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Aggiornato al 20/03/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Rinaldo Geleng (Roma, 1920 - 2003) – Ritratto di Berlusconi

 

Berlusca Story. Parte prima: Le origini

di Tito Giraudo

 

Gli storici, sicuramente ricorderanno il ventennio berlusconiano non tanto per le riforme liberali, praticamente inesistenti, quanto per essere stato il promotore del bipolarismo che finalmente avvicinava l’Italia politica ai maggiori Paesi Europei e agli Stati Uniti.

Fa una certa impressione constatare come gli Italiani, avendo sempre invocato la semplificazione della politica, stiano digerendo il ritorno alla frammentazione, d’altra parte avevano sempre indicato come prioritaria la riduzione dei Parlamentari….

La crisi della Destra berlusconiana è intimamente legata al declino, forse anche psicofisico (a 80 anni ci mancherebbe) del Cavaliere. Eppure nel ‘94, questo imprenditore rampante, diede l’impressione che qualche cosa di nuovo compariva all’orizzonte di tutti coloro che non volevano omologarsi alla cultura di “Repubblica”.

Che fossero in molti, lo prova il fatto che in poco più di qualche mese, nacque Forza Italia, ma soprattutto nacque l’aggregazione con La Lega Nord e con Alleanza Nazionale.

Per la verità, nel ‘94 Alleanza Nazionale fu semplicemente un cartello elettorale, poiché era ancora in vita il MSI, erede di quei quattro gatti fascisti che forse non ebbero molto cervello, ma certamente coraggio, per fare politica in mezzo alla marea resistenziale.

Fu Almirante che guidò quel Partito, per anni con mano ferma e sostanzialmente su posizioni moderate, placando gli istinti di rivalsa di coloro che sognavano il ritorno al Fascismo delle origini. Lasciò il Partito nelle mani di Gianfranco Fini, un baldo giovane dalla parlantina fluente che ebbe il merito di abbandonare la sterile opposizione che l’aveva sì salvato da mani pulite, senza però possibilità di andare lontano.

Fu proprio il Cavaliere a sdoganarlo in un famoso discorso, mentre inaugurava un suo Centro Commerciale dichiarando che se fosse stato cittadino romano l’avrebbe votato (il Nostro concorse da Sindaco di Roma). Che Fini badasse al sodo, la dimostrazione la diede quando fece digerire alla sua base l’alleanza con la Lega Nord.

Gli ex Fascisti italiani saranno anche stati confusi e divisi sulle problematiche sociali e sui ceti di riferimento, ma non avevano mai mostrato cedimenti nei confronti del Nazionalismo e dei valori patriottici, arrivando persino ad allearsi con gli odiati monarchici rei di alto tradimento nel ‘43.

Ed eccoci al terzo fattore del futuro Centro Destra: La Lega Nord

Che ci fosse malcontento nei confronti dei politici della Prima Repubblica, lo dimostra il fatto che nel giro di pochissimi anni in tutta la pianura padana, si sviluppasse l’idea che i problemi del Paese non fossero strutturali, ma legati al fardello meridionale cui si imputavano tutti i mali del Paese. Che queste tesi avessero un fondamento è fuori dubbio, ma da qui ad arrivare al secessionismo ce ne corre, soprattutto nella prospettiva europea che era in divenire.

I Leghisti, erano guidati da un ex comunista, non un dirigente, ma per un certo periodo militante: Umberto Bossi da Gemonio, rude e spregiudicato quanto basta per piacere a un elettorato del Nord di gusti semplici e bocca buona. Fiorirono slogan, leggende, persino il mito del Dio Po con il Nibelungo meridionale che lo depreda del suo oro. Naturalmente questa è una mia similitudine che il buon Umberto, a digiuno di miti wagneriani, non avrebbe potuto esprimere. In ogni caso, quel furbone s’inventò pure la mistica.

Troppo giovani per cadere nelle forche caudine della magistratura, con l’MSI Alleanza Nazionale, rappresentarono l’unica opposizione alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto e company.

C’era quindi uno spazio politico per rappresentare i moderati, quella maggioranza silenziosa da sempre maggioranza in questo Paese.

Questa la grande intuizione berlusconiana.

Secondo me, Berlusconi scese in campo per due motivi di fondo: si sentiva minacciato con le sue aziende dalla sinistra che più volte aveva tentato di oscurargli le televisioni e poi, essendo anticomunista da sempre, non credeva alla conversione della Bolognina.

Ci fu poi un terzo elemento. Personale. Voleva dimostrare che se aveva vinto, prima facendo l’impresario edile e l’immobiliarista e poi la sfida delle televisioni private, come non vincere la sfida politica, visto il grigiore degli eredi del defunto PCI?

Ripeto, il suo capolavoro non fu tanto quello di battere Occhetto, fu capire i veri umori del Paese, e ripeto, coalizzare alleati che come nel caso di Alleanza Nazionale, pur obtorto collo, oggi si sa, confluiranno nel Popolo delle Libertà.

“Forza Italia” delle origini nacque con un’ideologia liberale vista la presenza di intellettuali liberali. A ciò Berlusconi integrò un’ossatura organizzativa formata dai quadri di Publitalia.

Una miscela che si dimostrò vincente e che fu accompagnata, oltre che dai suoi mezzi finanziari, dalla capacità del Nostro, di parlare con la gente e di semplificare concetti che fino ad allora erano stati complicati dai bizantinismi della politica.

Prima di scrivere questo pezzo, mi sono chiesto quali fossero le riforme liberali realizzate dai governi berlusconiani. Sono arrivato alla conclusione che sui grandi temi che travagliano questo Paese: lavoro, fisco, scuola, sicurezza, spesa pubblica, riforme istituzionali, Berlusconi ha enunciato molto ma realizzato poco; in netto contrasto con il Berlusconi industriale si è dimostrato troppo sensibile, sia agli umori dell’opinione pubblica sia ai diktat degli alleati, con cui è stato munifico di incarichi, ricevendo scarsi segni di solidarietà nel momento del bisogno.

Tuttavia, non credo si debba dare grandi colpe al Cavaliere.

La sinistra italiana si dice democratica ma è democratica solo quando vince, quando perde è ideologicamente intollerante e autoreferenziale. La demonizzazione dell’avversario viene da lontano: basti pensare al pacifismo forsennato contro l’interventismo e all’operaismo settario. Entrambi questi fattori contribuirono alla nascita prima, e alla presa del potere poi, del Fascismo.

La stessa manfrina, ci fu anche nel secondo dopo guerra con le posizioni oltranziste sul piano sindacale che porteranno alla disfatta della CGIL e alla totale mancanza di autonomia dall’Unione Sovietica di Stalin. Entrambe posizioni durate fino agli anni 60 quando il livore settario si trasferì, prima sul socialismo autonomista e poi su quello craxiano.

Ci sono degli errori tattici (quelli ad esempio di Renzi), ma quelli furono errori strategici che di fatto hanno condannato una certa sinistra alla marginalità. Peccato, che in questa sinistra abbiano creduto stuoli di intellettuali, giornalisti della carta stampata e televisivi.

Questa digressione sulla sinistra colta (cosiddetta), per spiegare il clima politico e sociale che accolse la vittoria di Berlusconi.

Per anni la sinistra si è autoassolta da quella disfatta epocale, invocando patti scellerati con gli ex fascisti e con il leghismo razzista, ma soprattutto il denaro del Cavaliere e l’influenza che le sue televisioni avrebbero avuto, il tutto accompagnato dal moloch del conflitto di interessi. Per carità tutte cose anche presenti, ma pensare fossero determinanti e soprattutto convincenti verso l’elettorato, ce ne corre.

Vale la pena di fare un passo indietro di qualche anno, per esaminare lo stato dell’arte sulle possibili influenze politiche di soggetti esterni alla sinistra, primo fra tutti il movimento sindacale e i media.

Il movimento sindacale, grazie ai Socialisti e al diverso clima nel Paese dovuto al Centro Sinistra, raggiunse dopo gli anni sessanta un potere anomalo rispetto al ruolo che questo avrebbe dovuto giocare: “non mosse foglia che LamaCarnitiBenvenuto non volessero”.

Furono gli anni della concertazione esasperata la principale causa, oltre al clientelismo elettorale, dell’immane debito pubblico che il Paese ha ereditato.

Dopo mani pulite, rimasero in piedi, oltre ai transgender del PCI, uno stuolo di dirigenti sindacali che nel frattempo erano diventati una casta che aveva sostituito il vecchio apparato funzionariale che per anni si era mantenuto con i quattrini di Mosca, con il sottogoverno degli Enti Locali e le Coop (alla faccia del conflitto d’interessi). Se poi, a questo aggiungiamo le associazioni di categoria legate tradizionalmente alla sinistra: artigiani e dei commercianti, la massa di manovra elettorale era palese.

Ma veniamo ai media, fino agli anni 70 Televisioni e giornali si può dire che a stragrande maggioranza fossero governativi, con una forte propensione nei confronti della Democrazia Cristiana. La televisione era unicamente la Rai, superlottizzata a senso unico.  Poi, grazie al Centro sinistra, c’era stato un primo allargamento al PSI, sebbene di poca importanza, a parte qualche poltrona. I grandi giornali: Corriere, Stampa ecc. pur dimostrando maggiore autonomia non pendevano certamente a sinistra.

Io ho una mia teoria: tutto cambierà con il ‘68, e non per il ‘68 in sé, che fu solo un gran casino di gruppuscoli extraparlamentari, quanto per l’influenza che ebbero gli ex.

Il nucleo dirigente dei sessantottini non proveniva certo dai figli della classe operaia, ma dai figli della classe dirigente di allora. Terminata l’ubriacatura gruppettara, finito di rompere le scatole su teorie passatiste davanti le fabbriche, i figli del ‘68 usarono le posizioni paterne, oltre ai quattrini, per occupare non certo per merito, perché poco avevano imparato e perché poco avevano studiato, le stesse posizioni che avrebbero occupato senza quella rivoluzione, copiata, sognata e mancata ma, forse con 110 laude più meritati.

Tre, saranno le professioni preferite da quei rampolli: giornalisti, insegnati e magistrati.

La storia emblematica di quegli anni è quella del Corrierone milanese. Notoriamente quotidiano della borghesia meneghina, aveva come punto di forza quel fior di giornalista che si chiamava Montanelli, oltre a grandi e borghesi direttori. Allora Montanelli era un liberale che spesso e volentieri cantava fuori dal coro.

Dagli anni ottanta il Corriere diventerà ricettacolo del peggior velleitarismo di sinistra, accompagnato dalla difesa corporativa della categoria, tanto che Indro se ne dovette andare con parte della vecchia guardia, facendo un giornale suo. Fallì perché non era un editore. Venne salvato da Silvio Berlusconi che li lasciò liberi, lui e tutti gli altri, di scrivere ciò che volevano.

L’altro polo, dell’altro giornalismo di sinistra, sarà la Repubblica di Eugenio Scalfari.
Occorre dare atto a Barba papà, di essere più che un gran giornalista, un gran editore, direi l’inventore, senza se e senza ma, del giornale persuasore occulto.
Il bell’Eugenio (vi assicuro che era veramente bello, se non fossi stato etero quando l’ho frequentato, ci avrei fatto un pensierino), aveva in testa due obbiettivi: fare un grande quotidiano sulle orme di “Le Monde” e cambiare la sinistra comunista in senso scalfariano. L’operazione gli riuscì in pieno.

Sugli insegnati e la magistratura i danni del ‘68 sono sotto gli occhi di tutti e non vale la pena, almeno qui, di approfondirli.

Queste le corazzate che si trovò di fronte il Cavaliere. La storia di questo ventennio, caro Davide Torrielli che mi sproni a parlarne solo male, non può non partire dal quadro d’insieme di quel 1994.

La stampa a stragrande maggioranza “de sinistra”, la Rai, lottizzata dalla peggior legge liberticida che assegnò ai Partiti della prima Repubblica, quelli che contavano: un canale a testa.

La DC si era tenuta l’ammiraglia del primo canale. Il PSI il secondo e il PCI che nel frattempo trescava con i DC, il terzo: quel TeleCabul diretto da quel fior di professionista cresciuto alla scuola Mediaset, l’ineffabile Freccero, oggi diventato Grillino e tornato in Rai, ma come amministratore.

Montanelli, quando seppe della discesa in campo del Berlusca, diede di matto, lasciò il Giornale che aveva fondato per farne un altro. Ma se era inetto come editore prima, lo fu anche dopo, consentendo a quel nuovo quotidiano vita breve, in compenso diventerà un’icona della sinistra. Contento lui, parlandone come da vivo….

Dalla sua elezione, per Berlusconi, non ci fu nemmeno il fatidico viaggio di nozze con i media. Ci fu di peggio. L’altro anello, la magistratura che l’aveva sempre ignorato, lo degnò di attenzioni tali da accompagnarsi amorevolmente con lui per tutto il ventennio.

Personalmente vorrei chiedere a Paolo Mieli, che mi dicono anche lui ex sessantottino, cosa mai direbbe oggi, diventato un saggio e anche valente giornalista storico, di un Direttore del più grande quotidiano del Paese che riceve una soffiata dai magistrati milanesi (con la m. volutamente minuscola) e pubblica l’avviso di garanzia che sarebbe stato consegnato il giorno dopo a Berlusconi, durante un summit internazionale, provocando la caduta del suo Governo, perché quel furbone di Umberto Bossi  si lasciò irretire, più che dalla sinistra, da quei giudici che avevano contribuito alla fortuna della Lega Nord.

Una cosa del genere avrebbe messo KO qualsiasi politico, tenuto poi conto che dopo il tradimento di Bossi, ci fu quello di Umberto Dini, già suo Ministro economico che gli succedette.

Fine della prima parte.

 

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Inserito il:02/03/2017 13:04:20
Ultimo aggiornamento:02/03/2017 13:11:19
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