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Aggiornato al 18/03/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo, 1868 - 1907) - Il Quarto Stato (1901)

 

Un po’ di Storia, per capire la crisi del sindacato (1)

di Tito Giraudo

 

Parte prima

 

Lunedì 28 Gennaio nella sala del Centro Pannunzio, presenterò due interessanti libri di Alberto Cipriani, sindacalista e studioso delle problematiche legate all’innovazione tecnologica e digitale nella fabbrica moderna.

Ho avuto il piacere di ascoltare l’autore in una altrettanto interessante relazione al Convegno sull’ Intelligenza artificiale svoltosi a Torino il 10 Ottobre 2018. La presentazione dei volumi servirà anche ad una riflessione sul Movimento sindacale attualmente.

 

Dopo aver fatto un po’ di legittima promozione all’evento, vorrei però fare alcune considerazioni sullo stato dell’arte del Sindacato in Italia, inteso naturalmente come Movimento sindacale in generale.

Stiamo discutendo animatamente sulla crisi dei Partiti in funzione dell’ipotetico superamento delle ideologie novecentesche, senza avvederci che in questo marasma socio politico, la figura del sindacato, secondo me, risulta altrettanto colpita.

I giovani, sicuramente non ricordano quale è stato il ruolo del sindacato dagli anni 60, fino alla caduta della Prima Repubblica, soprattutto negli anni 70-80, quando la triade Lama-Carniti-Benvenuto, contava di più di molte compagine governative, con la sola esclusione a mio parere del governo Craxi. Poteva essere quello, il tempo di una vera unità sindacale e quindi della agognata trasformazione post ideologica del Movimento sindacale. Così non è stato.

Occorre per maggior chiarezza fare un po’ di storia sindacale del nostro Paese.

Dovrei iniziare dalle origini, ma questo è un articolo e non un saggio storico e quindi inizierò dall’immediato dopo guerra, quando sull’onda dei miti resistenziali anche il sindacato rifiutò di guardare in faccia la realtà di un Paese che non era uscito da un movimento di popolo ma, da una guerra civile, entrambe combattute senza il popolo. Parlo di ciò, semplicemente per sottolineare che i grandi processi politici in Italia, hanno sempre avuto una ben modesta partecipazione popolare, almeno in senso attivo.

Certo, all’indomani della Liberazione ci sentimmo tutti eroi, tutti partigiani in una gara, quella si populista, a chi si sentiva più rivoluzionario.

Nacque allora la “fake” che il Fascismo non fosse un prodotto degli errori di destra e sinistra, ma il solito bieco complotto dei poteri forti e quindi, una parte consistente del Paese, la sinistra frontista, individuò nel capitalismo industriale, il più facilmente visibile nel panorama economico, tutte le responsabilità.

Oggi, si attribuisce a Palmiro Togliatti, il ruolo di leader moderato e nazionalista, salvatore della democrazia. Tacendo che fu un emissario di Stalin, almeno fino alla dipartita del medesimo, non solo, ma durante gli anni moscoviti si dimostrò sempre prono ai voleri del satrapo con i baffi.

Parliamoci chiaro, se Yalta non ci avesse affidato all’occidente, Togliatti sarebbe stato uno dei tanti dittatori comunisti se non alla Ceausescu, forse alla Gomulka (ma non è detto), e nemmeno alla Tito. Questo, per quella coerenza di fedeltà alla rivoluzione d’ottobre che nemmeno il suo amico Antonio Gramsci tenne fino in fondo, forse perché uno era in una galera italiana e l’altro a Mosca.

Accenno a queste cose, perché troppi hanno dimenticato cosa era il PCI di quegli anni. Lo stesso che deteneva il maggior potere sindacale nella CGIL unitaria dell’epoca.

Senza la presenza di un così forte Partito Comunista, sarebbe stata possibile la ricostruzione sindacale su base unionista o simili. Ci fu invece un fenomeno che chiameranno “cinghia di trasmissione” dove il sindacato doveva essere la presenza comunista nel mondo del lavoro, fenomeni analoghi ci furono per il movimento Cooperativo, le associazioni di categoria e, in una certa qual misura, anche tra gli intellettuali.

Togliatti, fu però anche un fine stratega, in una situazione come quella italiana conoscendo benissimo il campo internazionale, condusse una politica del doppio binario, moderato nelle istituzioni lasciando però mano libera alla base di sognare il comunismo.

Non voglio dilungarmi sulle esperienze di gestione operaia dell’immediato dopo guerra, dell’esautorazione di industriali e dirigenti dalla nelle fabbriche che, per fortuna, durarono poco. Tuttavia quando fu superata questa fase, il Sindacato fu spronato, fino alla debacle del 48, ad un rivendicazionismo permanente, più politico che sindacale che prima provocò la scissione sindacale con i cattolici e i socialdemocratici, poi con la controffensiva degli industriali, la liquidazione nelle principali fabbriche, prima fra tutte la Fiat a Torino.

Quando dalla Olivetti fui catapultato alla Fiom di Torino, alla Fiat su 200.000 lavoratori avevamo 350 iscritti. Vero anche che il sindacato metalmeccanico aveva iniziato con il ritardo di un decennio la solita autocritica sinistrosa.

I leader della Fiom dell’epoca, erano: Bruno Trentin comunista e Piero Boni socialista.

Trentin se lo ricordano in molti perché sarà segretario confederale, di Boni si è persa memoria, eppure fu lui meno brillante e colto di Trentin, a far uscire il sindacato metalmeccanico dagli anni 50.

Erano i primi anni del Centro Sinistra, noi sindacalisti socialisti ce la passavamo male, l’insulto più bonario era: “socialtraditori” una rimasticatura dei comunisti degli anni 20 verso i socialisti dell’epoca.

Per noi sindacalisti socialisti, fu imperativo cercare di aprire la Fiom al nuovo clima politico. I temi che ci impegnarono furono: la partecipazione del sindacato alla programmazione economica e poi soprattutto la ripresa del processo unitario.

Il congresso della FIOM del 65 ci vide battaglieri con la quasi totalità del fronte comunista della Fiom schierato contro. Perché la nostra linea vinse? Perché Boni aveva gli attributi, era il segretario aggiunto, non era un oratore ma aveva le idee ben chiare, e poi soprattutto ci fu l’intervento di Luciano Lama che prese la parola qualche intervento dopo il mio, sostenendo l’esatto contrario delle tesi di Trentin, inaugurando la fase della dialettica comunista. Vincemmo quel congresso soprattutto grazie a colui che a Torino dai compagni del sindacato veniva spregiativamente definito “il riformeur”.

Tutto cambiò dopo quel congresso, l’unità si realizzò soprattutto con i cattolici della FIM CISL. Affrontammo i rinnovi contrattuali in modo unitario e dopo oltre un decennio di “crumiraggio” riuscimmo a far scioperare la FIAT. Poteva essere un inizio, ma così non fu.

I Cislini, da buoni cattolici del tipo dei “popolari” (alla Sturzo s’intende), dimostrarono da subito che trovavano più stimolante la demagogia operaia dei comunisti e quindi noi socialisti perdemmo smalto, aiutati dal nostro scarso peso nelle fabbriche e dalle divisioni perpetue interne al Partito che si ripercuotevano anche nel sindacato. Ma l’evento che maggiormente influenzò, fu il 68 e le contestazioni studentesche.

Non avvertimmo con chiarezza in quell’anno, ciò che sarebbe successo.

Forse noi Socialisti lo avvertimmo prima dei Comunisti, in quanto molti giovani della Federazione Giovanile lasciarono il partito per finire nella galassia dei Movimenti.

La stessa cosa successe, ma con ritardo tra i Comunisti, i quali guardarono prima con sufficienza al movimento Studentesco e poi con fastidio, quando questi virarono dalla contestazione alla scuola verso miti di operaismo gramsciano.

La sinistra, che di Gramsci ha fatto un santino, è mia convinzione per carenze storiche, non abbia mai valutato il ruolo deflagrante che le teorie “ordinoviste” ebbero prima del fascismo, poi tra i sessantottini.

Ce li trovammo fuori delle fabbriche quei ragazzi, tutti in eskimo, tutti operaisti e rivoluzionari impegnati a portare il verbo ai nuovi quadri sindacali usciti dagli scioperi, e qui ci fu il grande errore del Sindacato: essere a rimorchio, non governare il rivendicazionismo più rivoluzionario che sindacale che ne seguì, costruendo una casta sindacale di fabbrica che anche se contava il due da picche negli apparati sindacali, ristabilì un clima simile a quello che ho tratteggiato all’inizio.

Ci fu l’unità sostanziale tra FIOM, FIM e UILM, senza che alcuno però si avvedesse quello che sarebbe successo.

Il Movimento studentesco aveva virato da una parte, verso pseudo partitini velleitari, e nel terrorismo dall’altra.

Le fabbriche ne fecero le spese, perché furono coinvolte dagli uni e purtroppo anche dagli altri, finché, ravvedutisi, le forze politiche e sindacali si unirono per liquidare l’intero campo.

Ancora una volta, il Sindacato commise l’errore di sottovalutare i disastri che l’attenzione alla fabbrica da parte dei sessantottini aveva provocato.

Siamo in pieno berlinguerismo: Enrico Berlinguer, un altro santo comunista, la cui azione va meglio approfondita perché provocò, a mio parere, più guai che benefici alla sinistra, a parte il transitorio successo elettorale.

Voglio motivare questo mio giudizio.

Sono gli anni di Bettino Craxi e il suo tentativo Mitterandiano di rifondare anche in Italia un socialismo moderno.

Sarebbe stato possibile un dialogo con i Comunisti ormai orfani dei miti sovietici? Io credo di si. Naturalmente le responsabilità non vanno addebitate tutte ai Comunisti, i quali non erano ancora pronti al salto ideologico del post muro, e d’altra parte Craxi non avrebbe fatto sconti.

Come per il sindacato, ci fu la saldatura con i cattolici. Bettino era un pericolo per entrambi.

Berlinguer s’inventò così la questione morale che, per carità aveva un suo fondamento, ma certo non vedeva estranei né i Comunisti, i quali avevano messo in piedi un’esattoria permanente a livello di Comuni, Provincie e Regioni dove governavano, oltre al filo diretto con gli appalti che all’epoca venivano divisi equamente tra imprenditori e il mondo della Cooperazione di produzione e lavoro. Per carità, è vero che i Socialisti nel prendere le tangenti facevano spartizioni disinvolte, mentre i comunisti lavoravano per la parrocchia ma, ad ogni buon conto nessuno poteva dirsi puro.

Come è finita lo sappiamo, ma sul piano sindacale il PCI fu pronto a far valere la sua forza che allora era consistente.

L’inizio della grande trasformazione tecnologica della fabbrica fu di quegli anni.

La Fiat, era stremata sia dal clima di anarchia sindacale, sia dagli esuberi. Aveva iniziato il processo di automazione, favorito dallo sviluppo informatico e a tutto ciò, si aggiunse una delle tante crisi economiche di tipo congiunturale che impedivano il ricollocamento degli operai in esubero causa l’automazione. Chiese una barcata di licenziamenti ed ebbe come risposta “la lotta dura senza paura” (uso il frasario dell’epoca), che culminò con il famoso comizio di Berlinguer fuori dalla Mirafiori, minacciando il ritorno a quell’occupazione delle fabbriche che oltre cinquant’anni prima contribuì fortemente alla liquidazione della sinistra.

Come andò finire? La marcia dei quarantamila, la trattativa, dove il Sindacato dovette capitolare perdendo la possibilità di partecipare al governo dei nuovi processi produttivi.

Mentre in Germania il Sindacato entrava nella modernità, in Italia continuava a leccarsi le ferite per colpe in gran parte sue.

(Continua)

 

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Inserito il:10/01/2019 19:36:25
Ultimo aggiornamento:16/01/2019 21:50:49
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