Aggiornato al 12/06/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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La strategia geopolitica di Mosca e il riassetto eurasiatico

di Achille De Tommaso

 

Quello che la narrativa occidentale tace, ma quello che neppure Mosca ammette.  

 

Noi ascoltiamo una voce sola, e la chiamiamo verità

Su questa guerra in Ucraina ci hanno abituato a sentire una voce sola, e abbiamo smesso di accorgercene. Non perché l'altra parte abbia ragione, ma perché l'abbiamo zittita. E una rappresentazione monca è già una rappresentazione falsata. Da qui bisogna partire, prima ancora di parlare di territori, di rubli e di reattori nucleari: chi vuole capire la strategia di Mosca deve prima disinnescare il rumore che gli è stato versato nelle orecchie.

Il rumore ha una forma precisa. I media occidentali rilanciano, spesso quasi alla lettera, i messaggi del presidente Zelensky: la Russia è ormai bloccata, i nostri droni colpiscono in profondità in modo formidabile, l'economia russa è al collasso, le perdite russe sono enormi, la popolazione è stanca, il consenso a Putin è ai minimi. Bene. Allora poniamo all'altra parte le stesse domande. Se i droni ucraini volano lontano, com'è il rapporto di forze sui missili? Se le perdite russe sono enormi, quante sono quelle ucraine? Se i russi sono stanchi, gli ucraini riposano? Il punto non è capovolgere la propaganda, è applicare a entrambi lo stesso metro. È esattamente ciò che la mancanza di contraddittorio impedisce.

E il contraddittorio è stato compresso, con atti verificabili. L'Unione Europea ha sospeso dall’ 1 marzo 2022 RT e Sputnik, poi altri canali nel maggio 2022 e, nel maggio 2024, Voice of Europe, RIA Novosti, Izvestia e Rossiyskaya Gazeta. La Federazione Europea dei Giornalisti e diversi giuristi hanno parlato di precedente pericoloso per la libertà di stampa garantita dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Sul fronte ucraino, in legge marziale, le grandi emittenti sono confluite nel notiziario unico di Stato United News, mentre i canali dell'opposizione legati all'ex presidente Poroshenko e l'emittente Espresso sono stati staccati dall'etere digitale. Reporters Sans Frontières ne ha chiesto più volte la chiusura per restituire pluralismo, e perfino il Dipartimento di Stato americano ha annotato l'eccessivo allineamento alle narrazioni del governo.

Qui scatta l'obiezione onesta, e me la faccio da solo prima che me la facciano gli altri:se entrambi i blocchi belligeranti comprimono il pluralismo, allora una valutazione seria non può fidarsi di nessuno dei due, e deve andare a cercare le fonti che non hanno una bandiera da difendere.

Le fonti svizzere, in questo, sono più affidabili e oggettive. La Svizzera vive di neutralità e di buoni uffici (Ginevra, il vertice di pace del Bürgenstock del giugno 2024), e le sue istituzioni di servizio pubblico e di ricerca, da swissinfo alla Neue Zürcher Zeitung fino al Center for Security Studies del Politecnico federale di Zurigo, conservano una distanza analitica rara. Con una precisazione che non nascondo: il governo di Berna ha adottato le sanzioni UE contro la Russia dal 28 febbraio 2022, al punto che Mosca non lo considera più neutrale. Non è dunque la posizione ufficiale svizzera a essere neutra, è la tradizione di misura del suo giornalismo e della sua accademia. È a quella che attingo.

Lo stesso metro per entrambe le parti

Applichiamolo, allora. Nessuna delle cinque affermazioni che sentiamo ripetere regge nella forma assoluta in cui circola. E nessuno dei loro rovesciamenti regge meglio. La verità sta nelle crepe, ed è documentata.

“La Russia è bloccata”. Non lo è. Il fronte non è congelato, e lo dicono i numeri, non Mosca. Secondo l'Institute for the Study of War, nel 2025 e nei primi mesi del 2026 le forze russe hanno continuato avanzate lente ma costanti. Il CSIS legge lo stesso dato in altro modo: un prezzo enorme per guadagni minimi. Né blocco né sfondamento, dunque, ma logoramento che si muove piano a favore di Mosca, a un costo che farebbe arretrare qualsiasi democrazia.

“I droni ucraini sono formidabili”. Veri, e raccontano metà storia. L'Ucraina è diventata una potenza dei droni, con una produzione stimata a inizio 2026 in milioni di FPV l'anno, e l'operazione Spiderweb dell’ 1 giugno 2025 ha colpito in profondità circa quaranta velivoli russi, fino a un terzo dei vettori di missili da crociera, per un danno di circa 7 miliardi di dollari. Spettacolare. Ma l'Ucraina punta sui droni perché i missili a lungo raggio (ATACMS, Storm Shadow) sono pochi, forniti dall'esterno e vincolati nell'uso, mentre la Russia conserva arsenali missilistici ampi e scarica raffiche di centinaia di droni e decine di missili in una notte. Il drone è un capolavoro di ingegno. Non è una parità di fuoco.

“La Russia è allo stremo economico”. Dipende da cosa si guarda, e quasi nessuno guarda tutto. Il debito pubblico resta basso, intorno al 18-19 per cento del PIL nel 2026 secondo l'OSW. Ma sotto quel numero rassicurante l'economia stagna: crescita 2026 stimata tra lo 0,4 e l'1 per cento da fonti russe e internazionali, contrazione nel primo trimestre, inflazione intorno al 5 per cento, tasso di riferimento al 14,5 per cento dopo un picco del 21, deficit intorno al 2,6 per cento del PIL, entrate da petrolio e gas in calo di oltre il 25 per cento, IVA salita dal 20 al 22 per cento, quota liquida del fondo sovrano ridotta a poche decine di miliardi e circa 300 miliardi di riserve congelati all'estero. Il collasso annunciato non è arrivato. La prosperità nemmeno. La solvibilità dello Stato non è in pericolo, la vitalità dell'economia sì.

“Le perdite russe sono enormi”. Sì. E le ucraine anche, ma Kiev non le dice. Le cifre sono incerte e gonfiate ad arte: nessuna delle due parti pubblica dati tempestivi e ciascuna amplifica i morti dell'altra. Stime occidentali (CSIS, gennaio 2026): circa 1,2 milioni di russi tra morti e feriti, con i caduti collocati tra 325.000 e oltre 500.000 a seconda delle fonti (servizi olandesi, aprile 2026), e oltre 160.000 nomi di caduti già identificati da Mediazona con la BBC. Per l'Ucraina, sempre il CSIS stima 500.000-600.000 perdite con circa 140.000 morti, mentre Kiev ne dichiara ufficialmente 46.000-55.000, una frazione delle valutazioni indipendenti. Le perdite russe sono più alte in assoluto. Quelle ucraine, su una popolazione molto più piccola, sono una ferita demografica altrettanto profonda. Enormi sì, ma non da una parte sola.

“I russi sono stanchi e Putin non ha più consenso”. Stanchi sì, l'altra metà è un'illusione. I sondaggi indipendenti non confermano un consenso basso. Il Centro Levada colloca l'approvazione di Putin intorno al 79-80 per cento nella primavera 2026, in lenta discesa ma alta, con il sostegno all'esercito intorno al 72 per cento e una maggioranza, circa il 66 per cento, ormai favorevole ai negoziati. La stanchezza, intesa come voglia di chiudere, è reale, ma è di entrambi: l'Ucraina arranca sulla mobilitazione e porta una fatica diffusa, eppure a gennaio 2026 il 57 per cento degli ucraini (sondaggio KIIS) rifiutava di cedere il Donbass anche in cambio di garanzie. Va detto che in contesto bellico e autoritario i sondaggi vanno presi con le pinze, su entrambi i lati. Ma chi racconta un Putin senza popolo descrive un Paese che, allo stato dei dati, non esiste.

I tre pilastri che l'Occidente preferisce non guardare

Tolto il rumore, restano tre fatti scomodi. Il discorso di Putin al 25° Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (giugno 2026) li mette in fila in una strategia coerente: controllo territoriale consolidato, riassetto economico eurasiatico, e una posizione negoziale poggiata sulla forza militare e su asset non convenzionali. Resto dentro il criterio 4A (Autorevoli, Aggiornate, Autentiche, Autonome), senza prendere parte, separando i fatti verificabili dalle interpretazioni e dalle asserzioni contestate.

Consolidamento territoriale. Secondo fonti del Cremlino riprese da Reuters e AFP, Mosca rivendica il controllo pieno del Lugansk, circa l'85 per cento del Donetsk e circa l'80 per cento del Zaporizhzhia. Fonti indipendenti (ISW, International Crisis Group) confermano il controllo sull'occupato, con i margini di incertezza dei fronti fluidi, soprattutto nel Donetsk. La logica è cruda: il Donbass è il corridoio verso la Crimea e il Mar d'Azov, un'Ucraina neutrale o frammentata abbassa il rischio percepito di espansione NATO, e la spesa militare (80-120 miliardi di dollari l'anno, da fonti aperte) viene venduta come investimento nella sicurezza di lungo periodo.

Sostenibilità economica. Attenzione a non confondere solidità e prosperità. Il pilastro fiscale russo è vero e strutturale: rigore dopo la crisi del 1998, quasi vent'anni di avanzi alimentati da petrolio e gas, riserve stimate in circa 600 miliardi di dollari prima delle sanzioni, controlli sui capitali e moneta tenuta corta. Il debito contenuto consente a Mosca di finanziare una guerra lunga ben oltre quanto racconta la narrativa dell'isolamento, perché le spese belliche non intaccano la solvibilità. A questa solidità si accompagna però una fragilità crescente della crescita, della spesa civile e delle riserve liquide. Non è una potenza fiorente. Non è neppure una potenza al tracollo. È una potenza che tiene, e che paga.

Dominio nucleare civile. È la carta che quasi nessuno nomina, ed è la più pesante. Attraverso Rosatom, secondo l'AIEA, Mosca detiene circa il 34 per cento del mercato dei reattori in costruzione o in progetto (oltre quaranta reattori in quattordici paesi), quasi il 100 per cento dei servizi di arricchimento dell'uranio per i reattori occidentali, il 25-30 per cento della fabbricazione del combustibile e circa l'80 per cento dei servizi sul combustibile esausto. Stati Uniti, Unione Europea, Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono, in modo diretto o indiretto, da questi servizi, e anche nel pieno delle sanzioni 2022-2024 i canali nucleari sono rimasti aperti, per mancanza di alternative. Sul piano militare, il dominio del ciclo del combustibile rafforza la deterrenza russa, con una capacità di secondo colpo ritenuta formidabile dai think tank occidentali (CSIS, Carnegie, Brookings) e l'arsenale tattico più numeroso al mondo (1.000-1.500 testate stimate). È uno scudo geopolitico: spezzare davvero il commercio nucleare russo ferirebbe anche chi lo volesse fare.

Visione eurasiatica. Con queste carte in mano, il mercato da Lisbona a Vladivostok smette di essere uno slogan e diventa integrazione asimmetrica: alla Cina uranio arricchito, minerali e idrocarburi siberiani; all'Europa, un domani, nucleare civile ed energia russi, al prezzo di una riconciliazione che riconosca la realtà post-2022; e la Russia come intermediaria tra Asia ed Europa, ruolo che le sanzioni hanno accelerato, non inventato.

Segnale militare. Il test del missile ipersonico Oreshnik non è solo muscoli: è un messaggio integrato. Dice che la guerra può continuare grazie alle riserve e alla tenuta fiscale, che il vantaggio tecnologico in certi settori regge, e che esiste una dissuasione nucleare implicita. La simmetria vale anche qui: la guerra dei droni, dove brilla Kiev, e quella dei missili e degli ipersonici, dove resta avanti Mosca, sono due piani diversi dello stesso scontro.

Vulnerabilità. Sarei un cattivo analista se mi fermassi alle forze. Le perdite umane, gravissime e già viste, pesano su entrambi e nessuna riserva fiscale le ricompra. La spesa bellica prosciuga la modernizzazione civile e alimenta la stagnazione. La catena nucleare è esposta a cyber-attacchi e all'interruzione di componenti occidentali. Una instabilità prolungata può tracimare in Moldova, Balcani e Caucaso, aprendo fronti che erodono altre risorse. Il punto di rottura della strategia russa è il sangue, non il bilancio.

Conclusione. Gli stessi tre pilastri raccontano due storie. Parte dell'analisi occidentale (il CSIS) vede una potenza in declino, schiacciata dal prezzo umano. Io leggo una potenza in transizione. Tenete a mente entrambe, perché la differenza non è accademica: decide come si tratta con Mosca. La visione eurasiatica si realizza o no a seconda di due variabili, la capacità russa di reggere le perdite umane, che resta il vero tallone, e la disponibilità occidentale a negoziare riconoscendo la nuova configurazione. Senza un negoziato realistico, la Russia ha i mezzi per tirare avanti per anni. E qui la verità scomoda da cui siamo partiti torna a chiudere il cerchio: un Occidente che ascolta una voce sola non rischia solo di sbagliare racconto. Rischia di sbagliare strategia.

Riferimenti

Riferimenti internazionali. Discorso al SPIEF: Reuters, AFP e altre agenzie. Fronte e perdite: Institute for the Study of War (ISW), CSIS, servizi di intelligence olandesi, conteggio nominale di Mediazona con la BBC. Droni e attacchi in profondità: CSIS, Just Security. Economia e finanza pubblica: Banca Centrale Russa, OSW Centre for Eastern Studies, BOFIT (Banca di Finlandia), FMI e OCSE, The Moscow Times. Settore nucleare: Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA). Deterrenza e arsenali: CSIS, Carnegie, Brookings, Federation of American Scientists, SIPRI. Opinione pubblica: Centro Levada e VTsIOM per la Russia, Kyiv International Institute of Sociology (KIIS) per l'Ucraina. Media: Consiglio dell'Unione Europea (Regolamento 2022/350 e pacchetti del maggio 2022 e del 17 maggio 2024), Federazione Europea dei Giornalisti, Reporters Sans Frontières, Media Freedom Rapid Response, Index on Censorship, rapporto del Dipartimento di Stato statunitense.

Riferimenti svizzeri. SWI swissinfo.ch, servizio pubblico internazionale della Confederazione. Neue Zürcher Zeitung (NZZ), Le Temps e Radio Télévision Suisse (RTS). Center for Security Studies (CSS) del Politecnico federale di Zurigo (ETH) e il Russian Analytical Digest coedito dal CSS. Vertice di pace del Bürgenstock, 15-16 giugno 2024, Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). Geneva Centre for Security Policy (GCSP) e Geneva Graduate Institute. Resta inteso che la Confederazione ha adottato le sanzioni UE dal 28 febbraio 2022: questi riferimenti contano per la qualità analitica, non per una neutralità statale che sulle sanzioni non c'è più.

Nota metodologica. L'articolo applica il criterio 4A (Autorevoli, Aggiornate, Autentiche, Autonome): fonti riconosciute e dirette, dati pubblicati tra gennaio e giugno 2026, tesi russa esposta accanto alle sue vulnerabilità e alle obiezioni occidentali, nessuna adesione di parte. Il contraddittorio, con lo stesso metro per entrambi i belligeranti e con fonti non allineate, è parte del metodo. Le stime di perdite e i dati russi non sono verificabili in modo indipendente e vanno trattati come tali.

 

Inserito il:12/06/2026 12:06:33
Ultimo aggiornamento:12/06/2026 12:41:55
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