Aggiornato al 05/06/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Immagine realizzata con strumenti di Intelligenza Artificiale

Clicca qui per ascoltare (In lavorazione)

 

Commento all’articolo di Bruno Lamborghini: “Perché siamo sempre in guerra?”

di Achille De Tommaso

 

Caro Bruno, articolo bellissimo, di quelli che aprono dieci finestre invece di chiuderne una. Ti propongo questo mio commento (in un articolo invece che come “reply”, perché troppo lungo).

Provo così ad aggiungere la mia nuova teoria, perché sulla domanda di fondo (la guerra è la norma o l'anomalia?) ho sviluppato oggi (*) una posizione che ti sembrerà ottimista, e in un caso persino blasfema. Hai ragione: ottanta anni di pace in Occidente, nel calendario della specie, sono un battito di ciglia: trecentomila anni di Homo sapiens, e noi festeggiamo otto decenni come una conquista epocale. Eppure, non è la durata della pace il dato che, secondo me, deve oggi colpire: è un cambiamento più sottile, ma secondo me decisivo: è cambiato il segno morale della guerra; per la prima volta in trecentomila anni.

Per trecentomila anni, meno ottanta, l’Uomo ha fatto guerre; e la storia dell’Uomo, che si impara a scuola è “storia di guerre”. Oggi, invece, ripudiamo le guerre.

***

Fino ad ottant'anni fa la guerra non era soltanto praticata, era desiderata. I giovani ci correvano. Pensa all'agosto del 1914, alle folle festanti a Berlino, Parigi, Londra, ai ragazzi che temevano una cosa sola, che il conflitto finisse prima del loro arrivo al fronte. Pensa agli interventisti del 1915, a un intero vocabolario (l'eroe, la gloria, il sacrificio, "dulce et decorum est pro patria mori") che dava alla guerra una dignità altissima. La guerra era bella, era virile, era giusta quasi per definizione. Oggi le guerre si fanno ancora, e tu ne conti più di cinquanta, ma nessuno le dice più “belle”. Le si chiama obbrobrio, anche mentre le si combatte. Putin stesso non rivendica la gioia della guerra: la traveste da "operazione speciale". L'aggressore di oggi mente, e questa menzogna è un progresso. Significa che il consenso morale, la cosa che per millenni ha reso la guerra possibile su larga scala, si è rotto. Non abbiamo ancora smesso di fare la guerra, ma abbiamo smesso di crederle. È la prima volta nella storia.

E qui arrivo al mio ottimismo, condito dalla provocazione, che dedico al "progettista" dell’Universo. Perché se guardo il disegno con cui siamo stati costruiti, non vedo la mano di un ingegnere saggio; vedo qualcuno che, scusa, lavorava sbronzo. L'evoluzione ci ha plasmati infatti su due pilastri sinistri: la malattia e la violenza. La selezione naturale non ha mai avuto come obiettivo la nostra felicità, e nemmeno la nostra durata: le interessava soltanto che ci riproducessimo prima di morire. Per questo ci ha dato corpi che, in natura, erano già "finiti" intorno ai trenta o quarant'anni, una volta esaurita la stagione fertile. E ci ha dato qualcosa di ancora più crudele: la coscienza della morte. Siamo l'unico animale che sa, fin da bambino, che finirà. Ernest Becker, nel suo "Il rifiuto della morte" (premio Pulitzer, 1974), sosteneva che gran parte della cultura umana, comprese le ideologie che mandano i ragazzi al fronte, nasce proprio dal terrore di quella consapevolezza.

Quanto alla guerra, l'antropologia ci dice che non è un incidente recente. Lawrence Keeley, in "War Before Civilization" (1996), ha demolito il mito del buon selvaggio pacifico: nelle società preistoriche e tribali la percentuale di morti violente era spesso enormemente superiore alla nostra. Napoleon Chagnon, studiando gli Yanomami, documentò come la violenza fosse intrecciata al successo riproduttivo. E Richard Wrangham, in "Demonic Males" e poi in "The Goodness Paradox", mostra come la nostra specie porti scritta nel corpo una doppia eredità: cooperazione straordinaria verso il proprio gruppo, aggressività letale verso l'altro. Il "progettista", insomma, ha messo la guerra nel preventivo. Faceva parte del capitolato.

Ecco perché dico che era sbronzo. Un progetto che usa la peste, il tumore, il terrore della fine e il massacro reciproco come strumenti ordinari di lavoro per l’evoluzione, non è un progetto intelligente: è un pasticcio, salvato solo dal fatto che, alla lunga, ha funzionato abbastanza da arrivare fino a noi.

Ma adesso viene il bello, ed è la mia nuova tesi. Noi quel progetto lo stiamo riscrivendo, lo stiamo violentando. La natura ci voleva morti (l’Oncologo Veronesi affermava che “la Natura è un serial killer”, e abbiamo diritto di difenderci da lei) a trentacinque anni: la stiamo smentendo con i vaccini contro i virus (errori di progettazione o voluti?), gli antibiotici, la chirurgia, e ora con l'ingegneria genetica, l'editing del DNA per aggredire le malattie genetiche (errori voluti?), la medicina della longevità. Stiamo "violentando" la natura, e lo dico con gioia, come un complimento. Siamo la prima, forse unica, specie che si ribella al proprio capitolato.

E la guerra? La mia scommessa è che sia il prossimo capitolo di quella stessa ribellione. Non perché siamo diventati buoni, ma perché abbiamo finalmente gli strumenti per disinnescare la programmazione. La deterrenza nucleare che tu citi (per quanto terribile come paradosso) ha reso la guerra tra grandi potenze un suicidio, e quindi irrazionale. L'interdipendenza economica, le istituzioni sovranazionali, e quel cambiamento morale di cui parlavo all'inizio, sono tutti modi con cui aggiriamo l'istinto invece di obbedirgli. Steven Pinker, in "Il declino della violenza" (2011), per quanto discusso, ha mostrato con i numeri che la violenza pro capite, nel lungo periodo, è calata. È fragile, è reversibile (la tua analisi su Suwalki e sui Baltici lo ricorda bene), ma è una direzione.

L'Europa di cui parli, questo è il punto, non è solo "un'area dove da ottant'anni non si fa la guerra". È un esperimento di laboratorio in cui dei nemici storici hanno deciso, volontariamente, di disattivare il programma. È il gesto dell'ombrello al "progettista" fatto a livello di continente. Per questo sono d'accordo con te quando dici che potrebbe essere un modello esportabile: non è un sogno da educande, è la prova vivente che l'istinto primordiale si può governare.

In sintesi, caro Bruno: alla tua domanda (guerra norma o anomalia?) rispondo che fino a ieri era la norma, e con piena benedizione morale. Oggi resta frequente, ma ha perso la sua legittimità, e questo è la prima crepa nel muro. Stiamo imparando a fare alla guerra ciò che già facciamo alla malattia: a trattarla non come un destino, ma come un problema da risolvere. Il "progettista", se ci guarda, dovrà constatare che le sue creature hanno deciso di stare sobrie; di rifargli il “progetto” in maniera più decente.

Un abbraccio, Achille

 

(+) Credo di averne già scritto o commentato su NEL FUTURO: la mia precedente, ferma, teoria era che l’Uomo non può fare a meno delle guerre, perché la sua evoluzione è stata progettata mediante malattie e guerre.

 

Inserito il:05/06/2026 17:20:34
Ultimo aggiornamento:05/06/2026 17:27:42
Condividi su
ARCHIVIO ARTICOLI
nel futuro, archivio
Torna alla home
nel futuro, web magazine di informazione e cultura
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)


Questo sito non ti chiede di esprimere il consenso dei cookie perché usiamo solo cookie tecnici e servizi di Google a scopo statistico

Cookie policy | Privacy policy

Associazione Culturale Nel Futuro – Corso Brianza 10/B – 22066 Mariano Comense CO – C.F. 90037120137

yost.technology | 04451716445