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Aggiornato al 16/01/2019

Massimo D'Azeglio – (1798-1866) – il Carroccio (La battaglia di Legnano) 1831 ca

 

C’era una volta la Lega Nord.

 

La Lega nasce qualche anno prima di mani pulite. Non si chiamava Lega Nord perché la sua genesi fu regionale: iniziarono i veneti, poi i lombardi, infine i piemontesi. Scopo dichiarato: la completa autonomia dallo Stato centrale, insomma la liberazione del nord.

Di movimenti autonomistici ce n’erano già stati: in Sicilia nell’immediato dopoguerra, in Valle d’Aosta con l’Unione Valdôtaine, in Sardegna, per non parlare dell’Alto Adige che più che autonomista rivendicava il ricongiungimento con l’Austria. Questi ultimi movimenti autonomisti saranno assorbiti con la concessione dello Statuto Regionale prima, poi con la più diffusa autonomia regionale.

Il salto di qualità dei leghisti o “Lighisti” come si chiamavano i veneti, lo fece fare un sanguigno “Lumbard” che aveva avuto in passato simpatie comuniste e che di quel Partito aveva conservato la carica popolare e demagogica delle province rosse.

Bossi fu supportato ideologicamente da Gianfranco Miglio, giurista e politologo. Miglio aveva un’idea di Stato federalista all’americana, non puntava alla secessione ma a un radicale cambiamento del rapporto tra lo Stato e le Regioni, assegnando a queste ultime poteri autonomi sia fiscali che di spesa. Fu probabilmente il Professore a suggerire a Bossi che per contare politicamente occorreva federare i vari Movimenti con un obbiettivo strategico comune. La Lega Nord Federata, coincise con la crisi della partitocrazia, il suo successo elettorale del ‘92 che con i soli voti delle Regioni del Nord le diede 80 Parlamentari tra Camera e Senato, fu uno shock per i Partiti, persino più forte di quello provato con l’ultima vittoria elettorale dei Grillini sui Partiti del post mani-pulite.

Quell’affermazione elettorale leghista, metteva in crisi una Politica che pur senza riuscire a risolverne i problemi, aveva privilegiato il Sud, soprattutto per ragioni elettorali e clientelari. La teoria che il Nord producesse e il Sud spendesse era esattamente quello che pensavano la maggior parte degli abitanti di quelle Regioni, anche se la maggioranza non dava pieno credito alle teorie separatiste.

L’affermazione della Lega, fu una delle tante componenti che indusse la parte più radicale della magistratura all’affondo che poi diventerà “mani pulite”. La distruzione del quadro politico post fascista, vide praticamente solo tre forze sul terreno di gioco: i miracolati Ex Comunisti, il Movimento Sociale che astutamente si trasformò nel ‘93 in Alleanza Nazionale e appunto La Lega Nord. Tutto giocava a favore di Occhetto tenuto conto che un Partito Nazionale come il Movimento Sociale non si sarebbe mai alleato con un Partito Federalista.

Come sappiamo, tutto fu, scompaginato dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, il quale per sconfiggere le sinistre si alleò con il diavolo ex Fascista e con l’Acqua Santa (del Fiume Po) Leghista. Il grande errore Bossi lo fece quando dopo la prima offensiva giudiziaria contro Berlusconi lo abbandonerà blandito (come avverrà anni dopo anche per Fini), dalla Sinistra.

Quando il capo carismatico si accorse del bidone, invece di fare il mea culpa irrigidirà le posizioni della Lega, inventandosi un’epica e una mistica secessionista francamente ridicola, al punto che il Prof. Miglio lo saluterà, dando alle stampe un libro demolitorio nei confronti del “Senatur”. Il quale “Senatur”, dopo essere andato a Canossa con Berlusconi, sarà un alleato fedele, tanto fedele da non essere di stimolo e vivacchiare fino alla sua malattia e agli scandali che coinvolgeranno tutto il Movimento. Francamente, mi sarei aspettato la nemesi. Mi sono sbagliato molte volte nelle mie previsioni e anche sulla Lega ero convinto della fine di un ciclo. Non avevo messo in conto la crisi del Berlusconismo e la sciagurata tendenza del Cavaliere di puntare sull’eternità, mai cedendo lo scettro ad un successore credibile.

Ma veniamo a Matteo Salvini: è giovane, fa il paio con l’altro Matteo. Come lui si impossessa del partito e ne cambia progressivamente il DNA. Da partito federalista radicato al Nord, con qualche tentacolo al Centro, considera che la Padania gli sta stretta e come il Bossi degli anni ottanta, cavalca il malcontento e quindi partecipa al banchetto “spartitivo” (con il suo omologo) di Forza Italia.

I due Matteo riescono nell’intento, perché il Cavaliere, checché ne dica la Sinistra di Destra non è mai stato. Aveva raccolto attorno a sé sul piano elettorale le simpatie di tutti quelli a cui stava antipatica la Sinistra, uso il termine antipatica perché i rimasugli del PCI avevano abiurato da tempo a principi leninisti e quindi non rappresentavano più una scelta ideologica. Non dimentichiamo che l’imprenditore Berlusconi aveva simpatie per Craxi e, se non per il Socialismo tradizionale, per quello decisionista e non anticapitalista di Bettino.

Berlusconi oltre la Lega imbarcò pure Gianfranco Fini. Un ventennio prima capì che Fini non aveva nulla da spartire con il fascismo. Fulminato dalla visione dell’americanissimo “I berretti verdi”, il giovane Gian Franco divenne il delfino dell’intelligente Almirante, il quale probabilmente aveva capito che con gli ex gerarchi non si andava da nessuna parte.

Lo stesso Movimento Sociale, destra non era, aveva in sé tutte le contraddizioni del Fascismo nato da una costola della sinistra massimalista.

Quel Movimento la sua infanzia la passò con l’interventismo, la sua giovinezza la spese nella ricerca di una terza via che trovò con una rivoluzione che fu borghese (come tutte le rivoluzioni praticate fino ad allora); nella maturità coniugò la conservazione con i valori sociali originari, accontentando un po’ tutte le anime della borghesia italiana, e non solo.

Tra Alleanza Nazionale e la lega non c’erano affinità, ma Berlusconi trovò un filo conduttore che ruotava intorno a lui: non aveva un’ideologia specifica, se non quella di battere la nuova sinistra, e su ciò trovò il bandolo della matassa che gli consentì di alternarsi ad essa nella guida del Governo.

Salvini, che era un dirigente anche durante la dittatura Bossi, fu il più pronto dopo le disavventure del Capo a mettersi in proprio elaborando una linea non dissimile da quella di Bossi nella tattica, e cioè intercettare il malcontento offrendo soluzioni semplicistiche, diversa però nei fini che non guardano più al nord ma all’intero Paese. La differenza tra i due è che Salvini ha potuto approfittare della crisi del Berlusconismo, ritrovandosi un tesoretto di consensi (nei sondaggi) che lo avvicina al 15%. I temi sono scarni: l’Europa, l’immigrazione, la legge Fornero. Le soluzioni inesistenti e contraddittorie ma il tutto è gridato e supportato da una sinistra, e non parlo di Renzi, ma dell’opinione di sinistra: astratta, buonista e altrettanto priva di soluzioni praticabili. Bossi e la Le Pen, non sono mai andati d’accordo: la prima era nazionalista accesa, il secondo federalista e sostanzialmente antisudista.

La rivoluzione copernicana di Salvini è stata quella di non parlare più di federalismo, anche perché aveva capito che agli Italiani le Regioni, così come sono, piacciono poco e quindi ha spostato l’asse dei suoi interventi al di là del Po, non più puntando sul malcontento del nord ma su quello generale e generalizzato dell’intero Paese….isole comprese. La stessa Le Pen ha ucciso il padre, troppo nostalgico di un fascismo che i Francesi non hanno mai avuto e quindi impossibilitato ad intercettare i consensi dei conservatori tradizionalisti che in Francia sono tanti e quindi, anche se tutti e due si dicono anti europei si stanno attrezzando per inserire una vera destra (Cristiano-sociali e conservatori non lo sono più), proprio in quel Parlamento europeo che dicono di voler eliminare.

Salvini sta portando la Lega su un terreno diametralmente opposto a quello tradizionale. Quali saranno i risultati è difficile pronosticare, certamente è la nascita di una Destra più in linea con la Destra europea che non con quella tradizionale del nostro Paese. Strategia che provocherà, con il tempo, degli sconquassi proprio nell’elettorato leghista tradizionale e quindi si tratterà di vedere se a Salvini riuscirà lo sfondamento al Sud. Una cosa è certa, tutto quello che poteva prendere dal bacino di Forza Italia si sta esaurendo, non tanto per la reazione del Cav, quanto per l’attrazione sui moderati di Renzi.
Le scelte che Salvini sta facendo in relazione alle amministrative, letteralmente provocando Berlusconi a danno della candidatura della Meloni che, secondo me, al di là della maternità aveva la consapevolezza che l’eredità del Camerata Alemanno era troppo pesante per consentirle di invertire la tendenza. Dato però che la ragazza è intelligente punta su una coalizione con Salvini di destra Lepenista che è certamente a lei e al suo piccolo elettorato, ideologicamente più congeniale.

Se Salvini dovesse entrare in crisi con i leghisti del nord, la Meloni da un Partito del 4 % potrebbe aspirare ad uno del 10%. In politica, non ci sono simpatie ed antipatie, quindi l’omicidio-suicidio del Cav. rientra nelle regole del gioco. Un gioco però che a mio parere riporta la destra alla marginalità poiché, proprio quell’elettorato del Sud che tentano di carpire, sarà il primo a tradirli per quelle logiche clientelari che sempre li hanno ispirati. Berlusconi, oltre ad alcune cose buone, ne ha fatte alcune di nefaste, la più nefasta di tutte aver provocato, lui e solo lui, la dissoluzione del Centro Destra. Salvini si metta il cuore in pace, in quello è stato totalmente ininfluente.

 

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Inserito il:21/03/2016 13:40:36
Ultimo aggiornamento:21/03/2016 13:55:34
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