Aggiornato al 18/06/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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La bomba che l'Europa non vuole nominare

di Achille De Tommaso

 

Sul conflitto con l'Iran il continente discute di petrolio e di bollette. Ma il tema vero è il nucleare: l'allarme energetico, numeri alla mano, regge poco; ma è comodo per non dar ragione a Trump.

Quando gli Stati Uniti colpiscono i siti nucleari iraniani, l'Europa evita di dire che è stato giusto e si guarda bene dal dire, in modo esplicito, che è stato sbagliato. Sposta il discorso altrove, sul prezzo del petrolio, sulle bollette del gas, sullo Stretto di Hormuz. La ragione ha un nome, l'antitrumpismo: riconoscere che quei raid hanno una logica significherebbe ammettere che, almeno su questo punto, il presidente americano ha visto giusto, e per buona parte delle classi dirigenti europee è un costo politico che si preferisce evitare. Così si cambia argomento, e l'argomento scelto è l'energia, che permette di criticare Washington senza entrare nel merito e di far passare un calcolo politico per prudenza economica.

***

Il tema che l'Europa aggira è la bomba, e a dirlo non sono i falchi di Washington ma fonti svizzere autonome, lontane sia dalla Casa Bianca sia da Bruxelles. La Neue Zürcher Zeitung ricorda che per l'uranio arricchito al 60 per cento non esiste un uso civile plausibile e che nessuno Stato senza armi nucleari arricchisce a quei livelli, e riporta la stima dell'Institute for Science and International Security secondo cui tra Natanz e Fordo l'Iran potrebbe produrre in un mese il materiale fissile per dieci ordigni (editoriale del 22 maggio 2025). In un altro intervento, del 17 giugno 2025, la stessa NZZ riconosce che l'azione militare viola il diritto internazionale ma dispone di argomenti per legittimarsi, perché la comunità internazionale ha fallito per oltre vent'anni nel fermare il regime di Teheran sulla via dell'atomica. Da Ginevra, Le Temps descrive la prospettiva di un regime iraniano dotato dell'arma come un esito dalle conseguenze incalcolabili. Il Center for Security Studies del Politecnico di Zurigo (ETH Zürich), per natura misurato, definisce il programma iraniano come sospettato di fini militari, e il GCSP di Ginevra studia da anni come impedire la bomba senza innescare la profezia che si auto-avvera. Intanto il board dell'IAEA ha condannato l'Iran il 12 giugno 2025 per le violazioni del Trattato di non proliferazione e, nel rapporto del 27 febbraio 2026, ha ammesso di non poter più verificare dove siano finiti circa 440,9 chilogrammi di uranio al 60 per cento, spostati nei tunnel di Isfahan.

Sul versante energetico i numeri raccontano una storia diversa da quella che si sente nei dibattiti. L'esposizione diretta dell'Europa allo Stretto di Hormuz è limitata. Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia (IEA), nel 2025 quasi il 90 per cento dei volumi transitati per lo Stretto era diretto in Asia e poco più del 10 per cento in Europa. La Commissione europea ammette che solo l'8,5 per cento del gas naturale liquefatto e il 7 per cento di greggio e prodotti petroliferi dell'Unione passano da Hormuz, e il Joint Research Centre della Commissione scende ancora, indicando il 5 per cento del greggio e il 13 per cento del GNL in transito diretti verso l'Europa, contro l'84 e l'83 per cento dell'Asia. L'ostaggio energetico, in altre parole, non è l'Europa ma l'Asia, e in primo luogo la Cina, che resta il principale acquirente del petrolio iraniano, come ricorda il Congressional Research Service.

I prezzi sono saliti, e non ha senso negarlo: il Brent ha sfiorato i 100 dollari a marzo, il greggio fisico è arrivato verso i 150 ad aprile secondo l'IEA, il gas europeo TTF è passato da circa 32 a oltre 50 euro per megawattora. Si tratta però di un effetto che riguarda il prezzo mondiale, non l'interruzione delle forniture europee, ed è un effetto che si può attutire: l'IEA ha varato un rilascio di scorte strategiche senza precedenti, l'oleodotto saudita Petroline ha tra i 3 e i 5 milioni di barili al giorno di capacità libera per aggirare lo Stretto, l'Arabia Saudita e gli Emirati hanno dirottato parte delle esportazioni su terminali esterni a Hormuz e gli Stati Uniti sono ormai esportatori netti di greggio. I carburanti raffinati come il diesel e il jet fuel restano più esposti, con la Commissione europea che stima fino al 40 per cento delle importazioni dell'Unione legate a Hormuz, ma anche qui parliamo di un problema di logistica e di prezzo, gestibile e nel tempo riassorbibile, non di un blackout. Il problema energetico che l'Europa agita è quindi reale per il listino mondiale; ma modesto per la sicurezza degli approvvigionamenti europei, ed è in larga misura un problema di altri, della Cina prima di tutto: l'Europa lo ingrandisce perché l'alternativa è scomoda, cioè guardare in faccia la bomba e ammettere che impedirla ha una sua legittimità. E dare ragione a Trump.

Per onestà, e per non ripetere a parti invertite l'errore che si rimprovera, vanno messe agli atti due cautele. Prima della guerra sia l'intelligence americana sia l'IAEA dichiaravano di non avere prove di un'arma già in costruzione, come ricorda la stessa NZZ nell'intervista all'esperto Ali Vaez del 25 giugno 2025, e resta agli atti la fatwa di Khamenei del 2003 contro le armi nucleari, che chi sostiene la tesi del pericolo legge come uno strumento tattico. La distinzione che dovrebbe contare è quella tra la capacità, che l'Iran come Stato di soglia ha quasi certamente raggiunto, e la decisione politica di costruire l'ordigno, che le fonti più prudenti, incluso il Center for Security Studies, ritengono non ancora presa. Su questo si può discutere di tempi e di metodi, non della pericolosità.

A questo punto arriva l'obiezione che circola nei dibattiti europei: Israele la bomba ce l'ha, perché l'Iran no? La domanda sembra equa e proprio per questo confonde, perché mette sullo stesso piano due Stati che sullo stesso piano non stanno. Israele è una democrazia, con elezioni, opposizione, stampa libera e tribunali che arrivano a processare i suoi stessi capi di governo, mentre l'Iran è una teocrazia che impicca i dissidenti, reprime le donne e ha fatto della distruzione di un altro Stato un punto dichiarato della propria dottrina. Israele non ha mai minacciato di cancellare un vicino dalla carta geografica, mentre Teheran lo ripete da decenni. C'è poi un elemento che pesa più di ogni altro: l'Iran non si limita a custodire un deterrente, esporta terrore, e attorno a Israele ha costruito un anello di fuoco armando e finanziando Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi nello Yemen e le milizie in Iraq e in Siria, una cintura di forze per procura pensata per colpire restando al riparo. Una bomba nelle mani di chi pratica il terrorismo per interposta persona non è lo stesso oggetto di una bomba nelle mani di una democrazia che risponde a un elettorato e a un giudice, e chi finge di non vedere questa differenza non difende un principio, nasconde una scelta.

Resta infine il punto che basterebbe da solo. Anche mettendo da parte tutto il resto, l'Europa avrebbe, secondo me, il dovere di discutere il pericolo maggiore, quello nucleare, e non quello minore, il petrolio, perché un mercato che si surriscalda torna a raffreddarsi in qualche mese mentre un regime che varca la soglia atomica non torna indietro. Confondere le due scale, o usare la più piccola per non nominare la più grande, non è prudenza ma una forma di rinvio. L'Europa è libera di contestare i modi di Trump, ma dovrebbe farlo alla luce del sole e nel merito, non nascondendosi dietro una bolletta che, numeri alla mano, è in gran parte in grado di pagare. La bomba è la domanda cui l'Europa rifiuta di rispondere. Il barile è soltanto l'alibi.

 

Fonti

La fonte svizzera più netta è un commento della Neue Zürcher Zeitung del 7 luglio 2025, intitolato «Was ist ein gerechter Krieg?». Applicando la dottrina della guerra giusta, l'autore sostiene che l'attacco preventivo contro le installazioni nucleari iraniane non era solo giustificato, ma addirittura doveroso, perché attendere che l'Iran prema il pulsante renderebbe vana ogni difesa successiva. Il ragionamento poggia su un principio che vale anche per l'intervento americano: impedire la bomba a un regime con intenzioni dichiaratamente ostili rientra in una difesa legittima. Il testo è qui: https://www.nzz.ch/meinung/was-ist-ein-gerechter-krieg-ethische-ueberlegungen-angesichts-des-israelischen-angriffs-auf-iran-ld.1891077

Neue Zürcher Zeitung, «Trumps Ultimatum, Iran und die Atomwaffen-Gefahr: Warum die Zeit drängt», 22 maggio 2025.

Neue Zürcher Zeitung, «Israel zielt auf den Kopf der Schlange», 17 giugno 2025; «Atomstreit mit Iran», agg. 26 febbraio 2026; intervista ad Ali Vaez, 25 giugno 2025.

Le Temps, «La perspective effrayante d'un régime iranien doté de l'arme nucléaire» (Stéphane Bussard).

Center for Security Studies, ETH Zürich, pubblicazione sul programma nucleare iraniano.

GCSP, Ginevra, M. Finaud, «Un Iran nucléaire: comment éviter la prophétie auto-réalisatrice?», Policy Paper 2012/1.

IEA, Strait of Hormuz e Oil Market Report 2026 (quote di transito, prezzi, scorte, Petroline).

Commissione europea e Joint Research Centre, dati 2026 su quote UE di greggio, GNL e raffinati via Hormuz.

Congressional Research Service, Iran Conflict and the Strait of Hormuz.

IAEA, condanna del 12 giugno 2025 e rapporto del 27 febbraio 2026.

 

Inserito il:18/06/2026 16:14:17
Ultimo aggiornamento:18/06/2026 16:18:11
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