettero impavidi. A metterlo in crisi non è stata tanto l’interdizione, quanto l’arrivo sulla scena di un concorrente che invece di sfidarlo sul piano morale ne ha colto le contraddizioni incuneandosi nel suo elettorato di riferimento. Parlo di Renzi, ma anche Salvini che pur di pescare consensi tra i fans berlusconiani ha snaturato l’ideologia leghista.

Ma veniamo a Grillo e al suo movimento. Nato nel momento di massima impopolarità della politica, beneficia largamente della crisi economica che momentaneamente nessuno potrebbe risolvere rapidamente (tantomeno i 5 Stelle). La fidelizzazione del suo elettorato dipende da diversi fattori, il principale è l’uso sapiente della Rete.

Non credo sia stato Grillo, ma il defunto Casaleggio per ragioni professionali, a capire che la Rete era un veicolo politico di massa, soprattutto se usato spregiudicatamente.

Entrate in crisi le strutture comuniste e cattoliche, Casaleggio ha avuto l’intuizione di come la Rete potesse essere il giusto veicolo per, da una parte incanalare la protesta e dall’altra dare l’illusione della partecipazione democratica, mediante quello che possiamo definire lo sfogatoio che va sotto il nome di Blog di Beppe Grillo.

I figli dei compagnucci e dei parrocchiani sono, a differenza dei padri, scolarizzati e contemporaneamente frustrati dal post-industriale irreversibile. Se non ci si può concentrare su un lavoro decente, si passano le giornate sui Social e quindi è venuta a crearsi una comunità variegata politicamente, ma unita nella contestazione alla democrazia rappresentativa.

Tutto ciò in fondo è un déjà vu.

La crisi del socialismo e del liberalismo, intesi come partitocrazia, nel 22 favorì la rivoluzione fascista. Se i Grillini ci hanno messo 8 anni per diventare una forza politica cospicua, ma non ancora al potere, i Fascisti ce ne misero meno di quattro per raggiungere i vertici dello Stato e meno di sette per instaurare il regime dittatoriale. In quel caso, le destre sperarono nell’omologazione e le sinistre in un’impensabile rivoluzione.

Probabilmente, se in quegli anni fosse nata una forza democratica, nuova e liberale, la crisi del fascismo del 24 avrebbe potuto prendere un’altra piega e forse si sarebbe scongiurata la dittatura. Ciò non avvenne perché, tra l’ipotesi della dittatura fascista opposta a quella (sbandierata anche dai socialisti) comunista, quest’ultima, fece pendere la bilancia verso quello che fu considerato (io credo a ragione, ma se ne può discutere…) il meno peggio.

Non commetto l’errore di considerare fascista il grillismo, tanto meno comunista come aveva pensato una parte della sinistra.

I Grillini, oggi, sono unicamente un blocco elettorale anti partiti e antisistema, due cose che piacciono molto, da sempre, agli Italiani. La loro fortuna, a mio parere, dipende dal “teatrino della politica” che come per l’Impero romano guarda impotente alla sua dipartita e alla calata dei barbari.

Sperare che PD, Forza Italia e Lega, più cespugli vari, riescano con un sussulto di concretezza a salvare la democrazia rappresentativa, mi sembra utopico.

Dovremo rassegnarci che oltre Roma e Torino si barbino l’Italia?

La débacle Renziana, ha allontanato la prospettiva che una leader riformista possa rappresentare l’alternativa al fronte del No. D’altronde, la sua crisi è solo terminata con il referendum. Era iniziata con la prima crisi del patto del Nazareno quando Berlusconi, sperando di trovare un minimo di solidarietà dal trio Napolitano-Renzi-Letta, trovò un Partito che per anni era vissuto di anti berlusconismo  e quindi impossibilitato a trovare quella soluzione compromissoria che forse troverà la Corte di Strasburgo ma ahimè: troppo tardi.

Renzi poi, galvanizzato dal successo alle europee, come maramaldo, pensò di papparsi tutti, o quasi, i voti di Berlusconi. Scelta sciagurata, dal momento che il Cavaliere ha la pelle dura e Salvini roteava minaccioso sul presunto cadavere di Forza Italia.

D’altronde, i media non fanno nulla per mettere in difficoltà i Pentastellati. Il gossip giustizialista sulla Raggi non scuote i suoi fans. Attaccare i Grillini sull’inesperienza sfiora il ridicolo dal momento che nessuno di loro fino a qualche anno fa aveva governato nemmeno un consiglio scolastico, viceversa quelli che hanno governato Roma (anche personaggi autorevoli) per un ventennio, sono i principali responsabili dello sfascio.

Con i 5 Stelle ci vorrebbe la verità. E proprio partendo da Roma, dalle municipalizzate ai compromessi sindacali, si dovrebbe contestare la loro linea. Per farlo, occorrerebbe essere disposti a perdere i voti di quelle clientele che nella Capitale possono decidere un’elezione. La signora Appendino, considerata in questi giorni il più popolare Sindaco d’Italia, in realtà nulla ha fatto, fino ad ora, di diverso dal suo predecessore, certamente privo della sua simpatia e dei suoi occhi cerulei. Perché da buona Grillina non propone la chiusura del termovalorizzatore torinese, accontentandosi di non sedere al tavolo programmatico della Tav, il che non significa nulla?

Chi come me si è iscritto al Blog di Beppe Grillo può toccare con mano che al di là della facile demagogia e della semplificazione dei problemi, nessuna proposta concreta viene fatta, se non il cambiamento fine a se stesso. Viceversa appaiono all’orizzonte due ipotesi. In economia, la decrescita e sul piano istituzionale, la fine della democrazia rappresentativa per un’utopica e irrealizzabile democrazia diretta che fa il paio con la dittatura del proletariato di gramsciana memoria.

Su questo occorrerebbe stanare Grillo, grillini e associati casaleggini. Perché, salvo poche eccezioni, nessuno lo fa?

 

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Inserito il:18/01/2017 09:47:47
Ultimo aggiornamento:18/01/2017 10:29:25
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