Aggiornato al 17/04/2024

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

 

Donne kamikaze

di Vincenzo Rampolla

  

Sono dette shahida le donne kamikaze che scelgono di essere martiri per Allah. E la loro scelta è condivisa dall’opinione pubblica. Da un sondaggio a Nablus, oltre il 60% l’approva. Hamas e Jihad sono le formazioni islamiche che vietano alle donne l’accesso all’Intifada (rivolta), veto ignorato dalla Brigata dei Martiri di al-Aqsa (legata a Al-Fatah), per la quale non c’è alcuna fatwa (norma) che proibisca a una donna di immolarsi.

Circolano nei campus universitari di Gerusalemme, studentesse di famiglie colte e benestanti e additate come le suicide dell’Intifada. Giurano di essere pronte a morire, orgogliose delle martiri che le hanno precedute.

L’adesione a una cultura del martirio e del sacrificio umano non nasce in un ambiente di ignoranza o indigenza e per piegare in favore del terrorismo suicida la volontà di donne e uomini di livello, ci vogliono giuste forme di propaganda, camuffando le missioni suicide con un valore di affrancamento dalla ghettizzazione in cui la cultura islamica le ha da sempre soggiogate.

È così che la shahida diventa icona di un movimento sociale di carattere femminista. Nei territori palestinesi, ad esempio, per arruolare le suicide circolano opuscoli, si organizzano riunioni e intervengono testimonianze mirate. È così che ragazze appena adolescenti si dichiarano pronte a morire e sono approvate in pieno per un delirante desiderio condiviso dalla famiglia. Maneggiano lanciagranate, ci sanno fare con gli esplosivi e questo sognavano da bambine.Shahid è il martire maschio, al quale il Corano promette splendide vergini in paradiso, 72 in totale, mentre la shahida in premio ne diventerà la regina, la più attraente.

 

Nel 1985 la prima è la 17enne libanese Saana Muhaidily. Si fa saltare in aria lanciata con la sua Peugeot bianca contro un posto di blocco a Batr Shaouf, facendo fuori 2 soldati e ferendone altri 12. Prima di morire, con tragico copione ormai classico, ha registrato un messaggio in cui era pronta a immolarsi per cacciare gli Israeliani dal Libano. Fino ad oggi le donne, per motivi di ordine  religioso  e  sociale, erano escluse da azioni  di questo genere, con Saana cambia l’ordine delle cose. Il suo gesto è interpretato come un monito alla coscienza di milioni di uomini arabi. Negli anni ’80 diviene icona popolare per il Medio Oriente, riceve pubbliche lodi dal Presidente siriano Assad e le vengono dedicate poesie e preghiere.

 

Soprattutto si scatena un virulento spirito di emulazione.

Il 9 luglio dello stesso announ’altra donna la imita, al volante di un’auto imbottita di esplosivo. Si lancia contro un posto di blocco a Ras Bayada nel Libano meridionale: 2 soldati polverizzati.

Il 27 gennaio 2002 Wafa Idris, infermiera 28nne, arriva a Gerusalemme su un’ambulanza della Mezzaluna Rossa. Entra in un negozio di calzature e chiede il prezzo di un paio di scarpe. Esce e si incammina lungo via Jaffa. Alle 12.20 l’esplosivo che porta nella borsa deflagra. I 10 chili uccidono un’anziana guida turistica e feriscono decine di civili. Il suo gesto viene imitato da altre ragazze.

Il 27 febbraio la studentessa 21enne  Darin Abu Aishe si fa saltare in aria al posto di blocco di Maccabim.

Il 12 aprile è Andaleeh Takatka a farsi esplodere alla fermata dell’autobus.

Il 4 ottobre anche sul lungomare di Haifa arriva la morte, portata dall’avvocato Hamady Tayer Jaradat. Le avevano ucciso il fratello. Cercava vendetta.

Reem al-Reyashi è la prima donna-bomba della Brigata dei Martiri, giovane madre di 2 bimbi di 3 e 1 anno. Ha fatto secchi 4 israeliani al valico di Erez, posto di controllo dei manovali diretti in Israele.

 

E la lista continua, interminabile. Continua con Obeida abu Aisha. Voleva diventare una martire a tutti i costi, come suo fratello e come 2 cugini. Viene arrestata a giugno 2002, prima di mettere a segno il colpo, ruffianata certo da chi conosceva il suo piano. Condannata a 5 anni di carcere, condivide la  sezione  del penitenziario di Ha Sharon  con altre 37 donne, tutte incriminate per terrorismo, 3 di loro aspiranti kamikaze. Non tutti i loro attentati programmati sono andati a termine. Paradossalmente il confronto con uomini e donne disposti all’estremo sacrificio immerge l’occidentale in una realtà culturale che dà più valore alla morte che alla vita, che porta all’estremo il confronto tra la vacuità della vita terrena e il valore della vita eterna.

 

E proprio il potere propagandistico assunto dall’atto del suicida è assolutamente ineguagliabile. La causa per cui si combatte è superiore, anche alla propria vita, messaggio diretto alla sua gente, messaggio forte e drammatico anche  per le altre Nazioni: Noi arriviamo a quello che per voi è il valore fondamentale, l’esistenza, dice il miliziano, e la morte vi arriva in centri commerciali, strade, mercati, celata dentro borsette o nascosta sotto le vesti, simulando una gravidanza. Il mantra è dunque portare alla morte una donna, complici i simboli della femminilità: l’immancabile borsetta e l’attesa di una maternità. Da una donna non si aspettano atti crudeli o di sterminio, concezione che ha portato gli psicologi a interrogarsi sulle tecniche di manipolazione e di reclutamento degli attentatori suicidi, ad esempio la programmazione mentale, tipo di lavaggio del cervello che si snoda tra processi di cancellazione della coscienza, privazione di cibo, assunzione di droghe, infusione di stati d’animo di paure e sensi di colpa.

 

Interpretazioni germinate in un’ottica tipicamente occidentale. Il criterio con cui si compie una scelta suicidaria è in realtà legato a valori più di comunità e di peso sociale che individuali. È così che l’atto suicida diviene facilmente gesto eroico: più debole è l’individuo, più il martirio lo eleva. Il corpo è l'ultimo scudo e la morte è pianificata. Non è sofferta, cupa, introversa, bensì è libera determinazione, esecuzione convinta, implacabile uccisione. La donna-martire non rischia più la vita, la offre come sacrificio alla comunità in nome di un ideale o dell’onore. Diventerà un idolo, un’eroina popolare capace di affascinare e coinvolgere solo con il suo nome. Nessuna donna kamikaze potrà mai essere dimenticata, verrà emulata da altre donne come lei.                    

Per cogliere in profondità il fenomeno kamikaze e il ruolo della donna nella società islamica, è d’obbligo calarsi in una cultura fortemente impregnata dell’idea della morte.

 

Qual è la massima gratificazione per una donna islamica? Diventare madre di uno shahid, martire per Allah. Si giunge all’obiettivo attraverso una complessa formazione in cui la donna veste un ruolo primario. Attraverso il gioco, i video e altro materiale ineggiante all’Islam, deve insegnare ai figli a nutrire un profondo odio verso il nemico. Una volta compiuto il massimo sacrificio, quello della vita del figlio, saranno le donne della famiglia a organizzare riti funebri dove non una sola lacrima sarà versata. La donna che piange al funerale di un martire è una vergogna agli occhi di Allah. In una cultura in cui i valori sono improntati più alla collettività che al singolo, per il bene comune una madre è pronta a “perdere” anche i figli che non sono suoi. Ogni donna e uomo palestinese è in primis soldato, combattente.

 

E qui sta l’incapacità di Israele di capire il fenomeno delle donne suicide, focolaio che ha aumentato i suoi errori strategici e l’umiliazione, primissimi tragici effetti di involuzione e smarrimento, pedana per l’Intifada.     

Il fenomeno delle guerriere kamikaze non è limitato al conflitto tra israeliani e  palestinesi. Altri teatri di morte, anche se meno strombazzati dalle cronache, sono Cecenia, Sri Lanka e Kurdistan.

 

In comune con la causa palestinese, in Cecenia si può anzitutto individuare l’effetto di una religiosità sconcertante e inesplicabile agli occhi occidentali, diretta a temprare giovani votate a morire per vendetta. Abbondano le testimonianze di torture, sparizioni, stupri compiuti da soldati russi e dai mercenari. Lo stupro pare essere un valido motivo per le donne kamikaze cecene. In una cultura che premia e accentua il valore della purezza, della totale incontaminazione, lo stupro è simbolo di estremo annullamento, di inquinamento da parte dell’estraneo. Il corpo profanato della donna perde ogni valore sociale. Come vendicare la violenza subita. Come purificarsi? Annullandosi ,  trascinando con sé il nemico, ferendolo  negli  affetti, colpendo i bambini, le donne, gli ignari clienti   del ristorante o gli spettatori a teatro. L’etica della scelta, anche estrema, è sancita da un codice che, se disonorato, è arbitro della vita e della morte. Scrive Anna Politkovskaja, giornalista russa assassinata: Non servono altri sforzi per trasformare una donna cecena in una terrorista suicida usa e getta, perché tutto è già stato fatto.

 

Il riscatto sociale può essere invece la motivazione che spinge la donna a prendere parte ad uno dei più sanguinosi conflitti interetnici, quello che vede fronteggiarsi in Sri Lanka la maggioranza cingalese buddista e i tamil   indù. Almeno un terzo delle circa 10.000 tigri è costituito da donne, in gran parte minorenni. Grande enfasi viene data all’emancipazione femminile: dal 1984 reparti femminili partecipano agli scontri con l’esercito dello Sri Lanka, dal 1987 è attivo un campo di addestramento per sole donne nell’isola di Jaffa e nel 1990 la guida di una sommossa è stata affidata a una donna. In Kurdistan la mentalità è estremamente conservatrice.

La donna vive subordinata all’uomo: viene venduta al marito e vive segregata in casa. Il PKK  (Partito dei lavoratori curdi ) nasce proprio dal malcontento delle donne, descrivendo la guerriglia come riscatto della loro condizione e sfruttandone la gratifica per reclutarle. È così che dei 15 attentati kamikaze messi a segno dal PKK, 11 sono stati compiuti da donne. Nella consapevolezza che l’occidentale non ha la corretta spiegazione del fenomeno kamikaze ,  lontano dalla sua visione, si delinea un’immagine delle donne kamikaze ancora più complessa e, forse, meno comprensibile per chi non vive in prima persona in scenari di conflitto permanente, di prevaricazione, frustrazione ma anche di orgoglio e dignità personale, capace di fondersi, attraverso un bagno di sangue, con l’orgoglio nazionale.

 

A St. Denis, Francia, durante un blitz a novembre 2015 una donna si è fatta saltare in aria, prima attentatrice suicida jihadista d'Europa. A Parigi, 4 giorni fa, una 38enne, inneggiando a Allah, ha minacciato di morte i passeggeri del treno regionale, simulando a voce il suono di una bomba. Sottrattasi agli inviti della polizia a mostrare le mani libere da armi, è stata colpita dagli agenti e arrestata. Sono peraltro molti i Paesi in cui gruppi militanti islamici arruolano donne per le loro azioni.

Durante la ventennale occupazione israeliana del sud del Libano, molte donne si sono fatte esplodere per colpire obiettivi israeliani. Nei territori occupati della Palestina, a partire dal 2002, 11 donne si sono immolate in attacchi suicidi. Fra queste, la 27enne infermiera Wafa Idris, prima palestinese saltata in aria nel centro di Gerusalemme a gennaio 2004, con la morte di un israeliano.

In Iraq il 9 novembre 2005 Abu Musab al-Zarqawi, leader di Al Qaeda, invia un commando suicida di 4 donne in Giordania, per colpire la sala da ballo dell’hotel Radisson di Amman, con un banchetto nuziale di centinaia di persone. Fra gli attentatori c’è Sajida al-Rishawi con il marito Ali al-Shamari. Lui innesca la sua cintura esplosiva, quella della moglie si inceppa. Lei fugge. Arrestata è costretta a confessare e esibire la cintura difettosa davanti alla tv giordana. Nel 2006 è condannata a morte. Con l’abbattimento da parte di Israele di un caccia giordano in territorio siriano, sfuma il tentativo di barattarne la liberazione con  un ostaggio giapponese e il pilota del caccia, entrambi salvatisi e poi uccisi.


Fin dagli anni '80 in Turchia si ha notizia di attentati suicidi compiuti da donne curde. Il più recente risale al 6 gennaio scorso, quando un commando suicida, composto anche da donne, si è fatto esplodere davanti ad una stazione di polizia di Istanbul, uccidendo un agente e ferendone un altro.
 

In Russia, sono chiamate vedove nere le donne kamikaze cecene e di altri luoghi del Caucaso settentrionale. Molte sono sposate o imparentate con militanti islamici separatisti uccisi dalle forze governative, due di loro hanno partecipato agli attentati nella metropolitana di Mosca del 2010 in cui sono rimaste uccise 37 persone con 173 feriti. Nel 2002 le vedove nere parteciparono all'assalto al teatro moscovita Dubrovka, in cui morirono 117 ostaggi, tutti per i gas usati dalle forze speciali.


In Nigeria cresce l’impiego di donne kamikaze, anche bambine, da parte dell'organizzazione terroristica sunnita Boko Haram che, dopo la morte nel 2009 del fondatore Mohammed Yusuf, costituisce tuttora la minaccia più grave alla stabilità politico-economica e sociale del Paese. Le donne vengono rapite e costrette con la forza o con l'inganno. Nei pressi di una moschea e di una casa privata a Kofa, capitale dello Stato del Borno (nord-est Nigeria), 5 donne si sono fatte esplodere con 12 morti e 11 feriti. Secondo la Nema (National Emergency Management Agency), ci sarebbero state anche 2 esplosioni nel campo di 10.000 sfollati in condizioni disperate, sfuggiti alle violenze del gruppo terrorista.

A dicembre 2015, al mercato di Madagali, 2 donne hanno causato la morte di 30 persone. A marzo 2016 ancora 2 donne a Maiduguri, sede di un comando militare, esplodendo davanti alla moschea, hanno procurato 22 morti e 17 feriti. A febbraio 2018 al mercato del pesce di Konduga, l’esplosione di 3 donne ha ucciso 19 persone e fatto 70 feriti.

 

In India, una donna Tamil era nel commando suicida che nel 1991 uccise il Primo Ministro Rajiv Gandhi.

 

(consultazione:  carla silvestrel – ministero della difesa; la repubblica; il manifesto; nigrizia)

 

 

Inserito il:12/11/2023 17:47:57
Ultimo aggiornamento:12/11/2023 18:05:45
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