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Aggiornato al 15/10/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo, 1868 - 1907) - Il Quarto Stato (1901)

 

Un po’ di Storia, per capire la crisi del sindacato (3)

di Tito Giraudo

 

Parte terza

(Seguito)

 

Lunedì 28 Gennaio nella sala del Centro Pannunzio, presenterò due interessanti libri di Alberto Cipriani, sindacalista e studioso delle problematiche legate all’innovazione tecnologica e digitale nella fabbrica moderna.

Ho avuto il piacere di ascoltare l’autore in una altrettanto interessante relazione al Convegno sull’ Intelligenza artificiale svoltosi a Torino il 10 Ottobre 2018. La presentazione dei volumi servirà anche ad una riflessione sul Movimento sindacale attualmente.

 

Nel mio fueilleton storico sindacale, ho parlato soprattutto della CGIL, non perché sia il solo Sindacato presente, e ora nemmeno più quello veramente importante, quanto perché gli errori di questa Confederazione hanno giocato un ruolo determinante nella storia del novecento.

Fino all’avvento del Fascismo, la CGIL fu un grande sindacato unitario che tutto sommato aveva saputo arginare le divisioni della sinistra politica, quella che generò il Sindacalismo rivoluzionario che a sua volta generò il Fascismo e il Comunismo (ne riparleremo), due facce della stessa medaglia assolutista.

Nel dopo guerra, i vecchi partiti di massa ritornarono più agguerriti ed arzilli che pria e quindi, ci fu il primato della politica anche verso il mondo sindacale, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

La crisi della politica si è ripercossa sul Sindacato.

Non considerare che oggi le categorie più importanti e più numerose per il Sindacato sono quelle dei pensionati e del pubblico impiego, significa non voler capire l’involuzione sindacale degli ultimi anni.

Fare finta di rappresentare i pensionati portandoli nelle “vacanze romane” dove, tra il Colosseo, Trastevere e le matriciane, i miei colleghi vecchietti manifestano il più delle volte contro i loro interessi dal momento che questi coincidono con l’equilibrio di bilancio dell’INPS, senza il quale le pensioni potrebbero anche essere messe in discussione.

Che dire poi del Pubblico Impiego? Dove il Sindacato che rivendica di rappresentare anche la società tutta, difende soprattutto interessi corporativi che danneggiano la collettività e dove la redditività è un optional lasciato a pochi singoli volenterosi, spesso guardati con sospetto dai colleghi.

Un caso emblematico è quello della CISL, Sindacato che meglio di tutti cerca di interpretare i tempi nuovi, però, quando si tratta di affrontare le tematiche del Pubblico Impiego pensa soprattutto al patrimonio di iscritti che garantisce, in maniera considerevole, la vita e il benessere degli apparati.

Ne sa qualche cosa il buon Brunetta che meglio di tutti ha tentato (senza riuscirci con misure stabili) di aumentare l’efficienza degli apparati burocratici a tutti i livelli.

Oggi, fare il sindacalista, a differenza del sindacalismo fino agli anni 60, è una professione ben retribuita, sia dal tesseramento che con abili accorgimenti è diventato praticamente obbligatorio, sia dalle furbate dei CAF, veri e propri doppioni del lavoro che dovrebbero fare gli Enti Previdenziali.

Queste storture, hanno trasformato il Sindacato in erogatore di servizi parasindacali e sempre meno in soggetto di vero politica sindacale attenta ai tempi che cambiano.

Detto questo, dobbiamo riconoscere che una parte del movimento Sindacale si è posto domande sullo sviluppo futuro, mentre un’altra si è limitata a corteggiare e, qualche volta, pure a sostenere il Movimento 5Stelle che probabilmente considerano un’espressione moderna della sinistra.

Entrambe le spinte provengono soprattutto dai Sindacati Metalmeccanici che fanno capo a due personaggi che stanno facendo parlare di loro: Marco Bentivogli e Maurizio Landini (anche se ha lasciato la segreteria ma comunque ne ha dato la linea).

I due leader metalmeccanici non potrebbero essere più diversi.

Landini è un quadro operaio, ha fatto la gavetta partendo come delegato sindacale, ora è arrivato alla segreteria della CGIL viste le notizie odierne. A mio parere, il pensiero di Landini è la vera apoteosi della catena di errori compiuti dalla sinistra sindacale in questo Paese.

Landini vive in un altro tempo, interpreta il sindacalismo in senso ideologico come se esistesse ancora “il padrone delle ferriere”, mi ricorda Emilio Pugno, il segretario FIOM di Torino degli anni 60 che viveva di ricordi ordinovisti, parlava di aristocrazia operaia, soprattutto era convinto della superiorità comunista rispetto al mondo intero: quello che un giorno mi disse che tra Comunisti e Socialisti c’era la differenza che passa tra il risotto e la merda.

Occorre dire che quel sindacalista era stato licenziato negli anni 50 dalla Fiat di Valletta, mentre questo è stato un comunista emiliano, sindacalizzatosi lavorando in una cooperativa rossa e il semplice fatto che sia rimasto comunista la dice lunga sulla confusione mentale.

Landini, ha trasformato la FIOM dalla punta avanzata della CGIL, nella punta barricadera e populista della CGIL, convinto di avere ancora di fronte la fabbrica fordista e un padronato ottocentesco. Con lui l’unità sindacale dei metalmeccanici è al minimo storico.

Non avendo più un riferimento di un certo peso a sinistra, è diventato grillino, riuscendo a spostare le simpatie dei suoi iscritti in quella direzione. Se ha visto lungo, oppure corto, lo diranno i risultati a favore del mondo del lavoro di questo Governo.

Mentre scrivo, apprendo che Landini è il nuovo Segretario Generale della CGIL. Mi dicono che per arrivare alla segreteria ha saputo mediare, abbandonando il suo populismo sindacale. Se è solo tattica, tra le tante disgrazie di questi ultimi mesi, questa è una delle peggiori.

Landini merita un articolo tutto per lui. (Un po’ di pazienza….). Marco Bentivogli. Non so se scalerà anche lui la sua Confederazione. Me lo auguro.

Bentivogli, è un raro esempio di sindacalista moderno. Vede la fabbrica e il lavoro senza lenti ideologiche, soprattutto volge lo sguardo al futuro e all’innovazione interpretati come opportunità. Tutto questo, lo ha dimostrato in contrapposizione proprio con Landini sulle principali vertenze: ILVA, soprattutto FCA, dove la sua linea è passata tra i lavoratori.

Termino questa serie di articoli con alcune considerazioni.

Tra i tanti ritardi che questo Paese sta vivendo, anche quello sindacale ha giocato e gioca una partita decisiva.

A differenza del Regno Unito, dove il Movimento Sindacale ha dato origine al Laburismo, da noi, il Socialismo, pur ispirandosi alle lotte sindacali, ha una matrice intellettuale borghese. I fondatori furono avvocati, professori persino ingegneri (Camillo Olivetti). Giustamente fino all’avvento fascista, tra Sindacato e Partito ci fu correlazione ma ognuno giocò il suo ruolo.

Nel dopo guerra, come ho scritto, il sindacato, anzi i sindacati, hanno seguito a traino le vicende politiche.

La CGIL era per la lotta di classe. CISL e UIL interclassisti. Negli anni settanta, con le lotte unitarie il Movimento acquistò un immeritato potere politico. La concertazione che avrebbe dovuto riguardare i temi genuinamente sindacali, si spostò su tutto lo scibile politico, condizionando nel bene, ma sovente nel male, i vari Governi. Gran parte del debito pubblico vede tanti “compagni di merende”, tra cui il sindacato.

Naturalmente quanto successo è imputabile soprattutto alla debolezza politica.

In un Paese, dove il bipolarismo è stato spazzato via in odio al Berlusca, siamo tornati alle intese più o meno larghe che oggi chiamiamo eufemisticamente: contratto di Governo, un pateracchio tra interessi elettorali.

Un Movimento Sindacale forte, soprattutto autonomo potrebbe essere, non solo di stimolo ma soprattutto di argine alle nuove demagogie. Purtroppo, a parte come ho dello alcuni settori della CISL, prevale la demagogia e il corporativismo delle singole categorie.

La carenza principale oggi del Movimento Sindacale nel suo complesso, è di non prendere atto che stiamo definitivamente uscendo dal ciclo della “rivoluzione industriale”, sia della prima quella della macchina a vapore, sia della seconda, quella dell’energia elettrica.

L’informatica, l’automazione e la globalizzazione saranno la terza rivoluzione industriale?

Credo di sì.

Prima il Movimento sindacale ne prenderà atto e prima potrà rappresentare gli interessi del mondo del lavoro.

L’industria, al di là del progresso tecnologico, è cambiata anche come punti di riferimento. I manager stanno soppiantando la figura del “padrone”, la finanza quello dell’industriale. Certo, tutto ciò non riguarda ancora la piccola e in parte la media industria che, nel caso italiano, sono sempre preponderanti. Il che sarà anche un bene in questa fase specifica di riassestamento della grande industria ma, col tempo, tutti gli indicatori ci dicono che sarà un limite nel mercato globale, soprattutto per quello che riguarda di queste aziende la capacità di investire, soprattutto di ricercare e innovare. In troppi settori siamo a rimorchio.

Il sindacato deve fare la battaglia ideologica contro il progresso tecnologico e la globalizzazione?

A me sembra quella degli indiani d’America che combattevano il treno con frecce ed archi.

Uno dei cavalli di battaglia sindacali, è stato quello dell’articolo 18, reso un feticcio al di là della sua reale incidenza sui problemi occupazionali. L’accanimento denuncia però, a mio parere, la permanenza nel novecento della mentalità sindacale.

Sicuramente la giusta causa ha avuto una sua validità per quanto si riferiva alle libertà sindacali dentro le fabbriche, ma, sui problemi dell’occupazione, la sua incidenza è stata pari allo zero, anzi ha creato sicuramente un freno.

Se ne accorgerà Di Maio con il suo decreto dignità.

Più volte, ho scritto che il Governo del cambiamento in realtà, è quello della restaurazione, sembra di essere tornati agli anni 60-70 senza lo sviluppo economico di quel periodo.

La nuova industria, quella informatizzata e automatizzata, l’unica che reggerà la concorrenza in quest’era globale che possiamo ritardare ma non esorcizzare, supererà sicuramente i vecchi rapporti di lavoro, l’industria avrà sempre meno operai e sempre più tecnici il cui rapporto con l’azienda sarà sempre più legato alla preparazione e al merito.

Non è lontano il tempo in cui le aziende chiederanno l’articolo 18 per tutelarsi dalla fuoriuscita del tecnico che hanno faticosamente formato. Certo, questa è una provocazione ma non si è mai vista un’azienda che licenzia (se non per motivi sindacali e non sempre) un lavoratore valido, anzi se questo vuole lasciarla farà di tutto perché non se ne vada.

In sintesi, il Sindacato Italiano ha davanti a sé due modelli nei rapporti: quello otto-novecentesco, oppure il modello americano, con poche regole e massima libertà da ambo le parti nei rapporti di lavoro.

Quest’alternativa secca non piacerà certamente ai puristi del sindacato ideologico, ma è quella che garantisce i più alti livelli occupazionali.

Queste, secondo me, le sfide principali del sindacalismo del terzo millennio.

 

Inserito il:25/01/2019 11:32:18
Ultimo aggiornamento:25/01/2019 12:03:48
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