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Aggiornato al 21/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Giacomo Balla (Torino, 1871 – Roma, 1958) – Valori plastici (1929 ca)

 

Pubblichiamo questa interessante riflessione di Giorgio Panattoni a margine di un incontro dibattito che si è svolto nei giorni scorsi su questo tema tra un gruppo di professionisti e studiosi di tecnologia, organizzazione e lavoro nonché attenti osservatori dei movimenti sociali e politici. Nel Futuro cercherà di raccogliere la sfida proposta da Panattoni e da altri perché ritiene questo tema come uno dei più importanti per il futuro di tutti. Lo farà collegandosi con importanti comunità di intellettuali; facendo circolare informazioni, riflessioni e analisi; dando la parola a tutti coloro che pensano di avere qualcosa da dire e di volerla dire; favorendo, infine, incontri dibattito tra esperti e di cui dar conto a tutti i lettori utenti dei servizi di Nel Futuro.

 

Progettare insieme (e agire di conseguenza)

di Giorgio Panattoni

 

Siamo in presenza della quarta rivoluzione industriale, che impatta non solo l’industria, ma l’intero sistema socio economico globale.

Siamo costantemente travolti da notizie, fatti, proposte che ci fanno vedere un mondo molto diverso e del quale non conosciamo ancora bene le caratteristiche, oggi in grande evoluzione.

In questo quadro da mesi gli organi di informazione sono pieni di notizie allarmanti sulle prospettive del nostro paese, sulla mancanza di lavoratori specializzati nelle nuove tecnologie, capaci cioè di lavorare per il futuro, di inadeguatezza del nostro sistema formativo, di carenza di comunicazione di esperienze virtuose, frutto di iniziative di qualche territorio e di qualche impresa più avanzata delle altre, di cronica carenza di risorse, e così via.

E tutti dicono che c’è poco tempo, perché la produttività dei nuovi sistemi tende inevitabilmente a mettere in crisi quelli vecchi.

Questa fotografia prefigura, in assenza di un cambio di marcia decisivo, un futuro preoccupante, con il lavoro di oggi che diminuisce e quello nuovo che stenta a partire e a previsioni apocalittiche che di fatto scoraggiano o addirittura tendono a contrastare il cambiamento.

Cosa che fa comodo a molti, sopra tutto a chi vive di consenso immediato.

Come al solito alcune esigenze di breve, che pagano molto come consenso elettorale, confliggono con un disegno di medio periodo, che richiede di pianificare il cambiamento e di organizzarlo nelle sue componenti di sistema.

Si dovrebbe ragionevolmente presumere che le decisioni politiche in questa situazione siano orientate a cambiare quello che non va, a rendere compatibile domanda e offerta di specializzazione nelle nuove tecnologie e nella nuova organizzazione che queste richiedono, all’interno di uno o più progetti concreti, a partire dalla scuola, ovviamente, perché senza formazione non si incomincia neppure.

Invece nulla di tutto questo, anche se tutti concordano sull’urgenza dei problemi, visto che l’Italia è il fanalino di coda e che negli ultimi 20 anni di fatto non è cresciuta.

Qualche numero, del resto noto a molti, può contribuire a illustrare meglio la situazione.

  • l’utilizzo del computer è in Italia, secondo una ricerca del 2017, del 58% contro il 79% della media europea.
  • Solo il 12,3% delle imprese italiane offre corsi di informatica ai propri dipendenti, contro il 30% della Germania. Da tenere presente nel valutare questi numeri la formazione scolastica, da noi molto carente.
  • I laureati nel settore scientifico-tecnologico sono in Italia il 13,5% del totale, contro il 22% del Regno Unito e il 20 % di Francia e Germania.
  • A Milano nel 2015 i laureati in legge sono stati 1300, contro i 200 in ingegneria informatica.
  • In Germania i diplomati degli istituti tecnici superiori sono dell’ordine di 800.000 all’anno, contro le poche migliaia italiane. E tutti hanno trovato un posto di lavoro, rispondendo alle richieste di un settore industriale (e non) avanzato.

E si potrebbe continuare con altri indicatori significativi di un gap negativo strutturale che fa poco sperare per il futuro.

Basti una sola ultima indicazione. Le imprese dichiarano che già oggi mancano all’appello 135.000 lavoratori per nuovi posti di lavoro nella informatica, e stimano che nel 2020 questo numero salirà a 270.000. E il divario tra le competenze richieste dalle aziende è oggi del 9% per salire nel 2020 al 18%.

Insomma sulla diagnosi pare che tutti concordino, e pure sull’urgenza di adeguare il nostro sistema globale e la nostra organizzazione alle nuove esigenze.

In una situazione come questa credo che si debba procedere ad una radicale revisione delle priorità di investimento, innanzi tutto pubblico, e anche privato, opportunamente sostenuto dalle strutture pubbliche.

Incominciando a disegnare un sistema futuro per il nostro paese fuori dalle logiche di corporazione o elettorali, che purtroppo hanno oggi il sopravvento.(oggi più di ieri, ma anche ieri).

Ma così non è, e tutto rallenta e si ferma davanti agli interessi di troppi.

Basti pensare alla riforma della scuola, fondamentale se si vuole creare le condizioni di una cultura avanzata, a incominciare dagli insegnanti.

E alla occasione creata dalle esperienze scuola-lavoro, da indirizzare al nuovo come componente strutturale di crescita della cultura collettiva. E non a una specie di vacanza che non disturbi troppo.

Progettare insieme, appunto, perché a compartimenti stagni non si fa nulla.

Per far questo occorre mettersi d’accordo non solo sui punti di partenza, ma sulle realtà che richiedono cambiamento, sui contenuti, sulle forme, sui tempi, sulle risorse, insomma quasi su tutto, a sottolineare che l’impatto è globale.

E la prima cosa che viene in mente è definire e comunicare le realtà come sono, mettendo in evidenza casi esemplari da assumere a modello, seppur parziale, di quanto si è riusciti malgrado tutto a fare.

Già l’Archivio Storico Olivetti, in condizioni diverse, più di dieci anni fa aveva istituito il premio per l’Imprenditore Olivettiano dell’anno, rendendo pubblica la storia e le sue connotazioni.

E la struttura progettata ormai sei anni fa (e non realizzata) per dare testimonianza concreta della esperienza, tecnica, organizzativa, politica, sociale e immateriale di Adriano Olivetti, prevedeva appositi spazi per la partecipazione di aziende innovative come testimonianza di quel che si può fare.

Ma chi deve mettersi d’accordo? C’è un solo progetto nazionale o più progetti territoriali?

Pensando alla differenza strutturale tra molte realtà del sud e quelle del nord viene da pensare che occorrano progetti territoriali. Ovviamente con componenti nazionali sui temi trasversali che interessano il sistema globale in quanto tale.

Certo ci vogliono le imprese, i rappresentanti del territorio, i lavoratori e le loro organizzazioni (quelle nuove, se ci sono, perché quelle attuali non sono adatte), gli esperti di sistema e quelli di organizzazione, ma viene naturale pensare che un ruolo preminente debba essere ricoperto dal governo, cioè dell’Ente che decide la allocazione delle risorse nazionali.

Cosa che raramente accade, anzi, a giudicare dalla ultima legge di bilancio, è proprio il contrario.

E sarebbe bene che lo si dicesse con chiarezza, mobilitando la “piazza” come rappresentanza degli interessi reali dei territori.

E agire non solo nelle grandi città con il supporto delle grandi università, molto positivo ovviamente, ma anche per le piccole medie imprese sparse nei territori, che di solito soffrono di mancanza di processi di aggregazione e di carenza di risorse.

E che sono la spina dorsale del nostro sistema industriale.

Progettare insieme è affascinante ma tanto difficile, se non si ha consenso preventivo almeno sugli obiettivi di fondo dei progetti che si intende realizzare e decisioni coerenti sulla allocazione delle risorse necessarie.

E’ importante comunicare, è importante illustrare casi di eccellenza, ma occorre dare una spinta a tutto il sistema, perché vi sono realtà sulle quali può incidere solo una autorità nazionale. Pensiamo alla scuola.

Qualche esempio., limitato al settore formativo.

  • La gestione dei numeri chiusi alle università, oggi non in linea con le esigenze del futuro. Forse è venuto il momento di mettere il numero chiuso a legge e ad altre facoltà simili, magari facendo contestualmente la riforma della giustizia, attesa da tanti anni ma mai iniziata.
  • La necessità di indirizzare nuovi investimenti ai settori innovativi, anche dotando scuole e università di spazi, apparecchiature, know how dedicato
  • La necessità strutturale di aumentare numero e qualità degli Istituti tecnici, indirizzando lì i giovani che devono formarsi per il futuro.
  • Supportare le aziende per corsi di formazione di personale indirizzati alle nuove tecnologie. Mi viene in mente come negli anni 70 i finanziamenti alla ricerca erano limitati all’hardware, cioè ai beni materiali, mentre si è dovuta fare una battaglia, innanzi tutto culturale, per includere il software, che non si poteva pesare. Quella battaglia fu vinta e ora pare anacronistica, ma la formazione è lì a dimostrare che occorre ricominciare.
  • Supportare new ventures innovative come semi del futuro, anche dalle scuole e subito dopo.
  • Pensare alla formazione dei docenti e dei managers intermedi delle imprese, che sono di fatto i responsabili della realizzazione delle nuove applicazione.
  • Istituire 1.000 borse di studio dedicate alla innovazione e inserite in progetti concreti.

Naturalmente sperando in una società corretta nel suo complesso e non attraversata dai processi corruttivi che ben conosciamo.

Ci sarebbero molte altre cose da dire (e da fare), ma mi fermo qui anche per problemi di spazio.

Certo non si tratta di potenziare i centri dell’impiego, per rispondere alle necessità del reddito di cittadinanza, anche perché è facile prevedere che fine faranno le risorse dedicate, sopra tutto al sud., che farà peraltro la parte del leone nella assegnazione.

Progettare insieme, per fortuna qualcuno sta lavorando in questa direzione.

Molte risorse sono mobilitate, alcune iniziative ci sono e sono importanti, ma si ha la sensazione che tutto si muova più per stimolo intellettuale (per fortuna) che per decisione concreta tradotta negli strumenti a disposizione del paese.

Il nostro compito è di aiutare questo sforzo, con tutti gli apporti possibili, di cultura, di lavoro, di idee, e, perché no, di provocazioni positive, pensando che siamo tutti cittadini di quella “piazza” che sola in questo momento può rispondere alle esigenze del paese.

Mi auguro che queste considerazioni provochino qualche reazione, che si possa trovare un luogo dove confrontarsi e andare avanti, per tradurre le volontà

P.S.

A proposito di “provocazione positiva” mi viene in mente una vecchia proposta sulla raccolta differenziata. Perchè non mettere su tutti gli imballi una striscia di diverso colore per indicare dove differenziare il rifiuto? E riportare la stessa striscia con il colore appropriato sul contenitore da usare? Quante volte noi stessi abbiamo avuto la perplessità se quello che stavamo posando nel contenitore ad esempio era carta o plastica? Se vogliamo raggiungere il 90% dobbiamo aiutare a rendere semplice il sistema e ridurre i costi per l’utente man mano che si differenzia. E magari fare i contenitori in modo da facilitare la introduzione del rifiuto, non obbligando per esempio a introdurre nel contenitore una bottiglia per volta.

 

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Inserito il:06/12/2018 17:05:17
Ultimo aggiornamento:06/12/2018 17:19:39
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