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La guerra in Iran, e quello che facciamo finta di non vedere
di Achille De Tommaso
Discutiamo di questa guerra come se il problema fosse l’uomo che la conduce e non il regime che la rende necessaria. Proviamo a guardare i fatti. Ci sono guerre che l’Occidente combatte e guerre che l’Occidente preferisce raccontare. Quella in Iran appartiene alla seconda categoria, perché da mesi ne discutiamo come se il punto fosse Donald Trump e non il regime che ha reso lo scontro inevitabile. Proviamo allora a guardare i fatti, quelli verificabili, e a vedere che cosa stiamo facendo finta di non vedere.
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Partiamo dall’avversario. L’Iran è stato designato dagli Stati Uniti come Stato sponsor del terrorismo dal 1984, ha visto i suoi Guardiani della Rivoluzione iscritti da Washington tra le organizzazioni terroristiche nel 2019, e nel giugno del 2025 l’Agenzia internazionale per l’energia atomica lo ha dichiarato, per la prima volta in vent’anni, inadempiente rispetto agli obblighi di non proliferazione. Diversi governi e parlamenti hanno definito l'Iran o sue strutture come sponsor del terrorismo:
- Il Canada considera l'Iran uno Stato che sostiene il terrorismo e mantiene sanzioni molto severe contro il regime iraniano.
- Nel 2025 l'Australia ha introdotto una nuova normativa e ha classificato il Islamic Revolutionary Guard Corps (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) come "state sponsor of terrorism".
- Nel 2026 l'Council of the European Union ha inserito l'IRGC nella lista terroristica dell'UE.
Come sappiamo, l’Iran è un regime che da decenni invoca apertamente la cancellazione di Israele dalla carta geografica, e che nel frattempo costruiva la bomba. Prima della guerra, l’AIEA aveva verificato che Teheran deteneva oltre quattrocento chili di uranio arricchito al sessanta per cento, a un soffio dal livello militare, abbastanza per essere a settimane, non ad anni, dall’ordigno (ne potrebbe costruire sei di bombe).
Intorno a Israele, in vent’anni di lavoro paziente, l’Iran ha costruito quello che gli analisti chiamano “il cerchio di fuoco”: Hezbollah in Libano, Hamas e la sua “metropolitana” a Gaza, gli Houthi nello Yemen, le milizie sciite in Iraq e in Siria. Un assedio per procura, finanziato e armato da Teheran, pensato per stringere lo Stato ebraico in una morsa permanente.
Davanti a tutto questo, Israele e gli Stati Uniti hanno deciso di agire, prima nel giugno del 2025 colpendo i siti di Fordow, Natanz e Isfahan, poi nel febbraio del 2026 con un’operazione molto più ampia. È in quel secondo attacco che, il 28 febbraio, un raid congiunto americano e israeliano ha ucciso la Guida suprema Ali Khamenei nel suo complesso di Teheran, mentre era riunito con i vertici del regime. Vale la pena ricordare chi fosse quest’uomo. Per trentasette anni a capo dell’Iran, Khamenei ha firmato una scia ininterrotta di repressioni, dal Movimento Verde del 2009 al massacro di Mahshahr del 2019, fino alla rivolta Donna, Vita, Libertà del 2022. Nel gennaio del 2026, davanti all’ultima ondata di proteste, ha riconosciuto lui stesso che diverse migliaia di persone erano state uccise. In pratica, tra esecuzioni, repressioni, sparatorie contro manifestanti, torture e morti in detenzione, alcune stime superano ampiamente le 40.000-50.000 vittime, Khamenei non è quindi un martire, ma il regista di decenni di sangue interno.
E qui comincia la parte che facciamo finta di non vedere. L’Europa si è arrabbiata; non tanto per i morti iraniani, magari causati anche dalle bombe USA, quanto per non essere stata informata, come se le guerre si annunciassero con un invito formale. L’alto rappresentante Kaja Kallas aveva avvertito che un intervento americano avrebbe allargato il conflitto, e dopo i raid ha chiesto a tutti di fare un passo indietro. I tre grandi “scappati di casa”, delle capitali, Parigi, Berlino e Londra, avevano incontrato il ministro iraniano a Ginevra il 20 giugno 2025, e ventiquattro ore dopo sono arrivate le bombe, lasciandoli con il sorriso diplomatico congelato sul volto. Da quel momento la parola d’ordine è stata una sola, sussurrata ma chiara: questa è una cosa di Trump.
Poi si è mosso il Papa. Leone XIV, poche ore dopo i bombardamenti del giugno 2025, ha invocato dall’Angelus di fermare la tragedia della guerra prima che diventi un abisso irreparabile, ricordando che le bombe non risolvono nulla. Posizione legittima e antica, quella della Chiesa contro gli ordigni, ma sarebbe stato bello se avesse parlato, condannandoli, magari velatamente, anche degli ordigni nucleari iraniani in preparazione. Trump, che non ama le voci fuori dal coro, ha reagito nell’aprile del 2026, attaccando pubblicamente il Pontefice (cosa che non si fa, perché guai a smentire il Papa…) e sostenendo, che fosse favorevole a un Iran atomico; cosa ovviamente non vera, perché il Papa non si è neanche sognato di menzionare la bomba nucleare iraniana. Persino Giorgia Meloni definì inaccettabile quell’attacco al Papa. Trump, quindi, arrabbiato con il Papa, cominciava ad arrabbiarsi con Meloni.
Intanto si chiudeva lo stretto di Hormuz, sbarrato dai Guardiani della Rivoluzione dall'inizio di marzo del 2026, con il greggio Brent oltre i cento dollari. E qui l'Europa ha dato il meglio di sé, concentrandosi sul prezzo della benzina invece che sulla guerra. Per settimane si è parlato di carburanti e di accise, dimenticando il perché del conflitto, facendo in questo caso l'esatto contrario di quello che avevamo fatto nell'aprile del 2022. Allora, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, Mario Draghi ci domandò in conferenza stampa se preferissimo la pace o il condizionatore acceso, e noi accettammo di spegnere i condizionatori, di pagare bollette più salate e di mandare soldi e armi a Kiev. Oggi, davanti a una minaccia nucleare ben più diretta per noi, lo stesso sacrificio sul prezzo del pieno ci pare intollerabile.
Conviene allora ricordare i numeri veri, perché sono illuminanti: dallo stretto di Hormuz passa circa un quinto del petrolio mondiale, ma in Europa ne arriva soltanto il quattro per cento. L'ottantaquattro per cento prende la via dell'Asia, e il primo acquirente al mondo è la Cina, con quasi il quaranta per cento dei flussi. La Cina però, cioè il cliente più esposto di quello stretto, lascia che siano gli altri a preoccuparsi della sua sicurezza, e non si preoccupa tanto. Noi europei, che da Hormuz dipendiamo pochissimo, ci fasciamo la testa per il pieno dell'auto, mentre la minaccia vera, quella nucleare, la derubrichiamo a problema americano. Trump, a quel punto, ha chiesto aiuto. Ha chiesto all’Occidente e agli alleati della NATO di dare una mano a tenere aperto lo stretto, e si è sentito rispondere di no. Ha chiesto all’Italia di poter usare la base di Sigonella, in Sicilia, e nel marzo del 2026 il governo Meloni ha negato l’uso della base senza un passaggio parlamentare, invocando i vincoli costituzionali e l’opposizione interna alla guerra. Trump l’ha presa, com’era prevedibile, malissimo, lamentando pubblicamente che non gli avessero concesso nemmeno le piste di atterraggio. Anche la sua cara amica Meloni non lo aiutava…
Così, nel giro di pochi mesi, Trump si è ritrovato arrabbiato con il Papa, con l’Italia, con l’Unione europea e con la triade di chiacchieroni che si è autonominata voce diplomatica del continente, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Un terzetto (chiamato E3: mi piace la “E”) che si riunisce tanto, parla moltissimo e conclude poco, capace soprattutto di infilarsi – giusto per dirne una - nel negoziato americano sull’Ucraina per dettare condizioni e rallentarlo, nel nome di un europeismo che si misura in comunicati congiunti più che in risultati. Il 7 giugno del 2026, a Londra, diffusero anche i loro cinque principi per la pace in Ucraina; mentre il piano di pace vero, con tutti i suoi difetti, lo stavano già trattando gli inviati di Washington.
Sia chiaro, Trump non aiuta molto se stesso. Annuncia che la pace è vicina e poi si smentisce, proclama obliterazioni totali di uranio arricchito, che l’intelligence ridimensiona, offende il Papa e la Meloni; appare parlare prima di pensare, è goffo e spesso cafone. L’ultima, mentre scrivo, è il caso della foto. Al G7 di Evian, tra il 15 e il 17 giugno 2026, sostiene che Giorgia Meloni lo avrebbe supplicato per una fotografia insieme. Lei replica che è una ricostruzione completamente inventata, gli consiglia di occuparsi della propria popolarità invece che della sua, e il ministro Tajani annulla per protesta la visita a Washington. Come se il punto, in una guerra che riguarda l’atomica iraniana, fosse una foto implorata.
Ed è esattamente questo il punto che facciamo finta di non vedere. La narrazione occidentale di questa guerra è stata fin dall’inizio che sia una cosa di Trump, e siccome Trump non è più un nostro amico, ci ha imposto i dazi, ci tratta dall’alto, allora qualsiasi cosa faccia è sbagliata, e siamo segretamente felici quando le trattative sembrano andargli contro; anche se il rischio, derivante dal fallimento della trattativa, è più nostro. A questo riflesso antitrumpista si somma un antisionismo diffuso, quel free palestine che colora ogni giudizio, per cui difendere Israele da un vicino che ne invoca l’annientamento diventa quasi imbarazzante da dire ad alta voce. Il risultato è una scorciatoia mentale comoda e pericolosa: il nucleare iraniano? Chissenefrega, sono problemi degli americani. E se il danno colpisce anche gli israeliani, è meglio, perché tutto il mondo sa che stanno compiendo un genocidio, anche se si battono contro la propria estinzione.
E arriviamo infatti al memorandum firmato il 17 giugno del 2026, accolto da buona parte dei media occidentali con una soddisfazione mal celata di disfatta USA, e una sentenza già pronta: è un vantaggio per l’Iran. Io frenerei: quel documento è un’intesa quadro con una finestra di due mesi, non la parola definitiva, e proclamarne il vincitore adesso fa lo stesso errore di chi prima derideva la parola obliterati. Nel frattempo, sul tavolo, ci sono fatti che pesano: la Guida suprema iraniana è morta, il programma è stato degradato, la marina e i missili colpiti, una tregua altalenante è stata strappata. E l’altalena è causata dal Libano, dove questo cavolo di Israele si ostina a difendersi dagli hezbollah (fondati con l’aiuto dell’Iran).
Che quell’intesa diventi un vantaggio per Teheran oppure no non dipende dalla firma, dipende dalla verifica che se ne fa dopo e su cui l’Europa dovrebbe svegliarsi. Dichiarare che ha vinto l’Iran prima ancora che il controllo cominci, non è analisi, è tifo da stadio, lo stesso di sempre. E, anche per capire le altalenanti promesse di Trump, vorrei accennare ora alle tecniche di negoziazione iraniana: ed entra in scena la taqiyya. Nella giurisprudenza sciita la taqiyya è la dissimulazione lecita, e talvolta prescritta, verso l’avversario. Non è un difetto morale individuale, è una dottrina (*). Lo si è visto in diretta, perché mentre Trump annunciava che Teheran aveva rinunciato all’arricchimento, i vertici atomici iraniani smentivano, dichiarando che nessun limite sarebbe stato accettato. Per questo, discutere se il memorandum favorisca l’Iran è ingenuo. L’unica cosa che conta è se l’Iran rispetterà qualsiasi cosa sia disposta a firmare, e la taqiyya suggerisce di non darlo per scontato.
Da qui discende ciò che l’Europa dovrebbe fare, invece di indignarsi per una foto. Primo, smettere di raccontarsi che il nucleare iraniano sia un problema altrui, perché non lo è: i missili iraniani portano Roma, Parigi e Berlino dentro il raggio di Teheran, e l’intelligence americana stima che entro il 2035 l’Iran possa dotarsi di un vettore intercontinentale. Secondo, costruire una verifica europea autonoma, che non deleghi tutto a Trump ma nemmeno lo saboti per dispetto: ispezioni dell’AIEA vincolanti e continue su ogni sito, dichiarato o sospetto, una commissione europea indipendente che certifichi la conformità senza attendere il via libera di Washington, e misure più dure al primo diniego di accesso.
Possiamo continuare a discutere se Trump sia un cafone, e probabilmente lo è. Possiamo indignarci per una fotografia, per i dazi, per i modi sgarbati; ed è perfino comprensibile. Ma mentre lo facciamo, a poche centinaia di chilometri di gittata da casa nostra, un regime teocratico terrorista prova a tenere in vita il sogno dell’atomica, e lo fa con una dottrina che gli consente di firmare oggi e rinnegare domani ciò che firma. Il pericolo, se quel sogno si avvera, non bussa solo alla porta di Israele e magari di Washington. Bussa anche alla nostra. Sarebbe ora di smettere di fare finta di non vedere.
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(*) TAQIYYA - IL FONDAMENTO RELIGIOSO-GIURIDICO DELLA DECEZIONE
Per comprendere la negoziazione con l'Iran, occorre riconoscere che non è una questione di 'onestà' o 'disonestà' individuale, ma di dottrina religiosa codificata nel diritto islamico (shariah) che permette, anzi talvolta obbliga, la menzogna verso i non-credenti in determinate circostanze.
1a. Definizione Giuridica della Taqiyya
Taqiyya (تقية) è un concetto della giurisprudenza islamica (shariah) che permette il dissimulare le proprie credenze, intenzioni o accordi sotto circostanze specifiche, particolarmente quando si tratta con i non-musulmani ('kafir'). La fonte primaria è il Corano 3:28:
"Let not the believers take the disbelievers as allies instead of the believers. Whoever does so will have no relationship with Allah – unless you take precautions against them."
1b. Applicazione nella Giurisprudenza Sciita (Ja'fari)
L'Iran è una teocrazia sciita. La scuola di giurisprudenza dominante (Ja'fari) riconosce ufficialmente la taqiyya come dottrina vincolante. Di seguito fonti 4A verificate:
- La taqiyya fu sviluppata storicamente durante la persecuzione sunnita degli sciiti (VII-X secolo). Divenne strumento di sopravvivenza legale.
- È codificata nella scuola Ja'fari (la principale scuola sciita) come lecita quando: proteggere la religione, se stessi, i propri beni, o l'Islam stesso.
- Nel 2023, l'Ayatollah Khamenei (Supreme Leader iraniano) ha pubblicamente rivendicato l'uso della taqiyya nella diplomazia nucleare con l'Occidente (Middle East Forum, June 2023). Cit.: 'applying the tactic of taqiyeh to diplomacy, a theological concept.'
1c. Taqiyya non è 'Disonestà' - È Ortodossia Religiosa
Questo è il punto critico che l'Occidente non comprende: per un leader sciita iraniano, mentire a un occidentale non è immorale. È lecito legalmente e teologicamente. Non è una violazione etica. È un esercizio della taqiyya, legittimo secondo la shariah.
Il presupposto occidentale è: 'Se hai firmato un accordo, lo manterrai, perché è immorale disconoscerlo dopo averlo firmato.'
Il presupposto iraniano (sciita) è: 'Ho firmato perché era vantaggioso. Se le circostanze cambiano, ho il diritto religioso-giuridico di rinnegare la firma fatta.'
PARTE II: LA CULTURA NEGOZIALE PERSIANA - STORIA DEL TRADIMENTO PATTIZIO
La taqiyya non è teorica. È pratica. La storia moderna delle negoziazioni iraniane è costellata di rotture di patti, violazioni di accordi, e dissimulazione deliberata.
2a. Il JCPOA (2015): Promesse e Violazioni Documentate
Il JCPOA è l'esempio perfetto di come l'Iran usi la taqiyya nei patti internazionali.
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Fase |
Impegno JCPOA |
Violazioni Documentate (4A) |
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2015-2017 |
Compliance con ispezioni IAEA |
Iran complied (ma non totalmente trasparente su siti militari) |
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2017-2021 (era Trump) |
Limiti su arricchimento: max 3.65% |
Iran violò 5 volte in 2.5 anni (arricchimento a 20%, poi 60%) |
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2021-2026 (era Biden) |
Ripresa trasparenza IAEA |
Iran violò 9 volte in 12 mesi. Nov 2020: 2400 kg U arricchito. Feb 2026: perse accesso IAEA ai siti |
Spiegazione della tabella: l'Iran ha violato il JCPOA 5 volte nel 2017-2021; poi 9 volte in 12 mesi nel 2021-2022. Questo è taqiyya in azione.
2b. Gli Indicatori Storici della Decezione Iraniana
Oltre alla taqiyya religiosa, la cultura negoziale persiana utilizza altri strumenti di dissimulazione documentati storicamente (Campbell, 2006; Assumption Journal, 2014):
- Taarof (taʻarof): decezione attraverso 'diversione dal tema'. Iraniani avanzano proposte che sembrano concilianti ma mascherano il vero obiettivo. (Esempio: 'Vi permetto ispezioni IAEA' ma poi nega accesso ai siti.)
- Khod'eh (خدعه): 'trucco' o 'mezza-verità'. Tecnicamente vero, ma deliberatamente incompleto. (Esempio: 'Non stiamo sviluppando armi nucleari' Vero tecnicamente (forse non stanno costruendo un ordigno completo in quel preciso momento), ma fuorviante perché nel frattempo stanno sviluppando componenti essenziali, progetti di testate, tecnologie di lancio o arricchimento dell’uranio.
- Kitman: concealment / non-divulgazione. Non mentire attivamente, ma nascondere i fatti. (Esempio: non rivelare siti nucleari segreti all'IAEA.)
Questi tre strumenti sono stati documentati nel 'clandestine nuclear network' iraniano (Campbell, 2006, National Observer).
2c. La Prova Contemporanea: IAEA Gennaio 2026
L'evidenza più recente viene dall'IAEA (gennaio 2026, quando l'Agenzia dichiarò: 'Without further cooperation and declarations from Iran... the agency would not be able to conclude that there had been no diversion of declared nuclear material.'
Traduzione: l'Iran sta mentendo sull'ubicazione dell'uranio arricchito e nasconde quantità significative (ISIS Report, June 2026).
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Fonti e riferimenti
Designazioni e non proliferazione: U.S. State Department, Iran tra gli Stati sponsor del terrorismo (dal 1984) e Guardiani della Rivoluzione come organizzazione terroristica (2019); AIEA, dichiarazione di inadempienza dell’Iran (giugno 2025); scorte di uranio al 60% verificate dall’AIEA (oltre 400 kg).
Operazioni militari e morte di Khamenei: Congressional Research Service e cronache (CNN, Times of Israel, Washington Post) sui raid del giugno 2025 e del febbraio 2026; uccisione di Ali Khamenei il 28 febbraio 2026 in un raid congiunto USA-Israele; ammissione di Khamenei (gennaio 2026) sulle migliaia di morti nelle proteste.
Reazioni europee: dichiarazioni di Kaja Kallas (Servizio europeo per l’azione esterna; Euronews); incontro E3 e UE con il ministro Araghchi a Ginevra il 20 giugno 2025.
Papa Leone XIV: Angelus del 22 giugno 2025 (Vatican News, USCCB); attacco di Trump al Pontefice e verifiche dei fatti (PolitiFact, CNN, Newsweek, aprile 2026).
Stretto di Hormuz: U.S. Energy Information Administration e IEA (quote dei flussi, circa 4% verso l’Europa, 84% verso l’Asia, Cina primo acquirente con circa il 38%); American Action Forum e CSIS (Cina principale compratore del petrolio iraniano).
Italia e Sigonella; caso della foto al G7: Newsweek, PBS NewsHour, CNN, AP (marzo 2026 sul diniego della base; 19-20 giugno 2026 sul caso della fotografia e la replica di Meloni e Tajani).
Ucraina e triade europea: NPR, The Hill, Kyiv Post (piano di pace USA, i cinque principi di Starmer, Macron e Merz a Londra, 7 giugno 2026).
Memorandum del 17 giugno 2026: CBC News/Associated Press; House of Commons Library sulla smentita iraniana in materia di arricchimento. Sulla taqiyya, si veda la trattazione estesa nell’articolo principale.

