Il Tempio di Gerusalemme. Disegno da una stampa antica del XIV secolo
Due popoli, due Stati - Chimera assurda
di Vincenzo Rampolla
Gerusalemme capitale. Il 29 novembre 1947, l’UNSCOP (United Nation Special Commission On Palestine) con la Risoluzione 181 propone un Piano di separazione del territorio: dividerlo in due Stati con un’intesa economica. Si fa avanti il Pontefice e dice la sua. Si stabilisce che Gerusalemme diventi un corpus separatum, una città dallo Statuto Internazionale. Roma freme. Auspica che questa internazionalità possa meglio garantire la tutela dei Santuari e assicurare il libero accesso ai Luoghi Santi disseminati nella Palestina, con la libertà di culto e il rispetto dei costumi e delle tradizioni religiose. È il Piano Pacelli. Non se ne fa nulla. Ogni proposta di mediazione concreta viene meno, non per l’imperizia e l’ottusità degli Emiri, ma per la determinazione di Israele di avere a tutti i costi Gerusalemme capitale, unita e indivisibile. Traguardo religioso, politico, sociale.
Secondo il Piano ONU tutta Gerusalemme avrebbe dovuto formare una regione cosmopolita, enclave all’interno dello stato arabo. Israele firmò il piano e gli arabi rifiutarono. Trascorrono 5 mesi e a Tel Aviv il 14 maggio 1948 David Ben Gurion annuncia la fine del mandato britannico e proclama la nascita dello Stato d’Israele. 20 ore dopo si scatena la prima guerra arabo-israeliana contro Israele, attaccato dagli eserciti di 5 Paesi arabi: Egitto, Siria, Libano, Giordania e Iraq.
Inizia l’esodo di 700-800.000 palestinesi, in ebraico Nakba, catastrofe. Israele mantiene l’indipendenza, espande i propri confini ottenendo il controllo del 78% della Palestina, la Cisgiordania è annessa dalla Transgiordania e Gaza è amministrata dall’Egitto. In quell’area vanno a vivere 500.000 ebrei alla pari con almeno 400.000 palestinesi iniziali.
Oggi si contano oltre 5 M di rifugiati palestinesi di Giordania, Cisgiordania, Gaza, Siria e Libano. Dove metterli? Che cos’è un cosiddetto Stato palestinese che nasce oppresso da un tale carico umano, senza una continuità territoriale e soffocato dall’impegno politico? È un disegno dettato da follia, alienazione, demenza. E nel 2026?
La Palestina odierna, geograficamente spaccata in due tra Gaza e Cisgiordania, è ridotta a una sparuta manciata di aree, in un mosaico con confini nel caos. Qual è la strategia israeliana? Mirare a consolidarsi e a durare in eterno, con i tentacoli dei coloni alle spalle delle città israeliane, come Ariel su Tel Aviv e Ma’ale Adumim con Gerusalemme.
Gerusalemme Est. Israele deve fare i conti con i palestinesi che reclamano Gerusalemme. In assenza non esiste uno Stato palestinese. Gerusalemme non ha solo un valore di aspirazione e fede. È simbolo chiave, è icona, immagine. Dopo la guerra dei 6 giorni (giugno’67), nominare Gerusalemme all’arabo vuol dire evocare Gerusalemme Est, area di 70 km² annessa abusivamente da Israele. Comprende la Cisgiordania, alcuni villaggi, la parte orientale della città con la Città Vecchia, i Luoghi Santi delle tre religioni di Abramo, il Monte del Tempio, il Muro occidentale, la Moschea di al-Aqsa e la Basilica del Santo Sepolcro.
Così, nel 1948, dopo la nascita dello Stato d’Israele, si è ritrovata spaccata in due: zona Ovest, controllata da Israele e abitata da ebrei, e zona Est controllata dalla Giordania e abitata da arabi e gli arabi della zona Ovest devono migrare nella zona Est, come gli ebrei della zona Est spariscono nella Ovest e conservano l’Università ebraica di Gerusalemme, designata enclave. Giù le mani dalla cultura, ha detto Bibi ad Abu Mazen.
A novembre 1967, il Consiglio di sicurezza ONU, risvegliato dal letargo, chiede il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati illegalmente. Nessuna azione d’Israele. Passano 13 anni e nel 1980 la Knesset israeliana, approva la legge fondamentale che proclama arbitrariamente Gerusalemme capitale di Israele, unita e indivisa, senza indicarne la territorialità, annessione-invasione non riconosciuta a livello internazionale. Punto.
L’ONU definisce la legge priva di validità e ostacolo alla pace in M.O. Nessuna reazione da Israele.
I palestinesi rivendicano de jure Gerusalemme Est capitale del loro futuro Stato palestinese, mentre de facto il Centro politico è in Cisgiordania, a Ramallah. È lì che risiede e opera Abu Mazen, presidente di ANP e OLP.
Dall’Ufficio statistica, a fine 2024 nella Grande Gerusalemme (Est + Ovest) vivono circa 620.000 israeliani ebrei, 62% e circa 380.000 palestinesi arabi e altri, 38%. In totale sfiorano un milione di abitanti (987.900).
A Gerusalemme Est i quartieri totalmente israeliani sono oggi 14, con 230.000 coloni. Gli insediamenti ebraici, realizzati a cerchi concentrici, isolano la Cisgiordania e ne limitano la capacità economica. Senza Gerusalemme Est, potrà esistere uno Stato palestinese economicamente affidabile? E Tel Aviv, può dare la cittadinanza a 3,5 M di palestinesi senza perdere il carattere ebraico dello Stato? Può negare loro ogni diritto? E in quanto Stato, può armarsi, dotarsi di sovranità militare? Situazione al limite estremo, inaccettabile. Quale il rischio? Cadere nella trappola di amalgamare due Popoli in due Stati, due entità incompatibili, irreali, ombra una dell’altra. Una Palestina di questo stampo è inconcepibile: è il paradosso del clone virtuale dell’altro.
La Convenzione di Montevideo. Che è? Che cosa dice? Trattato internazionale del 1933, stabilisce diritti e doveri degli Stati. Per essere considerata uno Stato, un’entità deve soddisfare a 4 criteri essenziali: una popolazione permanente, un territorio definito, un Governo in carica, una capacità di gestire relazioni internazionali. In sintesi, due parole per ogni criterio: studiare a fondo uno Stato e scoprirne i punti deboli.
- Con la Legge del Ritorno del 1950, concessione automatica della cittadinanza a ogni ebreo del pianeta e negazione del diritto al ritorno ai palestinesi espulsi durante la Nakba del 1948.
- Assenza di confini ufficiali di Israele riconosciuti dalla Comunità internazionale. Dal 1948 ad oggi, ampliamento sistematico della propria estensione, occupazione illegale nel ’48 dei territori dello Stato e nel ‘67 di Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est e Alture del Golan. Insediamenti in corso con infrazioni alla Risoluzione ONU 2334. Per prevenire attentati, costruzione nel 2002 di un muro di 700 km, alto 8m con reti, fossati, torri di controllo, strade di ispezione e sensori, de facto confine più che barriera di sicurezza. Nel 2004 la Corte di Giustizia dell’Aia decreta: muro in contrasto con Diritto Internazionale, isola i villaggi, controlla le risorse idriche, separa i coltivatori dalle loro terre e inghiotte insediamenti.
- Sistema politico israeliano carente di stabilità e rappresentatività. Governo dominato per decenni da leadership e coalizioni demagogiche, con B. Netanyahu alla guida continua dal ‘96. Riforma giudiziaria del 2023 vissuta come debolezza dello stato di diritto, alimentando proteste interne e internazionali.
- Israele indagato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e apartheid.
- Solide relazioni internazionali per alleanze diplomatiche e militari. Soggezione agli Usa che sostengono Israele con $3,8 Mld/anno di aiuti militari. Violazione risoluzioni ONU: ignorati 200 provvedimenti.
A che pro discutere di Popoli e Stati se anche Israele non ha le carte in regola? Molti i quesiti sorti dai tre articoli precedenti. Giusti, legittimi, meditati. Si accumulano. Chi deve dare la risposta? I Governanti, non i Popoli né i lacchè. Cresce la visione opaca del futuro, l’incoerenza di scelte e decisioni.
Lo Stato Unico per due popoli. Il piano escatologico. Dopo aver studiato gli Stati, chi sono i Popoli coinvolti? È ora di conoscere a fondo anche loro. Si tratta di popoli fortemente divisi al loro interno. Nello Stato israeliano esistono pesanti fratture etniche e religiose tra arabi israeliani, haredin ultraortodossi e fazioni varie. Gli arabi non sono da meno. Profonda la divisione storica tra Hamas islamista, integralista, che non riconosce lo Stato d’Israele e dal 2007 controlla la striscia di Gaza e Al-Fatah, partito di Yasser Arafat, gruppo laico e membro dell’OLP, che riconosce Israele e governa la Cisgiordania tramite l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese). Hamas e Al-Fatah attorniati entrambi da altre formazioni. Lunga la lista e durissime le lotte di potere tra comunità religiose e formazioni minori di area marxista, socialista e nazionalista.
Negli ambienti della sinistra radicale, c’è una scuola di pensiero che prevede la creazione di un unico Stato binazionale per ebrei e arabi. Si osserva che prima del 1948 non era mai esistito uno Stato palestinese. Dal 1516 al 1917, l’intero territorio che oggi comprende Israele, Gaza e la Cisgiordania ha fatto parte della Provincia siriana dell’Impero Ottomano. Il termine Palestina, coniato da Roma nel 135 d.C. mai è stato usato ufficialmente sotto la dominazione ottomana ed è riapparso al Mandato Britannico.
Due popoli, due Stati. Il tocco finale. Il prossimo passo è il confronto tra israeliani e palestinesi. Non è meglio: ebrei e arabi faccia a faccia? Ci piazziamo o no in due Stati, ognuno per sè? I primi costretti a vivere ansiosi sotto l’incubo di attentati e attacchi militari; i secondi, umiliati da decenni di occupazione e con diritti umani fondamentali negati, privati di quello Stato che le risoluzioni dell’ONU sanciscono dal ‘48 ma che, in pratica, sono rimaste un subdolo miraggio. Secondo il Pew Research Center di Washington Due Popoli, due Stati è una soluzione irreale e nociva. Per questo il progetto si arena.
Nel 1990, rispetto a 10 anni prima, la formula ha perso consenso tra gli arabi israeliani (-33%) e tra gli ebrei israeliani (-14%) e secondo l’Agenzia palestinese Policy and Survey Research poco meno del 20% della popolazione palestinese della West Bank e di Gaza è ancora per una via negoziale e pacifica. Ci crede. È disposto ad affidarsi al fondamentalismo e alle strategie militari e terroristiche di Hamas. La popolarità di Abu Mazen e dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) sono però crollate. La fine della formula strategica Due popoli, due Stati è nell’aria, giudicata impossibile e disastrosa per il popolo palestinese e pericolosa e minacciosa per gli ebrei israeliani.
Tre fatti concreti pesano sulla sua sopravvivenza: il fallimento degli Accordi di Oslo del 1993, costruiti proprio sull’architettura dei Due popoli, due Stati senza alcuna seria intenzione da parte israeliana di arrivare a un accordo definitivo, gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e la costruzione del muro. Sono realtà, non pareri o valutazioni che condannano lo Stato palestinese a simbolo di un corpo senza linfa, una moneta svalutata e una ANP incagliata in un fiasco strategico, nella crisi sociale sempre più acuta e vicino al crollo.
Perché continuare a parlarne, ovunque e soltanto? Dopo 75 anni di tensioni, scontri e occupazioni, siamo allo stallo ed è palese che la soluzione a due Stati non sia l’unica possibile. Quali le alternative? La Striscia di Gaza e molte altre zone va detto che nel tempo sono state escluse dai negoziati e dalla visione di un futuro Stato, per questo la soluzione a due Stati resta un’invenzione. Chi c’era prima, la Palestina o Israele? La Palestina era una terra vuota e pronta ad accogliere entrambi i popoli, mentre la storia la descrive territorio abitato da una fiorente civiltà arabo-palestinese, con pochi ebrei, il 3 - 5%. A chi credere?
18 luglio 2025. Bibi fa la mossa. Piomba il voto della Knesset: L’ipotesi di uno Stato palestinese è una minaccia esistenziale per Israele e esclusa dall’orizzonte politico dell’attuale maggioranza del Governo.
Se è così difficile mettere in atto la soluzione dei due Stati, perché non abolirla? Semplice e banale. L’unica condizione per accettare un futuro Stato palestinese, è che venga totalmente demilitarizzato. Israele non fu fondato da coloni di fede sionista, colonizzatori della Palestina e cultori dell’apartheid (separazione) con gli abitanti? E allora? Costruire una soluzione non ridistribuendo terre e ricchezze tra i due popoli, ma facendo ripartire i palestinesi dalla decolonizzazione, la riappropriazione. È la soluzione giusta? Paradossalmente eliminare l’unico vero ostacolo alla pace: l’idea stessa dei due Stati, impregnata del virus coloniale, imposta dal dilagare dello Stato ebraico. Detto e fatto. Ci hanno pensato i palestinesi. Hanno spianato la strada.
Il 7 ottobre 2025: la strage di un Popolo. E i palestinesi sono partiti all’attacco. Sì. Sono loro, e sono in molti, sciiti di fede doc, armati di coltello e machete. Instaurare una convivenza pacifica con gli israeliani? Manco per idea. Trionfi la strage, come ai tempi d’oro dell’Islam. Uccisi 1.200 israeliani e 1.600 miliziani, 247 ebrei in ostaggio. Due popoli, due Stati: inattuabile! Che lezione trarre? È proposta insostenibile alla luce del diritto internazionale e della realtà geopolitica di oggi. Irrealizzabile? Sì.
Disposte in ordine, parlano le risposte ai grandi quesiti emersi dall’analisi, dall’inizio alla fine:
- Impossibilità per entrambe le parti di soddisfare il criterio di condizione di Stato,
- Assenza di una reale dimensione sociale e politica di piena sovranità della Palestina, da numerosi Stati e dall’ONU riconosciuta in modo ufficiale unicamente come Stato osservatore, non come membro,
- Frammentazione del territorio: la Cisgiordania è suddivisa in zone A, B e C, con C pari a 80% della superficie e sotto controllo militare israeliano; Gaza sottoposta a un blocco dal 2007; Gerusalemme Est annessa arbitrariamente da Israele nel 1980, in violazione del diritto internazionale,
- Doppia crisi di legittimità e funzionalità del Governo palestinese. Isolamento politico e mancanza di Governo con elezioni presidenziali e del Consiglio Legislativo rinviate da più di 20 anni per le divisioni tra Fatah e Hamas. ANP accusata di corruzione interna, nepotismo e cattiva gestione dei fondi. Hamas visto come organizzazione terroristica,
- Tra ebrei e palestinesi atavica conflittualità, eccessiva e insormontabile.
E nel 2026? Il piano di Netanyahu. Onnipresente, mancava solo Bibi. Promotore e attore dell’azione militare Usa contro l’Iran. Chi? Lui. Sì, Netanyahu. Diverso da Trump, ha una strategia di lungo periodo: M.O. è area che non minaccerà più la sicurezza d’Israele. Gli attacchi all’Iran e al Libano sviano l’attenzione dal genocidio nella Striscia di Gaza e mirati all’annessione de facto della Cisgiordania. Ce la fa sotto il naso.
10 dicembre 2025. L’Autorità fondiaria israeliana pubblica un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, ampliando l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e creando una continuità territoriale con Gerusalemme Est. Scopo: dividere in due la Cisgiordania, bloccando la via diretta tra Ramallah, Gerusalemme Est e Betlemme e forzando il trasloco delle comunità palestinesi dell’area.
11 dicembre 2025. Decisione di creare 19 nuovi insediamenti, portando a 68 quelli approvati dall’attuale coalizione di Governo in soli 3 anni e 210 il totale di quelli ufficiali, con 750.000 coloni israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. I nuovi insediamenti comportano la convalida retroattiva di quelli costruiti in violazione della legge israeliana. Nel 2025 ne sono stati creati 86, agricoli o di pastorizia e hanno contribuito all’aumento della violenza dei coloni spalleggiati da Israele e al trasloco forzato dei residenti palestinesi. Nel 2025 sradicate in parte o completamente 21 comunità palestinesi a seguito degli interventi dei coloni israeliani, con incendi, martelli e machete.
5 gennaio. L’Amministrazione civile ha designato terre statali circa 700 ettari appartenenti alle città palestinesi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth, nel nord Cisgiordania.
8 febbraio. Il Governo ha annunciato: Abrogazione della legislazione giordana in vigore, consentendo ai coloni di acquistare terreni palestinesi senza le dovute verifiche, aumentando il controllo amministrativo sulla pianificazione e sull’edilizia a Hebron e presso la Tomba di Rachele a Betlemme e conferendo alle autorità israeliane nuovi poteri per applicare la legge nei siti archeologici e in questioni relative all’acqua e all’ambiente nelle Aree A e B. Progetto da tempo studiato a tavolino con estrema precisione.
15 febbraio. Il Governo israeliano ha stanziato $78 M per istituire una procedura governativa di registrazione delle terre nell’Area C della Cisgiordania, trasferendo le pratiche dall’Amministrazione civile al Ministero della Giustizia. Essendo il 58 % delle terre dell’Area C privo di registrazione ufficiale, Israele ne confisca più della metà denominandole terre statali. La popolazione non può più dimostrare la proprietà dei terreni in base all’interpretazione restrittiva delle vecchie leggi fondiarie ottomane, basate su documenti, mappe e registri inaccessibili ai palestinesi.
Altre domande? Pronti a balbettare e decantare e esaltare la soluzione Due popoli, due Stati?
Consultazione: Conferenza Teramo Andrea Giacobazzi 29 novembre 2025; Confronti - Paolo Naso - Docente Scienza politica Università Sapienza Roma - 13 Settembre 2024; Ph. Zaur Ibrahimov © via Unsplash; Nathan Greppi - 29 Agosto 2025; Nicolaporro; InfoPal. Di Falastin Dawoud.-Gianluca Marletta Palestinian Italian News 13.8.2025; Convenzione di Montevideo (1933); Risoluzioni ONU 181, 194, 242, 338, 2334; Legge del Ritorno (1950); UNRWA, Report on Palestinian Refugees (2023); Human Rights Watch, A Threshold Crossed (2021); Amnesty International, Israel’s Apartheid Against Palestinians (2022); ICC, Case No. ICC-01/18 – Situazione in Palestina; UN OCHA, Gaza Blockade Report (2023); ICJ, Advisory Opinion on the Wall (2004); Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine (2006); Edward Said, The One-State Solution (1999); Norman Finkelstein, Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict (2003). Giorgia Bonamoneta 2 Novembre 2023 quifinanza – money.it.

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