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Aggiornato al 19/10/2018

Lorenzo Delleani (Biella, 1840 - Torino, 1908) – Atto costitutivo della FIAT (1899)

 

Lingotto 50 anni dopo

di Tito Giraudo

 

Renzi, per rilanciare il PD e rilanciarsi lui dopo le ultime vicissitudini, presenta la sua candidatura a Segretario, con quel pasticcetto a mezza strada tra Congresso e Primarie.

Lo fa al Lingotto di Torino, la vecchia fabbrica voluta immediatamente dopo la prima guerra mondiale da Giovanni Agnelli fondatore della Fiat (da non confondersi con l’altro, l’Avvocato, che a momenti la distruggeva).

Per chi ha la memoria lunga o anche solo un’età consona, che il Lingotto sia diventato il feticcio della Sinistra ha un che di esilarante, come se si facesse la beatificazione laica di Giordano Bruno in Piazza S. Pietro.

Il Lingotto è un simbolo. Positivo per la Fiat, sicuramente negativo per la sinistra. Immediatamente dopo la guerra sull’onda della Liberazione, Sinistre e Sindacato (la GGIL era ancora unitaria) decisero che Il Senatore Agnelli dovesse pagare cara l’adesione al Fascismo e con lui Valletta.

In realtà. Il Senatore, al di là della tessera fu un fascista solo formalmente. Odiava il Ras Torinese De Vecchi e non permise mai rappresaglie squadriste all’interno della fabbrica.

Lui e Valletta poi, dopo l’8 settembre giocarono su due tavoli, uno con i tedeschi perché non distruggessero gli stabilimenti (tanto che il loro comandante della piazza di Torino nel dopo guerra sarà il concessionario Fiat per la Germania), e con gli Americani e la Resistenza con cospicui finanziamenti a quest’ultima.

Nel 45, Agnelli dovette mettersi in salvo nel Cuneese, Valletta fu arrestato e gli fu tolta la direzione della fabbrica che fu data a quel Giovanni Parodi che aveva fatto l’occupazione della medesima nel 20.

Come è andata finire è risaputo. Intervenne il CLN e Valletta fu reintegrato prima che la Fiat fallisse. Intanto il Senatore era morto.

Negli anni successivi la Fiat fu oggetto di quella sindacalizzazione ideologica anticapitalista che animò soprattutto la CGIL, depurata dai cattolici della Cisl e dai socialdemocratici della UIL.

Valletta che non era una mammoletta, dopo la sconfitta delle sinistre del 48 si prese la rivincita distruggendo letteralmente la FIOM.

Il Lingotto, come la Mirafiori, per la sinistra divennero il simbolo dello sfruttamento e della repressione padronale e, lo stesso Berlinguer di fronte alla forzata ristrutturazione, pena il fallimento, minacciò negli anni ottanta di occupare la Fiat.

Coerenza vorrebbe che il Lingotto non può, anche ora che è un Centro commerciale e il mausoleo della Famiglia Agnelli, essere un simbolo per la sinistra. E poi, diciamolo, a Veltroni ha portato sfiga!

E’ viceversa il simbolo della rivoluzione industriale italiana, in quanto quello stabilimento si ispirò al fordismo e alle fabbriche americane, soprattutto al Taylorismo che non fu proprio una cosa di sinistra, almeno di quella sinistra.

Il Lingotto è stato anche protagonista della ripresa sindacale degli anni 60.

Dopo la disfatta della FIOM, la creazione del Sindacato (il SIDA) di emanazione vallettiana ci furono anni di stallo per la FIOM. Il Centro sinistra cambiò tutto, se penso che il PCI lo combatté strenuamente solo perché le riforme di sinistra le faceva il PSI, mi spiego perché non abbia resistito un sol giorno alla caduta del muro.

Una delle cose che cambiarono, riguardò il clima sindacale. Noi socialisti della FIOM ci battemmo con forza per l’Unità, i comunisti resistettero strenuamente, poi il Partito su pressione migliorista cambiò idea e il dialogo poté essere proficuo.

Tornando al Lingotto, quando FIOM, FIM e UILM per la prima volta, elaborarono la piattaforma contrattuale iniziarono gli scioperi. Tutto scioperavano meno i Fiattini.

Valletta ad ogni rinnovo contrattuale precedeva la Confindustria con concessioni superiori, togliendo ogni velleità combattiva ai propri dipendenti, il tutto accompagnato da un clima interno poliziesco e pesantemente antisindacale.

Chi scrive, fu il responsabile sindacale proprio del Lingotto e proprio in quel frangente. Avevo ottimi rapporti con la Fim e con la Uilm e quindi quando proponemmo una grande manifestazione di lavoratori a Torino fu facile che diventasse unitaria.

La mattina dello sciopero, all’alba, un centinaio di pulmann entrarono in Corso Giulio Cesare. Li guidai fino al Lingotto. Il primo “crumiro arrivò che erano le 5, in bicicletta. Fu alzato di peso e accompagnato, lui e la bici, sul marciapiede opposto. Bastò quello perché coloro che volevano entrare stessero a guardare come si metteva.

Si mise bene, pochissimi entrarono e lo sciopero si propagò al secondo turno della Mirafiori.

Gli stessi operai che il giorno prima non ritiravano nemmeno i volantini, presi improvvisamente da conati di eroismo sindacale non trovarono di meglio che disselciare le rotaie del tram. Iniziò così la ripresa sindacale che, come sempre avviene in questo Paese, passò da un’esagerazione all’altra: nessun potere prima, troppo potere dopo, con le conseguenze che paghiamo ancora ora.

Ma veniamo a Renzi, che ci azzecca con il Lingotto?

Quegli scioperi non li facemmo solo per il contratto, ma per i diritti sindacali che al trenta per cento erano rivolti ai lavoratori e per il settanta al Sindacato e in particolar modo ai sindacalisti che sono diventati una delle caste più privilegiate del panorama italico.

Non si può, giustamente, abolire l’articolo 18, rottamare la concertazione sindacale e poi cercare i simboli operaisti, senza rendersi conto che sono simboli fasulli, come è fasulla l’attuale cultura della sinistra che non ha saputo fare i conti con il passato, se non con autocritiche consolatorie e troppo tardive.

Secondo me Renzi, se fallirà, non fallirà perché non ascolta la sinistra ma perché non presta attenzione sufficientemente al nuovo che avanza.

Non ha nulla da vergognarsi per aver perso il referendum, sarà il tempo a dargli ragione.

Piuttosto, se gli capiterà di dirigere ancora il PD e di tornare a governare, ci farebbe cosa gradita se volesse dire la verità agli Italiani, che saranno anche un po’ sciagurati ma non imbecilli del tutto.

Il nuovo Renzi, se ci sarà, difficilmente non sarà il bulletto, prepotente e assolutista che abbiamo conosciuto, perché questa è la caratteristica dei leaders e a me personalmente non scandalizza. Vorrei che al Lingotto ci dicesse che se va al Governo, la musica cambia: più spending rewiew e meno concessioni clientelari tantomeno elettorali.

Soprattutto, deve dirci se in questo disastro proporzionale, è per la lista di partito o di coalizione. La cosa sembra di secondaria importanza ma non lo è. Se rilancerà il vecchio Ulivo di prodiana memoria, almeno io, saprò per chi non votare.

Sul Lingotto aleggiano gli spiriti del vecchio Agnelli, di Valletta e perché no, di Marchionne. Non di Parodi, Trentin e Berliguer.

Mentre scrivo è iniziata la Kermesse. Renzi ha parlato. Promette sfracelli riformisti. Sperem, direbbero i Lumbard.

 

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Inserito il:13/03/2017 09:03:13
Ultimo aggiornamento:13/03/2017 09:06:26
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