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Aggiornato al 09/12/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Santiago Lopez Velasquez (Medellin, Colombia, 1996 - ) - Rio de Janeiro

 

Brasile: ma c'è un futuro?

di Graziano Saibene

 

Primi giorni d'autunno, prime giornate uggiose. E per uno come me, decisamente meteoropatico, comincia la stagione brutta, quella delle “paturnie”, come diceva mia madre. Da cui evado sognando il caldo sapore di mare che respiro nella mia casa brasiliana.

Sono lontano dal Brasile da più di un anno, ma non smetto di pensarci, e di parlarne coi miei amici rimasti laggiù: quei pochi rimasti, ai quali mi unisce uno strano sentimento di crescente delusione verso il Paese, che, fino a qualche tempo fa, sia pure in maniera diversa per ciascuno di noi, aveva destato un certo fascino, una attrazione irresistibile (soprattutto in questi mesi, in cui le ore di luce diaria diminuiscono e la temperatura pure).

Non è solo per la congiunzione astrale assai sfavorevole pandemia-governo Bolsonaro, che ha obbiettivamente causato un gravissimo impatto negativo sul benessere di tutta la popolazione residente, indipendentemente dalla loro condizione sociale. C'è qualcosa d'altro, un deterioramento progressivo e continuo della situazione generale, del “contesto”: geo-politico, ambientale, climatico, o chissà quale altra cosa ancora.

Ho provato a pensarci, analizzando qualche dato macroeconomico, e pure qualche esperienza diretta, sensazioni e convinzioni derivate anche dalle cronache dei giornali e dai racconti dei miei contatti.

Progressivamente si è andata concretizzando un'idea, che non vorrei chiamare ancora fissa: mi sto convincendo che il Brasile sia diventato nelle ultime decadi il principale snodo per il traffico della merce, che, nel mondo intero, sta generando il maggior profitto a chi se ne occupa.

Sto parlando della droga, particolarmente dei derivati della coca, che, come è noto, viene coltivata massicciamente in alcuni dei Paesi limitrofi al Brasile – Perù, Bolivia, Equador, e Colombia – attività che lì costituisce una delle maggiori fonti di reddito, più o meno legale, più o meno occulta e distribuita: una rendita piccola per i produttori, molto maggiore per chi la trasforma e la distribuisce, immensa per chi la finanzia e ne dirige il grande business.

La cronaca riporta spesso notizie sulle grandi gang di trafficanti messicani o colombiani, e anche di come hanno saputo approfittare della parte più sostanziosa dell'affare le mafie a noi più vicine (Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra), ma anche vari gruppi di imitatori sorti fra gli immigrati albanesi, o africani, sparsi in tutta l'Europa.

Pochi si sono accorti di una realtà che, senza fare troppo rumore, si è progressivamente sviluppata nella grande ex colonia portoghese: favorita dalla prossimità dei paesi produttori della materia prima, e dalla sua configurazione geografica, ha lentamente preso possesso del territorio brasiliano, diventando una fonte di reddito di una parte sempre più sostanziosa della sua popolazione più sfortunata, quella che generalmente popola le grandi periferie urbane, o le zone più sprovviste di alternative di sopravvivenza e sviluppo economico.

Fin dai primi anni della mia esperienza brasiliana, - parlo della fine degli anni 70! - mi erano giunte all'orecchio storie un po' strane, di tecnici italiani, esperti in processi chimici, che erano stati “ingaggiati” - con corrispettivi assai rilevanti - per mettere a punto laboratori di trasformazione del tutto sospetti, in zone di difficile localizzazione, raggiungibili con viaggi complicati in piccoli aerei alternati a tratte fluviali. Ma in quei tempi ero fin troppo impegnato a capire cose per me più urgenti, che riguardavano la novità rappresentata dall'inserimento della mia famiglia nel Paese della mia nuova attività professionale, e, ovviamente, principalmente da quest'ultima.

Ho dimenticato per un po' quelle storie, ma non ho potuto fare a meno di ricordarmele quando, per ragioni solo marginalmente collegate al mio lavoro, ho cercato di capire le vere ragioni del rifiuto del governo locale di concludere importanti proposte di collaborazione tecnica con qualcuno degli aspiranti fornitori di sistemi satellitari per il controllo dello spazio aereo sovrastante l'immenso territorio dell'Amazzonia. C'era ancora la dittatura militare, il presidente era il generale Figuereido, la versione ufficiale era che non volevano assolutamente che qualche “estraneo” avesse accesso alla chiave per il controllo del loro territorio. Ufficialmente diffidavano soprattutto degli Americani, ma di fatto non gradivano neppure Europei o Russi.

Cioè: preferivano non controllarlo, o almeno questa era la mia conclusione.  Intanto proseguiva la mia esplorazione diretta, favorita dai frequenti viaggi per lavoro o turismo, sia nei diversi stati (regioni) del Paese, che in tutti i paesi confinanti, che ho più sopra citato. Ma era proprio nei dintorni della mia città, che le cose si stavano progressivamente deteriorando.

Come credo di avere già accennato in qualcuna delle mie precedenti cronache, Rio de Janeiro aveva avuto nei cinque secoli della sua esistenza uno sviluppo favorito dalla sua fortunata localizzazione naturale, ma condizionato anche dalla lunga esperienza di capitale del Paese, con tutte le occasioni di corruzione pubblica e privata che da sempre distinguono nel mondo intero le prossimità col potere.

La disordinata irresistibile espansione urbanistica della città si è sempre avvalsa di manodopera a buon mercato, le cui famiglie, discendenti degli schiavi liberati solo nella seconda metà del diciannovesimo secolo (1888!), cercavano di insediarsi il più possibile in prossimità delle opportunità di lavoro: sia di cantiere, che successivamente di ausilio domestico nelle famiglie della borghesia che si insediava nei nuovi quartieri.

Le loro baraccopoli si sono arrampicate sulle pendici delle montagne, che venivano progressivamente disboscate, o hanno occupato i margini delle lagune vicino al porto che si espandeva nella grande baia. E lì sono rimaste, anche quando sono cambiate le occupazioni più umili, fino a mancare quasi del tutto, come nei tempi attuali.

Ma degli abitanti delle “favelas” - che rappresentano anche oggi la stragrande maggioranza della popolazione di Rio, e probabilmente anche delle altre megalopoli sudamericane, - si sono occupati pochissimo gli amministratori, (governatori e sindaci: sarebbe toccato a loro, anche se la resa tributaria era pari a zero!) lasciando l'incombenza del “governo” di quelle popolazioni ad altri, che, di volta in volta sono riusciti a scucire da loro qualche tornaconto.

Fino agli anni '80 le favelas di Rio ( e similmente anche delle altre capitali regionali) rigorosamente off limits per le forze dell'ordine ufficiali – erano “amministrate” dai bicheiros, cioè dai potentissimi personaggi che gestivano il gioco clandestino costituito soprattutto dal popolarissimo jogo do bicho: una lotteria ad estrazione quotidiana, in cui le coppie di numeri su cui si poteva scommettere sono associate ciascuna ad un animale (bicho): il rapporto rischio/beneficio è ovviamente assai più favorevole per lo scommettitore di qualunque altra lotteria legale, generalmente gravata dai tributi di legge. Il bicheiro non si preoccupa solo della organizzazione accurata della lotteria, dalla raccolta delle scommesse alla distribuzione sempre puntualissima dei premi, ma anche di gestire la sicurezza di tutto il suo territorio, e di reinvestire parte sostanziosa dei suoi guadagni per finanziare l'organizzazione annuale delle sfilate di carnevale. Che, come ho già raccontato in altre cronache, costituisce una fonte di distrazione oltre che di lavoro: ambedue irrinunciabili per un gran numero degli abitanti della favela, nei lunghi mesi che precedono le serate delle varie sfilate.

Purtroppo a un certo punto è comparso un nuovo business, che non poteva non interessare i bicheiros, che, come ho appena detto, controllavano già i loro estesi territori, senza il disturbo di polizie e altri guardiani ufficiali: contattati dalle prime organizzazioni di trafficanti di droga già operativi sul territorio brasiliano, hanno quasi tutti accettato di collaborare, fornendo la loro infrastruttura e soprattutto l'accesso ad una numerosa popolazione di giovani senza lavoro stabile e giovanissimi (minorenni) da inquadrare per le mansioni di distribuzione capillare, nei quartieri limitrofi o in quelli più frequentati dai turisti.

Sono iniziate quasi subito sanguinose guerre fra le diverse organizzazioni per il controllo di questi territori off limits, che, proprio per questa caratteristica, facevano gola a molte di esse. La diffusione di una sempre crescente quantità di armi ha ulteriormente aggravato la situazione.

Tutti i tentativi messi in campo dalle forze dell'ordine istituzionali (polizie militari o civili, in qualche caso truppe più o meno specializzate dell'esercito) non hanno raggiunto quasi mai gli obbiettivi pianificati, se non per brevi periodi - Campionato mondiale di calcio del 2014 e Olimpiadi di Rio del 2016 -, ma in questi casi si è trattato di tregue autoimposte dai contendenti, per non assumere eccessiva visibilità internazionale, che avrebbe richiamato attenzioni potenzialmente assai nocive per loro.

Le diverse fazioni non hanno mai cessato di attrezzarsi e di espandere il loro potere. Le “milizie”, cioè le parcelle operative sui territori, controllano oramai tutte le carceri del paese, hanno infiltrato teste di ponte nei vari corpi di polizia, e si sono espanse in tutto il Brasile, occupandosi anche di gestire o intermediare un gran numero di attività collaterali, come l'assegnazione delle abitazioni popolari sovvenzionate, la costruzione di alloggi su terreni pubblici, ignorando vincoli che nessuno riesce più a far rispettare, grazie alla potenza della loro capacità di pressione e di corruzione, esercitata con tutti i mezzi.

Sto parlando di un Paese, dove le Istituzioni sono ancora abbastanza solide, dotato di una buona Costituzione repubblicana e democratica, (1988), e che ha saputo superare traumi piuttosto gravi anche dopo la caduta dell'ultima dittatura militare.

Forse i Brasiliani sapranno ancora una volta resistere ai colpi bassi dell'attuale governo, che, più nocivo e pericoloso di così era proprio difficile da immaginare, ma io penso che il vero pericolo per il loro Paese arriverà dalla continua espansione dell'economia della droga.

E qui interviene massicciamente anche la responsabilità dei consumatori che alimentano questa economia, sparsi in tutto il mondo, ma con grandi numeri concentrati nei paesi ricchi.Mi spiace che pochi vedano con qualche favore la progressiva depenalizzazione dell'uso delle droghe leggere, a partire dalle derivate dalla cannabis.

L'ex presidente Fernando Henrique Cardoso (FHC), è uno dei pochi che osa accennare alla liberalizzazione progressiva e totale di tutte le droghe, in tutto il mondo: ma è tagliato fuori dalla sua veneranda età, e nessuno gli dà retta, né peso o spazio sui media. Se non fosse così, credo che finirebbe anche lui per passare la ormai breve vita che gli resta sotto scorta, come, qui da noi, per esempio, lo scrittore Roberto Saviano, che invece non ha mai rinunciato alla sua visibilità, in cambio di una vita quasi insopportabile.

Eppure la storia del proibizionismo delle bevande alcooliche negli Stati Uniti potrebbe pure illuminare, per lo meno su quanto è aumentato il potere delle cosche mafiose, alcune delle quali sono nate e cresciute proprio in quei luoghi e in quel periodo (1920-1932).

Quando è stato abolito, la gente ha continuato a consumare alcool e a volte ad ubriacarsi e diventare pericolosa. Ma le gang che oramai si erano ben strutturate, per non deperire, hanno potuto approfittare di un altro proibizionismo, quello appunto che riguardava il consumo delle varie droghe, che erano sì già conosciute e consumate specialmente da gruppi di viziati diffusi soprattutto nelle classi sociali più previlegiate, ma non ancora così popolari come sono poi diventate, quando la loro promozione e distribuzione si è trasformato in un business tanto redditizio.

Da allora in poi il consumo della droga è diventato un problema globale di difficilissima soluzione. Non ci sono proposte valide, anche perché pochissimi osano affrontarlo; e parlarne in pubblico con chiarezza, competenza e soprattutto autorità tali da essere ascoltati può certamente diventare assai rischioso, visto il potere raggiunto dai detentori del grande business.

Non è più solo un problema di salute pubblica, come il consumo eccessivo di bevande alcooliche, o di nicotina: le implicazioni del traffico di stupefacenti, a cui prendono parte sia bande incontrollate di minori più o meno abbandonati sulla strada, che gang di adolescenti già a loro volta viziati e quindi costretti a procurarsi il danaro per soddisfare anche il loro vizio, fino ai maggiori referenti della rete illegale, in grado di foraggiare lobbies dotate di irresistibile potere di corruzione a tutti i livelli istituzionali.

Sono partito dalla situazione brasiliana e, forse, mi sono eccessivamente “allargato”: l'argomento mi ha preso un po' la mano.

Eppure sono convinto che il futuro del Brasile dipenderà moltissimo da come il resto del mondo riuscirà a governare la pericolosissima deriva di cui ho parlato, pure in presenza di tutte le innegabili potenzialità di sviluppo che continuano a esserci in questo per molti versi fortunato Paese.

 

 

Inserito il:17/10/2021 19:13:29
Ultimo aggiornamento:17/10/2021 19:25:33
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