Aggiornato al 17/03/2026

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I pericoli del programma nucleare iraniano: una minaccia per la stabilità globale

di Achille De Tommaso

Mentre l’Europa sta a guardare

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L'Europa ha subito negli anni numerosi attentati terroristici attribuibili all'Iran o ai suoi proxy, che dimostrano il pericolo costante rappresentato dal regime di Teheran. Tra i casi storici più noti vi sono le bombe a Parigi nel 1985-1986, orchestrate da gruppi legati a Hezbollah con supporto iraniano, che causarono decine di morti e centinaia di feriti. Nel 1989, l'assassinio del leader curdo Abdul Rahman Ghassemlou a Vienna, in Austria, fu attribuito agli agenti iraniani. L'anno successivo, nel 1990, Kazem Rajavi, dissidente iraniano, fu ucciso in Svizzera. Nel 1992, l'attentato al ristorante Mykonos a Berlino, in Germania, portò all'uccisione di quattro leader curdi oppositori del regime. Più recentemente, nel 2018, furono sventati complotti in Francia (un piano per bombardare un raduno dell'opposizione iraniana a Parigi), in Danimarca (tentato assassinio di un leader del Movimento Arabo per la Liberazione dell'Ahwaz) e in Albania (piani contro dissidenti). Nel 2022, l'Albania subì cyberattacchi attribuiti all'Iran, portando alla rottura delle relazioni diplomatiche. Nel 2023, un tentativo di assassinio in Spagna contro il politico Alejo Vidal-Quadras fu legato a Teheran, seguito nel 2024 da un attacco a Haarlem, nei Paesi Bassi. Con l'escalation della guerra nel 2026, gli attacchi si sono intensificati: esplosioni all'ambasciata USA a Oslo, in Norvegia, ad opera di fratelli di origine irachena sospettati di legami con proxy iraniani; bombardamenti e sparatorie in Belgio e Norvegia collegati a Teheran; e attacchi a sinagoghe a Liège (Belgio) e Rotterdam (Paesi Bassi), oltre a centri ebraici a Bruxelles e Amsterdam, considerati parte delle reti proxy iraniane. Questi episodi, spesso mirati a dissidenti, ebrei o interessi occidentali, evidenziano come l'Iran utilizzi il terrorismo come strumento di politica estera, con un rischio accentuato dalla guerra in corso.

Se l'Iran acquisisse armi atomiche, il pericolo per l'intera Europa si amplificherebbe drammaticamente. Un "ombrello nucleare" potrebbe incoraggiare Teheran a intensificare attacchi proxy senza timore di ritorsioni, trasformando l'Europa in un fronte di instabilità con potenziali escalation catastrofiche, migrazioni di massa e minacce dirette a città europee. In un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, l'amministrazione Trump e Israele hanno intensificato le operazioni militari contro l'Iran, motivati principalmente dalle preoccupazioni relative al suo programma nucleare. Secondo rapporti ufficiali, l'Iran ha accumulato quantità significative di uranio arricchito, avvicinandosi pericolosamente alla soglia per lo sviluppo di armi atomiche. Questo articolo esplora i rischi associati al controllo di tecnologie nucleari da parte di un regime accusato di sponsorizzare il terrorismo, le fonti che hanno rilevato tali materiali, lo stato attuale del conflitto e perché l'Europa ha un interesse vitale nel prevenire che l'Iran acquisisca capacità nucleari.

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La Pericolosità del Nucleare in Mani Iraniane

L'Iran è spesso descritto come uno "stato terroristico" per il suo sostegno a gruppi armati come Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq e gli Houthi in Yemen, che hanno destabilizzato il Medio Oriente attraverso attacchi proxy e operazioni asimmetriche. Se l'Iran ottenesse armi nucleari, questi rischi si amplificherebbero esponenzialmente, estendendosi all'Europa dove proxy iraniani potrebbero operare con maggiore audacia sotto la protezione nucleare. Un arsenale atomico potrebbe fornire a Teheran un "ombrello nucleare" per proteggere le sue attività terroristiche, rendendo più difficile per la comunità internazionale intervenire contro le sue aggressioni regionali e globali.

Inoltre, la proliferazione nucleare in Iran potrebbe innescare una corsa agli armamenti nel Medio Oriente. Paesi come l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia potrebbero sentirsi obbligati a sviluppare programmi nucleari propri per bilanciare la minaccia, aumentando il rischio di incidenti o guerre atomiche. Esperti avvertono che un Iran nucleare potrebbe destabilizzare ulteriormente la regione, con conseguenze globali come interruzioni nelle forniture energetiche e migrazioni di massa verso l'Europa, aggravando le vulnerabilità del continente già esposto al terrorismo iraniano.

Fonti che Hanno Individuato Uranio Arricchito

Le prove sul programma nucleare iraniano provengono principalmente dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), l'organismo ONU responsabile del monitoraggio nucleare. Secondo un rapporto IAEA del febbraio 2026, l'Iran possedeva circa 440,9 kg di uranio arricchito al 60% di purezza prima degli attacchi USA-Israele del 2025, una quantità sufficiente per produrre materiale per circa 10 armi nucleari se ulteriormente arricchito al 90%. Questo livello di arricchimento è considerato un "passo breve" verso il grado bellico, e l'IAEA ha perso l'accesso a diversi siti iraniani dal giugno 2025, rendendo impossibile verificare lo stato attuale delle scorte.

Siti chiave come Isfahan, Natanz e Fordow sono stati identificati come centri di arricchimento. Ad esempio, l'IAEA ha rilevato attività regolari a Natanz, dove l'Iran produceva uranio arricchito al 5% U-235, ma con cascate di centrifughe capaci di scalare rapidamente. Immagini satellitari del febbraio 2026 indicano tentativi iraniani di riaprire tunnel sotterranei a Isfahan per recuperare uranio altamente arricchito, stimato intorno ai 200 kg ancora presenti nel sito nonostante i bombardamenti. Altre fonti, come rapporti del Congresso USA e analisi di think tank come l'Institute for Science and International Security, confermano che l'Iran ha accumulato materiale per più bombe atomiche, con capacità di breakout (tempo per produrre una bomba) ridotta a settimane.

Lo Stato Attuale della Guerra

Il conflitto tra USA, Israele e Iran è esploso nel febbraio 2026, con strikes congiunti su siti nucleari, basi missilistiche e infrastrutture militari iraniane. Entro il 28 febbraio, USA e Israele hanno lanciato quasi 900 attacchi in 12 ore, degradando le difese aeree, i missili balistici e le capacità nucleari dell'Iran. L'Iran ha risposto con lanci di missili balistici come il Sejjil, mirati a siti israeliani, e attacchi di droni su installazioni USA e israeliane, inclusi tentativi di colpire il reattore nucleare di Dimona.

Al 16 marzo 2026, la guerra è al suo tredicesimo giorno, con l'Iran che punta su una strategia di endurance: disruptions nel Strait of Hormuz hanno causato un'impennata dei prezzi del petrolio, e attacchi cyber e su infrastrutture energetiche come Kharg Island hanno intensificato la crisi globale. USA e Israele hanno "funzionalmente sconfitto" le capacità missilistiche iraniane, eliminato gran parte della leadership e ritardato il programma nucleare di decenni, ma l'Iran resiste attraverso proxy come Hezbollah, che ha intensificato attacchi sul Libano meridionale. Negoziazioni mediate da Oman ed Egitto sono in stallo, con Teheran che rifiuta un cessate il fuoco senza concessioni.

L'Europa come al solito “sta a guardare”. Ma non può permetterselo

Per comprendere la posizione dell'Occidente sulla questione nucleare iraniana occorre partire da un dato di fatto spesso sottovalutato nel dibattito pubblico europeo: l'Iran non è un problema lontano. È un problema che riguarda direttamente la sicurezza del continente, la stabilità energetica delle sue economie e la tenuta del sistema di non-proliferazione nucleare su cui si fonda l'ordine internazionale dal 1968.

L'Europa lo sa bene, perché è stata proprio l'Unione Europea a guidare, fin dal 2003, la diplomazia nucleare con Teheran. Quel percorso diplomatico lungo e faticoso portò nel 2015 alla firma del JCPOA, l'accordo internazionale con cui l'Iran accettava di limitare drasticamente il proprio programma di arricchimento dell'uranio in cambio della revoca progressiva delle sanzioni economiche. Fu presentato come un successo storico della diplomazia multilaterale, e per molti aspetti lo era. Ma conteneva un difetto strutturale che avrebbe finito per minarlo dall'interno.

Il problema delle "sunset provisions"

Il JCPOA non imponeva restrizioni permanenti al programma nucleare iraniano. Molte delle clausole più importanti avevano una data di scadenza, fissata tra dieci e quindici anni dalla firma. Queste cosiddette "sunset provisions" significavano in concreto che, una volta trascorso il periodo previsto, l'Iran avrebbe potuto riprendere legalmente attività di arricchimento sempre più avanzate, con un "breakout time", il tempo necessario per produrre materiale sufficiente a un'arma nucleare, che si sarebbe ridotto a poche settimane.

Fu esattamente su questo punto che si concentrò la critica dell'amministrazione Trump, condivisa da Israele e da una parte consistente degli analisti strategici americani. L'accordo, secondo questa lettura, non eliminava la minaccia nucleare iraniana: la rinviava. E nel frattempo, grazie ai fondi sbloccati dalla revoca delle sanzioni, Teheran avrebbe potuto rafforzare la propria economia, il proprio apparato militare e la propria rete di proxy regionali. Trump definì il JCPOA un "cattivo accordo" e nel 2018 gli Stati Uniti si ritirarono unilateralmente.

La risposta europea: buone intenzioni, scarsi risultati

L'Europa reagì con rammarico. Francia, Germania e Regno Unito, i cosiddetti E3, si impegnarono pubblicamente a preservare l'accordo e crearono un meccanismo finanziario chiamato INSTEX, pensato per aggirare le sanzioni americane e mantenere un canale commerciale aperto con Teheran. L'iniziativa si rivelò però largamente inefficace: nessuna grande impresa europea era disposta a rischiare l'esclusione dal mercato americano per mantenere rapporti commerciali con l'Iran. L'INSTEX rimase in larga misura una dichiarazione di principio senza conseguenze operative.

Da allora la situazione è peggiorata. L'Iran ha progressivamente ridotto la cooperazione con l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, impedendo l'accesso degli ispettori a diversi siti nucleari e rifiutando di fornire risposte sulle tracce di uranio arricchito rinvenute in strutture non dichiarate. Più di recente, Teheran ha rifiutato di sedersi al tavolo negoziale con gli Stati Uniti, rendendo ancora più difficile qualsiasi percorso diplomatico.

L'Europa, intanto, è rimasta in una posizione di sostanziale impotenza: divisa al proprio interno, priva di strumenti di pressione autonomi, incapace di esercitare un'influenza reale sugli eventi.

Le conseguenze concrete per l'Europa

Il rischio di un Iran dotato di armi nucleari non è un'astrazione geopolitica. Le sue conseguenze investirebbero direttamente l'Europa su almeno tre fronti.

Il primo è la sicurezza. Un Iran nucleare innescherebbe quasi certamente una corsa al riarmo nel Medio Oriente, con Arabia Saudita, Turchia e Egitto che cercherebbero di dotarsi a loro volta di capacità nucleari. La destabilizzazione regionale che ne deriverebbe produrrebbe nuovi conflitti, nuove ondate migratorie verso l'Europa e un rafforzamento delle reti terroristiche che Teheran già finanzia e coordina, e che hanno colpito il suolo europeo in più occasioni negli ultimi decenni.

Il secondo è l'energia. L'Europa dipende in misura significativa dalle importazioni di idrocarburi, e qualsiasi disruption nel Golfo Persico si traduce immediatamente in aumenti dei prezzi del petrolio e del gas che colpiscono le economie europee, in particolare quella tedesca e quella francese. Una crisi nucleare nel Golfo renderebbe questi rischi strutturali e permanenti.

Il terzo è l'equilibrio transatlantico. Un Iran nucleare costringerebbe l'Europa a scelte difficili tra la fedeltà all'alleanza con gli Stati Uniti e la ricerca di una stabilità regionale autonoma, esponendo le già fragili relazioni transatlantiche a tensioni potenzialmente irreversibili.

La posta in gioco è globale

La questione nucleare iraniana non riguarda soltanto Israele e gli Stati Uniti. Riguarda l'intero sistema di non-proliferazione costruito nell'ultimo mezzo secolo, riguarda la sicurezza energetica europea, riguarda la capacità dell'Occidente di gestire le crisi prima che diventino catastrofi. L'Europa, che fu protagonista della diplomazia nucleare con Teheran, non può ora ridursi al ruolo di spettatrice. La diplomazia resta lo strumento prioritario, ma una diplomazia senza strumenti di pressione credibili non è diplomazia: è inerzia.

Fonti Principali

Fonti aggiuntive sugli attentati terroristici in Europa legati all'Iran:

Scritto con la collaborazione di

ADT – Istituto per la Complessità Contemporanea

 

 

Inserito il:17/03/2026 16:23:48
Ultimo aggiornamento:17/03/2026 18:33:45
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