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Aggiornato al 24/01/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Aljona Shapovalova (Vladikavkaz, North Ossetia-Alania, Russia - ) - Short Memory

 

La memoria corta, anzi cortissima!

di Tito Giraudo

 

Nonostante la mia ormai veneranda età (non c’è nulla da venerare, si fa per dire), non penso assolutamente che oggi si stia peggio di ieri, naturalmente se ieri riguarda un arco di tempo di decenni e non di qualche anno o mese come spesso si fa da parte degli storici dalla memoria corta, abituati a guardare ai fatti riguardanti al massimo un paio di legislature che tra l’altro nel nostro paese non durano mai un intero arco.

Fa eccezione naturalmente il fascismo e l’antifascismo che vengono spesso citati, quasi sempre a sproposito, per esorcizzare qualcuno o qualcosa.

Il passato è diventato il feticcio quasi totalmente inventato per fare paragoni con il presente sempre demonizzato. Questo avviene per quasi tutte le tematiche politiche e sociali.

Una crisi congiunturale diventa il terreno per il catastrofismo ideologico, al punto di inventarsi mondi che non sono mai esistiti.

Alcuni esempi:

La classe politica dell’immediato dopo guerra pur essendo certamente di un livello superiore a quella attuale, viene evocata trasferendo il termine “Padri della Patria” da Cavour, Garibaldi e Mazzini (che cito in ordine di merito così potremo discuterne), per uomini che pur presentandosi come il nuovo furono, ahi noi, o ex fascisti direttamente responsabili, o quasi tutti ex antifascisti altrettanto responsabili rispetto alla crisi che determinò la fine della democrazia liberale.

In questi giorni si sta discutendo sulla liceità dell’amnistia che Togliatti quale Guardasigilli, promulgò per chi era stato colluso con il regime, ciò fatto per mettere una pietra tombale al dibattito sulle cause che provocarono il Fascismo, ma anche per conservare quel minimo di classe dirigente a tutti i livelli senza la quale il Paese non poteva essere governato salvo imporre il Comunismo, come toccò ai satelliti dell’URSS, i quali delle competenze potettero farne a meno.

Il boom economico che ne seguì, fu imputato a questa compagine di saggi, che saggi furono soltanto perché in quegli anni, nonostante le sinistre e il sindacalismo predicassero il socialismo e il collettivismo, ci fu un liberalismo che definire selvaggio, come si fa per quello di oggi, è un eufemismo.

Nessuno più ricorda che negli anni delle “marche da bollo” sulle fatture, l’evasione fiscale rispetto a quella odierna trasforma quest’ultima in un esempio virtuoso di senso civico.

Che dire poi del tessuto industriale che portò il paese alla piena occupazione del nord, senza contare le masse immigrate dal sud. Questo, o sinistri dalla memoria corta, grazie alla quasi totale eliminazione del sindacalismo di sinistra nei grandi complessi industriali, Fiat in testa.

Per non parlare del settore dell’edilizia che terminata la ricostruzione post bellica, prima sopraelevò tutti i condomini che lo consentivano e poi costruì le cinture industriali senza leggi urbanistiche e con progetti discutibili. Non parliamo poi del modello turistico dell’Adriatico dove l’improvvisazione e l’evasione la fecero da padroni.

In quanto all’ambiente, le industrie di tutti i tipi conobbero le torri di raffreddamento e lo smaltimento dei fumi solo negli anni ottanta, novanta.

In questi giorni sto guardando “The Crown” dove si rievocano le giornate dello smog londinese degli anni 60, morirono centinaia di persone e molte altre furono segnate in seguito dagli enfisemi polmonari, il tutto provocato dall’uso del carbone che aveva consentito, per anni, un grande risparmio rispetto alle altre fonti, dal momento che il petrolio e il gas naturale del Mare del nord era di là dall’essere scoperto e sfruttato.

Coloro che sbraitarono, furono poi quelli che difesero strenuamente l’occupazione nelle miniere di carbone.

Greta, sostiene che le rubiamo il futuro e all’Onu stanno ad ascoltarla estatici, almeno apparentemente, possibile nessuno metta in conto che per realizzare gli obbiettivi green ci vogliono ingenti risorse, reperibili solo se si mantengono gli attuali ritmi di sviluppo e quindi le teorie della decrescita felice non possono che essere farlocche.

Mi permetto, cari futuristi di esprimere il mio pensiero in materia:

Lungi da me disconoscere il problema ambientale e i cambiamenti climatici, anche se la storia ci insegna che in Europa c’è stato (quattordicesimo secolo) un periodo di mini glaciazione, quello che rimpolpò i ghiacciai che oggi si ritirano, come possiamo sostenere che fu causata dall’inquinamento dell’uomo?

Andando più indietro sappiamo che l’uso del legno nell’antichità ha causato nel sud Europa notevoli deforestazioni tanto da aver provocato nel Sud Italia siccità e in alcuni casi desertificazione. Inoltre come non ricordare che da quando l’uomo da cacciatore diventa agricoltore nelle zone abitate spariscono boschi e foreste. Se viaggiando in Europa guardiamo il paesaggio possiamo farci un’idea delle trasformazioni umane dell’ambiente forse in modo molto più profondo di quello odierno.

Ambiente e benessere sono sempre conciliabili?

E’ giusto scegliere l’uno e sacrificare l’altro?

Forse i ricchi, ob torto collo ci starebbero, ma i meno abbienti?

So cosa penseranno i miei amici ambientalisti, costui ci fa la manfrina perché è un negazionista sui cambiamenti climatici. Neanche per sogno.

Perché non credo nel radicalismo ambientalista?

Innanzi tutto perché l’ambientalismo è stato il rifugio peccatori del marxismo.

Perché quando il più grande inquinatore mai esistito: l’Impero comunista dell’URSS: tutti zitti! Eppure noi anticomunisti incalliti che abbiamo avuto in quegli anni la sorte di visitare il paradiso sovietico, nelle città e nelle zone industriali c’erano livelli di polluzione inaccettabili, anche in un tempo dove la coscienza ambientale era di pochi.

Mai stati i compagnucci della parrocchietta in viaggio premio in URSS?

Se poi vogliamo stare sull’attuale, recatevi nella comunista Cina dove la gente è costretta a girare con le mascherine senza essere dei trapiantati.

Ciò detto per sostenere che il maggior elemento inquinante siamo noi: l’uomo, che seguendo il detto biblico andate e moltiplicatevi è di per sé stesso il più grande fattore inquinante, e se mi venite a dire che è un problema di educazione, rispondo che è soprattutto un problema di numeri.

Chissà perché coloro che sono ambientalisti convinti coincidono con quelli che sostengono che la denatalità è un fattore negativo, quando sappiamo che la modesta denatalità europea è in parte compensata, ci piaccia o meno, dall’immigrazione ma che i tassi di natalità asiatici, africani o del sud America porteranno in pochi decenni a triplicare la popolazione mondiale.

Pensate anime belle che in quei Paesi il primo dei problemi sarà quello ambientale?

Le moltitudini di ragazzi che sfilano rispondendo ai facili slogan della svedesina, mi ricordano quelle che sfilavano con le bandiere arcobaleno per la pace nel mondo o prima, per la fame nel mondo. Rinuncerebbero costoro allo smartphon, o anche solo al suo cambio annuale?

Alle vacanze all’estero grazie ad aerei fortemente inquinanti?

Questo per non parlare della decrescita industriale e della rinuncia all’irrigazione in agricoltura?

Inoltre, stiamo assistendo a spinte del tutto contraddittorie, da una parte la pace e la preservazione dell’ambiente universali, dall’altra il ritorno a nazionalismi e sovranismi che di fatto vanno nella direzione opposta affinché ognuno sia padrone del proprio orticello.

Non è della dialettica che dobbiamo lamentarci, ma della mancanza di sintesi virtuose, sostenibili non solo eticamente ma anche socialmente.

Mi sembra che in questi anni la politica ormai dominata dai nuovi media, non sia in grado di elaborare strategie al fine di risolvere le problematiche ambientali che pur ci sono e dovranno essere affrontate ma avendo ben chiaro il prezzo da pagare e soprattutto con tempi che non possono creare svolte traumatiche.

Su questi temi, maggioranze e opposizioni dovrebbero superare divisioni strumentali e manichee, avendo la consapevolezza che in democrazia le opposizioni ereditano sempre le politiche delle maggioranze.

Venendo allo specifico italiano, abbiamo il Governo che definire litigarello è un eufemismo.

Nessuno dei contendenti ammette di avere interessi di riferimento prevalente. In realtà si sta verificando che per demonizzare le lobbie, l’elettorato lo si divide per il grado di recepimento delle tante balle superficiale e demagogiche, scambiando il consenso televisivo o in rete per quella fiducia che la politica, non può non avere soprattutto in momenti in cui occorrerebbe per affrontare, da una parte i cambiamenti socio economici e dall’altra il dissesto dei conti pubblici, un minimo di dialogo.

 

Inserito il:10/12/2019 17:50:43
Ultimo aggiornamento:10/12/2019 18:02:54
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