Aggiornato al 07/03/2026

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Voltaire

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Profughi per sempre? Il paradosso palestinese, tra miliardi ricevuti e miseria permanente

di Achille De Tommaso

 

Da bambino, a sette anni, sentii parlare per la prima volta di profughi. Era il 1951, l’anno della grande alluvione del Polesine. Il Po aveva rotto gli argini a Occhiobello e l’acqua aveva sommerso oltre mille chilometri quadrati di pianura veneta, raggiungendo in certi punti i sei metri di altezza. Più di cento morti, centottantamila sfollati, ottantamila dei quali non sarebbero mai più tornati. L’Italia, appena uscita dalla guerra, si mobilitò con una solidarietà straordinaria: famiglie di tutta la penisola aprirono le porte di casa, i treni partivano carichi di profughi verso Torino, Milano, Genova. In pochi anni il Polesine venne ricostruito, i profughi vennero assorbiti nel tessuto produttivo del Paese, e la parola “profugo” tornò ad essere ciò che dovrebbe sempre essere: una condizione temporanea.

Nello stesso periodo, dall’altra parte del Mediterraneo, si parlava di un’altra categoria di profughi: i palestinesi. Circa settecentomila persone avevano lasciato le proprie case nel 1948, in seguito alla nascita dello Stato di Israele e alla guerra che ne seguì. L’ONU creò nel 1949 l’UNRWA, un’agenzia dedicata esclusivamente a loro. Settantasei anni dopo, quei profughi – o meglio, i loro figli, nipoti e pronipoti – sono ancora lì. Registrati come rifugiati. Sei milioni di persone. I campi profughi esistono ancora. E la domanda sorge, inesorabile: perché?

I numeri che dovrebbero far riflettere

Partiamo dai dati. Dal 1948 a oggi, la comunità internazionale ha trasferito ai palestinesi una cifra stimata tra gli 85 e i 95 miliardi di dollari. Non è un’ipotesi: sono dati ricostruibili dalle fonti della World Bank, dell’OCSE e dell’ONU stessa. La somma si compone di tre grandi capitoli. Il primo è il bilancio dell’UNRWA, che dal 1950 a oggi ha speso oltre 40 miliardi di dollari, con un budget annuo che negli ultimi anni oscilla tra 1,2 e 1,6 miliardi. Il secondo capitolo riguarda gli aiuti diretti all’Autorità Palestinese, nata dopo gli Accordi di Oslo del 1993: circa 35-40 miliardi di dollari in trent’anni, finanziati principalmente dall’Unione Europea (primo donatore complessivo), dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Norvegia, dal Regno Unito, dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti. Il terzo capitolo comprende i fondi straordinari per la ricostruzione di Gaza dopo le operazioni militari del 2008, 2014, 2021 e 2023: altri 10-15 miliardi di dollari.

In media, negli ultimi venticinque anni, il flusso di aiuti ha superato i due miliardi di dollari l’anno. I palestinesi risultano tra i più alti beneficiari pro capite di aiuti esteri al mondo.

E Israele? Il confronto che nessuno fa

Si obietterà: anche Israele ha ricevuto aiuti enormi. È vero. Dal 1948 a oggi, gli Stati Uniti hanno fornito a Israele circa 174 miliardi di dollari in termini nominali (oltre 310 miliardi se corretti per l’inflazione), secondo i dati del Congressional Research Service. Israele è il maggiore beneficiario cumulativo di aiuti esteri americani dalla Seconda guerra mondiale. Ma la natura di questi aiuti è radicalmente diversa. Quasi la totalità dei fondi americani a Israele, dal 2000 in poi, è stata destinata a scopi militari: finanziamento delle forze armate, sviluppo del sistema missilistico Iron Dome, programmi di cooperazione tecnologica. L’attuale Memorandum of Understanding (2019-2028) prevede 3,3 miliardi l’anno in assistenza militare e 500 milioni per la difesa missilistica.

Ecco il punto cruciale: Israele ha usato quegli aiuti – e soprattutto le proprie risorse interne – per costruire un’economia tra le prime venti al mondo per PIL pro capite, un settore tecnologico che ospita centri di ricerca di Google, Microsoft, Apple, Intel e IBM, un sistema universitario di eccellenza, un’agricoltura ad altissima efficienza nel deserto, industrie farmaceutiche, aeronautiche, di cybersecurity. Ha costruito città, infrastrutture, ospedali, centri di innovazione. I palestinesi, con 85-95 miliardi ricevuti in ottant’anni, vivono ancora in condizioni precarie. Perché?

Dove sono finiti i soldi?

La risposta a questa domanda è scomoda, ma i fatti parlano chiaro. Una parte rilevante delle risorse è stata assorbita da un apparato burocratico-assistenziale che si autoalimenta. L’UNRWA non è un’agenzia che accompagna i rifugiati verso l’autonomia: è un’agenzia che li mantiene in una condizione di dipendenza permanente. Lo status di rifugiato, a differenza di quanto avviene per tutti gli altri rifugiati del mondo gestiti dall’UNHCR, si trasmette ereditariamente: dai padri ai figli, dai figli ai nipoti. Nel 1948 i rifugiati erano 700.000; oggi i registrati sono 6 milioni. Non perché siano fuggiti sei milioni di persone, ma perché lo status si eredita di generazione in generazione: un caso unico nel sistema delle Nazioni Unite.

Un’altra parte dei fondi, quella destinata a Gaza sotto il governo di Hamas, ha preso strade ben diverse da scuole e ospedali. Secondo stime israeliane e analisi internazionali, Hamas ha investito oltre un miliardo di dollari nella costruzione di un sistema di tunnel sotterranei lungo centinaia di chilometri, con più di 5.000 punti di accesso, profondi fino a 60 metri, dotati di elettricità, linee telefoniche, binari ferroviari. Ogni singolo tunnel di tre chilometri costa circa 3 milioni di dollari. Seicentomila tonnellate di cemento – cemento che avrebbe dovuto servire per case, scuole, rifugi antiaerei – sono state dirottate per costruire quella che i militari israeliani chiamano “la metropolitana di Gaza”. Come è stato osservato da più parti, Hamas non ha avuto bisogno di spendere un centesimo per la popolazione civile: ci pensavano il Qatar con il petrolio, l’Autorità Palestinese con acqua e sanità, l’UNRWA con tutto il resto. Questo ha permesso ad Hamas di destinare ogni risorsa disponibile alla preparazione bellica.

Un’economia senza economia

La struttura economica palestinese è un paradosso vivente. Prima del 7 ottobre 2023, circa 150.000 palestinesi della Cisgiordania lavoravano regolarmente in Israele, prevalentemente nell’edilizia e nell’agricoltura, a cui si aggiungevano circa 50.000 lavoratori irregolari. A Gaza, prima della guerra, i permessi di lavoro erano circa 17.000-20.000. Il reddito generato da questi lavoratori rappresentava circa il 20% del PIL palestinese. Dopo il 7 ottobre, Israele ha sospeso quasi tutti i permessi, e il sistema è crollato. La disoccupazione a Gaza ha raggiunto il 68% secondo i dati del Palestinian Central Bureau of Statistics.

Ma anche prima della crisi attuale, il quadro era eloquente. L’economia palestinese dipendeva in misura determinante da tre fonti esterne: gli aiuti internazionali, le rimesse degli emigrati e i trasferimenti fiscali israeliani. Produzione industriale propria, quasi nulla. Esportazioni competitive, marginali. Infrastruttura produttiva autonoma, inesistente. Molti economisti sostengono – con ragione – che il flusso costante di aiuti abbia prodotto un’economia assistita, non un’economia in via di sviluppo. È la differenza tra dare un pesce e insegnare a pescare: qui il pesce arriva ogni giorno da settantasei anni.

Perché i campi profughi esistono ancora?

La permanenza dei campi profughi non è un incidente della storia. È il risultato di scelte politiche precise. In primo luogo, come già detto, lo status ereditario di rifugiato UNRWA impedisce che il problema si risolva per integrazione naturale. In secondo luogo, i paesi arabi ospitanti hanno sistematicamente rifiutato l’integrazione definitiva dei palestinesi: in Libano non possono accedere a decine di professioni, in Siria avevano diritti limitati. Solo in Giordania molti hanno ottenuto la cittadinanza. La logica di fondo è politica: integrare i palestinesi significherebbe “normalizzare” la perdita delle terre del 1948 e indebolire la rivendicazione del “diritto al ritorno”.

Va detto, per onestà intellettuale, che oggi molti di quei “campi” non sono più tendopoli. Sono quartieri urbani densissimi, costruiti in muratura, con scuole e cliniche UNRWA, ma con infrastrutture spesso precarie. Dei 6 milioni di rifugiati registrati, circa 1,5-2 milioni vivono fisicamente nei 58 campi ufficiali (19 in Cisgiordania, 8 a Gaza, 10 in Giordania, 12 in Libano, 9 in Siria). Gli altri vivono in città, spesso come normali residenti, ma conservano lo status di rifugiato. Il paradosso è strutturale: lo status non descrive più una condizione reale, ma una rivendicazione politica.

La popolazione: una dinamica esplosiva

La popolazione complessiva di origine palestinese nel mondo è stimata oggi in circa 13-14 milioni di persone. Nei Territori Palestinesi vivono circa 5,4 milioni di persone (3,2 milioni in Cisgiordania, 2,2 milioni a Gaza). In Giordania risiedono circa 3 milioni, in Libano 450.000, in Siria 500.000 prima della guerra civile, e un altro milione o due nel resto del mondo arabo e in Occidente. La crescita demografica è stata tra le più alte al mondo: dai 700.000 rifugiati del 1948 ai 6 milioni di registrati UNRWA di oggi, l’aumento è dovuto alla crescita naturale e alla trasmissione ereditaria dello status. Il risultato è che il “problema dei rifugiati”, invece di ridursi nel tempo, si moltiplica.

Una conclusione amara

I profughi del Polesine del 1951 vennero accolti, inseriti, integrati. In dieci anni il Polesine perse ottantamila abitanti, ma quelli che partirono costruirono nuove vite a Torino, a Milano, a Genova. Nessuno li ha tenuti in un limbo per generazioni. Nessuno ha ereditato lo status di “alluvionato”.

Il caso palestinese è diverso, certo: c’è un conflitto irrisolto, c’è una questione territoriale, c’è un contesto geopolitico di enorme complessità. Ma settantasei anni di aiuti per 85-95 miliardi di dollari, e il risultato è un’economia assistita, campi profughi ancora in piedi, tunnel al posto di fabbriche, razzi al posto di imprese. Israele, con aiuti prevalentemente militari, ha costruito una nazione tecnologicamente avanzata. I palestinesi, con aiuti prevalentemente umanitari e di sviluppo, non hanno costruito nulla di paragonabile. La domanda non è più solo “quanti soldi sono stati dati”. La domanda vera è: chi ha deciso come spenderli? E nell’interesse di chi?

Il confronto tra il Polesine e la Palestina non è retorica. È un metro di misura. Quando i profughi vengono trattati come persone da reinserire, il problema si risolve. Quando vengono trattati come strumento politico, il problema si perpetua. E a pagare, come sempre, sono gli ultimi.

 

Fonti principali: World Bank, OCSE, UNRWA, Congressional Research Service (USA), USAFacts, Council on Foreign Relations, Palestinian Central Bureau of Statistics, IDF estimates, Wikipedia.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

1. Alluvione del Polesine (1951)

Dati citati: oltre 100 morti, 180.000 sfollati, 80.000 non rientrarono, solidarietà nazionale.

[1] Wikipedia, “Alluvione del Polesine del novembre 1951”. Dati su vittime (101 morti), sfollati (180.000–190.000), calo demografico (80.183 abitanti lasciarono il Polesine tra 1951 e 1961). https://it.wikipedia.org/wiki/Alluvione_del_Polesine_del_novembre_1951

[2] IRPI-CNR (Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica, Consiglio Nazionale delle Ricerche), “14 novembre 1951: l’alluvione del Polesine”. Dati su danni (400 miliardi di lire, circa 7 miliardi di euro attuali), 1.130 km² allagati, infrastrutture distrutte. https://polaris.irpi.cnr.it/14-novembre-1951-lalluvione-del-polesine/

[3] Archivio Storico Istituto Luce, “L’alluvione del Polesine”. Documentazione fotografica e narrativa, conferma di circa 100 morti e 180.000 sfollati. https://www.archivioluce.com/alluvione-polesine/

2. Aiuti internazionali ai palestinesi

2a. UNRWA: bilancio, rifugiati registrati, definizione ereditaria

[4] UNRWA (sito ufficiale), “Core Programme Budget” e “How We Spend Funds”. Budget annuo 2020: 806 milioni $ (solo programma base); budget complessivo annuo 2023: 1,6 miliardi $. https://www.unrwa.org/how-you-can-help/how-we-spend-funds

[5] UNRWA, Programme Budget 2024–2025 (“Blue Book”). Requisiti annui PB: 880 milioni $ (2024), 914 milioni $ (2025); budget emergenze e progetti aggiuntivi. https://www.unrwa.org/sites/default/files/2024-2025_programme_budget_blue_book.pdf

[6] Congressional Research Service (CRS), “UN Relief and Works Agency for Palestine Refugees (UNRWA): Background and U.S. Funding Trends”, IF12863. Contributi USA totali all’UNRWA dal 1950: oltre 7,3 miliardi di dollari. 5,9 milioni di rifugiati registrati al 2024. https://www.congress.gov/crs-product/IF12863

[7] Wikipedia, “UNRWA”. Operativa dal 1950 con 700.000 rifugiati; 5,9 milioni registrati al 2023; 59 campi riconosciuti; oltre 30.000 dipendenti. Dati World Bank: nel 2012 Gaza e Cisgiordania ricevevano 495 $ pro capite in aiuti, il doppio del secondo beneficiario. https://en.wikipedia.org/wiki/UNRWA

[8] Devex, “How underfunded is UNRWA? Here’s what the data says”, 30 ottobre 2023. Analisi dei flussi finanziari 2013–2022 con dati in dollari costanti 2022. https://www.devex.com/news/how-underfunded-is-unrwa-here-s-what-the-data-says-106454

[9] UN General Assembly, “Report of the Working Group on the Financing of UNRWA” (A/79/329), settembre 2024. Conferma 75 anni di operazioni e cronica insufficienza di fondi. https://www.un.org/unispal/document/report-of-the-working-group-on-unrwa-financing-30aug24/

2b. Aiuti diretti all’Autorità Palestinese e totale complessivo

[10] Wikipedia, “International aid to Palestinians”. Dati World Bank: per capita, i Territori Palestinesi tra i maggiori beneficiari al mondo. Flussi post-Oslo; donatori principali (UE, USA, Germania, Norvegia, paesi del Golfo). https://en.wikipedia.org/wiki/International_aid_to_Palestinians

[11] CMI (Chr. Michelsen Institute) / NORAD, “Country Evaluation Brief: Palestine”, 2017. I Territori restano tra i maggiori beneficiari pro capite di aiuti non militari al mondo. Supporto budgetario diretto tiene in vita l’Autorità Palestinese. Impatto limitato sulle condizioni socioeconomiche. https://www.cmi.no/publications/6263-country-evaluation-brief-palestine

[12] PRIO (Peace Research Institute Oslo), “Political Economy of Foreign Aid in the Occupied Palestinian Territories”. Conferma: i palestinesi tra i maggiori beneficiari pro capite di aiuti non militari al mondo. https://www.prio.org/publications/12927

[13] UNCTAD, “Report on UNCTAD Assistance to the Palestinian People”, 2023. PIL pro capite palestinese pari all’8% di quello israeliano; 80% della popolazione di Gaza dipendente da aiuti internazionali; redditi dei lavoratori in Israele pari a circa 4 miliardi $ (25% del PIL). https://unctad.org/system/files/official-document/tdbex74d2_en.pdf

[14] World Bank, “West Bank and Gaza Overview”. Panoramica economica, disoccupazione al 24,4% (2022), a Gaza 45,3%. Aiuti donatori scesi sotto il 2% del PIL. https://www.worldbank.org/en/country/westbankandgaza/overview

3. Aiuti statunitensi a Israele

[15] Congressional Research Service (CRS), “U.S. Foreign Aid to Israel: Overview and Developments since October 7, 2023”, RL33222.51. Totale cumulativo: 174 miliardi $ (dollari correnti) in assistenza bilaterale e difesa missilistica. https://www.congress.gov/crs_external_products/RL/PDF/RL33222/RL33222.51.pdf

[16] Council on Foreign Relations (CFR), “U.S. Aid to Israel in Four Charts”, 7 ottobre 2025. Oltre 300 miliardi $ in totale (corretto per inflazione). MOU 2019–2028: 3,8 miliardi $/anno. Dal 2000 quasi il 100% dell’aiuto è militare. https://www.cfr.org/articles/us-aid-israel-four-charts

[17] USAFacts, “How much aid does the US give to Israel?”, 12 ottobre 2023. Totale 1951–2022: 317,9 miliardi $ (corretto inflazione); di cui 225,2 miliardi militari (71%). PIL pro capite Israele nel 2020: 52.200 $, tra i primi 20 al mondo. https://usafacts.org/articles/how-much-military-aid-does-the-us-give-to-israel/

[18] Global Affairs (globalaffairs.org), “Where U.S. aid to Israel goes”. Tre componenti: militare, economico, difesa missilistica. Totale citato: 318 miliardi $ dal dopoguerra (fonte PolitiFact). Ai Territori Palestinesi: oltre 11 miliardi $ dal 1950. https://globalaffairs.org/commentary/blogs/how-much-financial-assistance-has-us-given-israel

4. Tunnel di Hamas: costi e dimensioni

[19] Ynet News, “500 kilometers of tunnels: How Hamas built an underground city”, 2023 (aggiornato 2025). Progetto sviluppato in oltre 15 anni; costo stimato oltre 1 miliardo di $; terreno sabbioso scavabile con attrezzi primitivi. https://www.ynetnews.com/magazine/article/b1xzpxbnt

[20] Wikipedia, “Palestinian tunnel warfare in the Gaza Strip”. Stime IDF 2014: 30–90 milioni $ per tre dozzine di tunnel; singolo tunnel da 3 km: circa 3 milioni $; 600.000 tonnellate di cemento utilizzate. Hamas rivendicò oltre 500 km di tunnel (2021). https://en.wikipedia.org/wiki/Palestinian_tunnel_warfare_in_the_Gaza_Strip

[21] Modern War Institute (West Point), “Israel’s New Approach to Tunnels: A Paradigm Shift in Underground Warfare”, 2 dicembre 2024. Rete tra 350 e 450 miglia (560–720 km); oltre 5.000 accessi; profondità fino a oltre 60 metri; costo totale stimato oltre 1 miliardo $. https://mwi.westpoint.edu/israels-new-approach-to-tunnels-a-paradigm-shift-in-underground-warfare/

[22] Taylor & Francis (Terrorism and Political Violence), “Gaza’s Subterranean Warfare: Palestinian Resistance Tunnels vs. Israel’s Military Strategy”, 2024. Costo stimato per tunnel di 3 km: 3 milioni $, 1.800 tonnellate di cemento, 3 anni di lavoro. Totale rete >500 km: circa mezzo miliardo $ (stima conservativa). https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/1057610X.2024.2347843

[23] FDD (Foundation for Defense of Democracies), “10 Things to Know About Hamas Tunnels”, 6 novembre 2023. Costo singolo tunnel: 3 milioni $ (stima IDF); tunnel dotati di linee telefoniche, elettricità, ferrovie; profondità fino a 70 metri. https://www.fdd.org/analysis/2023/11/06/10-things-to-know-about-hamas-tunnels/

[24] Fox News, “How Hamas fooled gullible donors to fund its billion-dollar terror tunnel system”, 13 gennaio 2024. Analisi del meccanismo: Hamas raccoglie tasse ma non paga servizi alla popolazione (coperti da Qatar, UNRWA, AP); tutti i fondi destinati a scopi militari. https://www.foxnews.com/world/hamas-fooled-gullible-donors-fund-billion-dollar-terror-tunnel-system

[25] Shomrim, “How Hamas Built a Billion-Dollar Gate in Gaza”. Dati sul Salah al-Din Gate: in cinque anni, Hamas ha incassato circa 1 miliardo $ in tasse su merci transitate. https://www.shomrim.news/eng-projects/philadelphi

5. Lavoratori palestinesi in Israele

[26] Wikipedia, “Palestinian workers in Israel”. Al 2023: 150.000 palestinesi lavoravano in Israele; 17.000–20.000 permessi da Gaza (2022). Dopo il 7 ottobre 2023: quasi tutti i permessi sospesi. https://en.wikipedia.org/wiki/Palestinian_workers_in_Israel

[27] INSS (Institute for National Security Studies), “Returning Palestinian Workers From the West Bank to Work in Israel”, 4 marzo 2024. Oltre 140.000 permessi revocati; reddito lavoratori = circa 20% del PIL palestinese. https://www.inss.org.il/publication/palestinian-workers/

[28] Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS), “International Workers Day 2024”. Occupati totali scesi da 815.000 (2023) a 681.000 (2024); lavoratori in Israele scesi da 107.000 a 21.000; disoccupazione a Gaza: 68% (Q4 2024). https://pcbs.gov.ps/post.aspx?ItemID=5980&lang=en

[29] Statista / Population and Immigration Authority (Israel), aprile 2024. Al 1° ottobre 2023: 116.200 permessi di lavoro; settore edile: 83.000 lavoratori. https://www.statista.com/statistics/1478077/palestinian-workers-in-israel-by-category/

6. Dati demografici palestinesi

[30] PCBS (Palestinian Central Bureau of Statistics). Popolazione nei Territori: circa 5,4 milioni (3,2 Cisgiordania, 2,2 Gaza). Popolazione di origine palestinese nel mondo: 13–14 milioni (stima combinata PCBS/ONU). https://pcbs.gov.ps/

[31] UNRWA, dati ufficiali. Rifugiati registrati: 5,9 milioni (2024); 59 campi ufficiali (19 Cisgiordania, 8 Gaza, 10 Giordania, 12 Libano, 9 Siria). Circa un terzo vive nei campi. https://www.unrwa.org/

 

Nota metodologica: Tutti i riferimenti sono stati verificati a marzo 2026. Le cifre sugli aiuti cumulativi ai palestinesi (85–95 miliardi $) derivano dalla somma dei tre capitoli documentati (UNRWA, aiuti diretti AP post-Oslo, ricostruzioni Gaza) e sono coerenti con le stime incrociate di World Bank, OCSE e letteratura accademica (PRIO, CMI/NORAD, UNCTAD). Le cifre sugli aiuti USA a Israele variano significativamente a seconda che siano espresse in dollari correnti (174 miliardi, fonte CRS) o corretti per l’inflazione (oltre 300 miliardi, fonti CFR e USAFacts).

Scritto con la collaborazione di

ADT – Istituto per la Complessità contemporanea

 

 

Inserito il:07/03/2026 19:04:27
Ultimo aggiornamento:07/03/2026 21:53:36
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