Immagine realizzata con strumenti di Intelligenza Artificiale
In difesa dei numeri del governo Meloni
di Achille De Tommaso
Perché il bilancio economico dell’attuale governo regge alla prova dei fatti, sanità compresa e perché una parte dei media italiani ha scelto di non raccontarlo, o di raccontarlo alla rovescia.
Sulla falsariga di un mio precedente articolo, in cui descrivevo i benefici economici degli USA nell'era Trump, per lo più nascosti dai media, ho voluto scrivere un articolo analogo per l'Italia del Governo Meloni. Con una differenza: questa volta non mi limito a mettere in fila i numeri. Documento anche il modo in cui quei numeri sono stati trattati da una parte della stampa italiana. Perché il silenzio, in un sistema mediatico, non è mai un incidente: è una scelta editoriale. E il travisamento lo è ancora di più.
***
I conti pubblici: il risultato più netto
Partiamo dal dato che nessuno può contestare, perché lo certifica l'ISTAT. L'indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche, il deficit, è sceso dall'8,1 per cento del PIL nel 2022 al 3,1 per cento nel 2025: in tre anni il disavanzo si è più che dimezzato, e l'Italia si è avviata a uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo. Il Ministero dell'Economia certifica inoltre che l'Italia è l'unico Paese del G7 tornato in avanzo primario già dal 2024. Non è un dettaglio contabile: è la condizione che permette a tutto il resto di reggere. Un Paese che tiene i conti in ordine paga meno interessi, ottiene fiducia, e può permettersi di spendere dove serve.
Ora fate un esercizio mentale. Immaginate che il deficit fosse salito dall'8,1 all'11 per cento. Quante prime pagine? Quanti editoriali sul Paese allo sbando? Quanti talk show con il contatore del debito in sovraimpressione? Il dato reale, quello con il segno giusto, ha ricevuto il trattamento opposto: qualche trafiletto nelle pagine economiche, nessuna apertura, nessun approfondimento televisivo dedicato. Verificatelo voi stessi: cercate una prima pagina di Repubblica, del Fatto Quotidiano o del Domani costruita sul dimezzamento del deficit. Buona fortuna.
Lo spread: la fiducia si misura in punti base
Nell'autunno 2022, quando il Governo si insediava, il differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco viaggiava intorno ai 230 punti. Alla fine del 2025 era sceso sotto quota 80, e nel gennaio 2026 ha toccato un minimo di 58 punti, il più basso da oltre un decennio. Lo spread è il termometro con cui i mercati misurano la solidità di un Paese, e quel termometro dice che la fiducia nell'Italia è cresciuta; mentre altrove, si pensi alla Francia, la stessa fiducia si incrinava. Una parte del merito sta nella politica monetaria europea, è giusto ricordarlo, ma i mercati non premiano chi non fa i compiti a casa: la disciplina di bilancio italiana ha permesso al Paese di raccogliere quel premio.
E qui arriva il primo dettaglio rivelatore sul fronte mediatico. A raccontare per prima, con la dovuta evidenza, la portata di questa svolta non è stata la grande stampa italiana: è stata Bloomberg, agenzia americana, che nel luglio 2025 ha certificato lo spread ai minimi dal 2010 e ha riconosciuto al Governo di aver conquistato «credibilità sui mercati finanziari». I lettori italiani hanno appreso la notizia di riflesso, attraverso le riprese delle agenzie finanziarie estere. Quando i mercati bocciavano l'Italia, lo spread apriva i telegiornali ogni sera. Ora che la promuovono, del termometro non parla più nessuno. Il termometro è lo stesso: è cambiata la convenienza del titolo.
Il lavoro: numeri da record, e il capolavoro del travisamento
Il tasso di disoccupazione, che nel 2022 si aggirava intorno all'8 per cento, è sceso al 5,0 per cento a maggio 2026, il minimo dall'inizio della serie storica attuale, che parte dal 2004. Gli occupati hanno toccato quota 24,3 milioni, un massimo storico. La disoccupazione giovanile è scesa al 15,1 per cento, anch'esso un minimo mai registrato. Non è un rimbalzo passeggero: è un mercato del lavoro che, mese dopo mese, macina record.
Ed è proprio qui che il travisamento tocca il suo vertice tecnico. Il 4 marzo 2026 Il Fatto Quotidiano commenta i dati ISTAT che certificano un nuovo minimo storico della disoccupazione. Il titolo non registra il record: lo neutralizza. Il fuoco viene spostato sugli inattivi, cresciuti di 322 mila unità in un anno, e sul fatto che la crescita mensile degli occupati riguarderebbe solo gli uomini. Nel pezzo trova ampio spazio il senatore del Movimento 5 Stelle Mario Turco, secondo il quale i festeggiamenti della destra dimostrerebbero ignoranza dei numeri. L'accusa di ignoranza, si noti, rivolta a chi cita il dato ufficiale ISTAT così come l'ISTAT lo pubblica.
Sia chiaro: il tema degli inattivi è reale e merita analisi seria, e nessun mercato del lavoro è privo di ombre. Ma osservate la tecnica, perché è un manuale in miniatura: quando i dati aggregati sono negativi, il dato aggregato basta e avanza per istruire il processo al Governo. Quando i dati aggregati sono positivi, improvvisamente l'aggregato non basta più, e si scava nelle sottocategorie finché non se ne trova una che consenta il titolo negativo. Il metro cambia a seconda del risultato che deve produrre. Peraltro, i mesi successivi hanno smontato anche la lettura pessimista: ad aprile 2026 il tasso di inattività è sceso al minimo di sei mesi, e a maggio gli occupati hanno confermato il massimo storico. Aspettiamo il titolo di rettifica. Senza trattenere il respiro.
La Borsa e l'inflazione
L'indice FTSE MIB di Piazza Affari è raddoppiato, dai circa 21.000 punti del 2022 fino al record storico di 52.432 punti toccato il 16 giugno 2026. E l'inflazione, che nel 2022 aveva raggiunto in media l'8,1 per cento sull'onda dello shock energetico, è rientrata all'1,5 per cento nel 2025, restituendo potere d'acquisto alle famiglie. Anche qui i fattori esterni contano, il ciclo dei mercati e le decisioni della Banca Centrale Europea, e va detto con onestà. Ma il quadro d'insieme è coerente: un Paese percepito come più stabile, con i conti in ordine e i prezzi sotto controllo, è un Paese in cui investitori e famiglie tornano ad avere fiducia. Anche in questo caso, provate a ricordare un'apertura di telegiornale dedicata al raddoppio della Borsa di Milano. Quando nel 2011 lo spread saliva, le edizioni straordinarie si sprecavano.
La sanità: il metro giusto è la spesa per abitante
Veniamo al punto più contestato, e al travisamento più sistematico. Il ritornello dei critici è sempre lo stesso: la spesa sanitaria in rapporto al PIL resta ferma intorno al 6,3 per cento; dunque, il Governo avrebbe definanziato il sistema. La filiera di questo racconto è documentabile riga per riga. Today titola che sui tagli alla sanità Meloni sarebbe smentita dal suo stesso governo, e la prova offerta è, per l'appunto, il rapporto spesa su PIL in discesa. Il gruppo del Partito Democratico alla Camera, nel febbraio 2026, dichiara la sanità pubblica al collasso per colpa dei tagli e conia la formula della «tassa Meloni». Le interviste al presidente della Fondazione GIMBE parlano di un calo definito indiscutibile degli stanziamenti, costruito, ancora una volta, sulla percentuale del PIL. È un ritornello che sbaglia lo strumento di misura, e lo sbaglia per tre ragioni molto semplici.
La prima. Il bisogno di salute non cresce con la ricchezza. Se il PIL sale, non per questo ci si ammala di più. Legare la spesa sanitaria alla dimensione dell'economia significa pretendere che, in un anno di crescita, lo Stato spenda di più in ricoveri e medicine anche quando i malati sono gli stessi. È un automatismo che non ha alcun fondamento clinico. La salute di una popolazione dipende dai suoi bisogni reali, non dall'andamento della Borsa o delle esportazioni.
La seconda, che discende dalla prima. Quando il PIL cresce, e in questi anni è cresciuto, il rapporto tra spesa e PIL scende anche se la spesa in valore assoluto aumenta. È pura aritmetica: se il denominatore corre più del numeratore, la frazione cala. Nel 2025 il PIL italiano ha raggiunto i 2.258 miliardi di euro, in aumento del 2,5 per cento in valore rispetto all'anno prima. Con un'economia che si espande a questi ritmi, mantenere il rapporto stabile al 6,3 per cento significa, nei fatti, spendere di più ogni anno. Il rapporto che non sale racconta la salute dell'economia, non la malattia della sanità. Chi lo agita come prova di un taglio confonde una buona notizia, la crescita, con una cattiva.
La terza. La popolazione italiana si sta riducendo. I residenti sono scesi sotto i 59 milioni, e la componente con cittadinanza italiana cala da anni per effetto dell'inverno demografico. Meno persone da assistere vuol dire che ogni euro speso pesa di più a testa. Ed è esattamente qui che si trova il metro corretto, quello che i media evitano di mettere in prima pagina: la spesa sanitaria pubblica pro capite. Su questo i numeri sono nitidi. Secondo gli stessi dati OCSE che vengono usati per accusare il Governo, elaborati dalla stessa Fondazione GIMBE che i giornali citano quando serve il titolo sui tagli, la spesa sanitaria pubblica per abitante in Italia è passata da 3.255 dollari nel 2022 a 3.835 dollari nel 2024. Un aumento di quasi il 18 per cento in due anni: un incremento reale, per ciascun cittadino. Il dato sta nello stesso dataset da cui viene estratto il rapporto sul PIL. I giornali che pubblicano il secondo hanno il primo sotto gli occhi. Scelgono di non vederlo.
A questo si aggiunge ciò che il rapporto sul PIL non vede. Il Servizio Sanitario Nazionale non cura soltanto i residenti iscritti all'anagrafe: garantisce per legge le cure essenziali e urgenti anche a chi si trova sul territorio senza titolo di soggiorno, attraverso il codice STP. Il sistema serve quindi una platea più ampia della sola popolazione ufficialmente censita, e regge questo carico mentre la spesa per abitante sale. È bene, per rigore, non forzare questo argomento: le stime più recenti indicano che la presenza irregolare è in diminuzione e che gli sbarchi sono calati in misura netta nel 2024. La difesa del bilancio sanitario non ha bisogno di allarmi che i dati non confermano; le basta un fatto solido: la spesa pro capite che cresce.
E c'è il capitolo delle misure concrete, quelle che non compaiono nelle percentuali ma si vedono negli ospedali. Il Fondo Sanitario Nazionale è salito da circa 126 miliardi del 2022 a 143,1 miliardi per il 2026, oltre dieci miliardi in più. Sono stati stanziati fondi dedicati per abbattere le liste d'attesa e avviato un piano pluriennale di assunzioni per migliaia di medici e infermieri. È stata sospesa in via temporanea l'età pensionabile obbligatoria per i medici del Servizio Sanitario, aumentato il numero di accessi alle facoltà di Medicina, e più che raddoppiato il numero di posti di specializzazione, con il sostegno del PNRR. Sono interventi che affrontano il vero collo di bottiglia del sistema, la carenza di personale, e che nessun racconto costruito sul solo rapporto spesa su PIL riesce a cogliere.
Resta un'obiezione onesta, e va affrontata a viso aperto: altri Paesi europei hanno speso di più, ed è un tema reale per il futuro del sistema. Ma è un'obiezione diversa dall'accusa di taglio: dire che altri corrono più forte non equivale a dire che noi siamo fermi. In spesa per abitante l'Italia, negli ultimi due anni, ha speso di più, non di meno. Il recupero del divario è una sfida legittima da porre al Governo per gli anni a venire, ma il taglio, semplicemente, non c'è stato.
Lo sguardo svizzero: quando la distanza aiuta a vedere
Chi volesse leggere un racconto onesto dell'economia italiana di questi anni farebbe bene ad attraversare il confine. La Neue Zürcher Zeitung, quotidiano liberale zurighese che nessuno può sospettare di simpatie preconcette per il Governo di Roma, ha dedicato al fenomeno una serie di analisi di un equilibrio che la stampa, molto progressista, italiana non ha mai eguagliato. Nel maggio 2025 la NZZ registrava che il PIL pro capite italiano, per la prima volta dopo lunghi anni, ha raggiunto il livello francese, che Moody's ha portato l'outlook dell'Italia a positivo per la prima volta in circa venticinque anni, e che la politica di bilancio prudente del Governo ha calmato i mercati. Nell'ottobre 2025 il quotidiano si spingeva a chiedersi, fin dal titolo, se l'Italia si stia trasformando «vom Schuldensünder zur Stabilitäts-Ikone», dal grande peccatore dei conti pubblici a icona della stabilità; osservando che gli investitori acquistano con decisione i titoli di Stato italiani, che le agenzie alzano i rating e che perfino la stampa internazionale loda il percorso di consolidamento. In un'altra analisi, nell'estate 2025, la NZZ riconosceva che i numeri del mercato del lavoro italiano si fanno rispettare e che il bilancio, pur gravato da un debito enorme, è tenuto sotto controllo.
E attenzione, perché qui sta la lezione di metodo, quella che rende il confronto impietoso. La NZZ non fa propaganda per Meloni: attribuisce una parte del merito alla continuità con la linea di Draghi, critica con durezza la produttività, segnala la debolezza dell'industria. Questo è giornalismo: prima si riconoscono i fatti, poi li si discute, anche aspramente. Il problema di una parte della stampa italiana non è la critica, che è legittima e necessaria in ogni democrazia: è la negazione del fatto. Si può sostenere che i record del lavoro nascondano fragilità; non si può titolare come se il record non esistesse. Si può chiedere più spesa sanitaria; non si può chiamare taglio un aumento. Un quotidiano di Zurigo, che scrive per lettori svizzeri e non deve vincere alcuna battaglia elettorale italiana, riesce a fare quello che i quotidiani che si autoproclamano indipendenti non fanno: distinguere il dato dal giudizio.
Il metodo del travisamento: tre mosse ricorrenti
Messi in fila, gli esempi rivelano una grammatica precisa, fatta di tre mosse ricorrenti. La prima è il silenzio: la notizia positiva non viene smentita, perché smentirla sarebbe impossibile; viene semplicemente omessa, o relegata dove nessuno la vede, mentre lo stesso indicatore, quando aveva il segno opposto, apriva le edizioni. La seconda è il cambio di metro: quando il dato ufficiale è favorevole, si cambia indicatore finché non se ne trova uno sfavorevole. Dal fondo sanitario che cresce si passa al rapporto sul PIL che scende; dai disoccupati che calano si passa agli inattivi che salgono. Il metro non è mai scelto prima di guardare il risultato: è scelto in funzione del risultato. La terza è la certificazione mancata: l'accusa viene presentata come verdetto, il collasso come dato acquisito, la tassa Meloni come voce di bilancio, senza che il lettore sia mai messo in condizione di verificare la fonte primaria. Chi legge un solo giornale non ha strumenti per accorgersene. Per questo il confronto diretto con le fonti primarie, ISTAT, Banca d'Italia, OCSE, e con la stampa estera indipendente, svizzera in testa, resta, a mio parere, l'unico antidoto disponibile.
Il quadro d'insieme
Rimessi in fila, i numeri raccontano una storia coerente. Un Paese che ha dimezzato il deficit, riportato lo spread ai minimi, spinto l'occupazione a livelli mai visti, riportato l'inflazione sotto controllo e aumentato, per ciascun cittadino, la spesa per la salute. Su alcune di queste voci hanno contribuito fattori esterni, e sarebbe disonesto negarlo, come sarebbe disonesto negare che un Governo che sbaglia i conti quei fattori esterni li subisce invece di cavalcarli. La differenza tra un Paese che oggi paga meno interessi e uno che ne pagherebbe di più la fa la disciplina di chi governa. I numeri, quelli veri, presi alla fonte e non nella versione degli avversari politici, dicono che questa disciplina c'è stata, e che ha prodotto risultati.
Non è censura: è peggio, perché la censura almeno si vede. È la costruzione quotidiana e silenziosa di una realtà parallela in cui i record non esistono, gli aumenti sono tagli e la fiducia dei mercati è un dettaglio tecnico. I numeri, per fortuna, hanno un vantaggio sui titoli: restano. E prima o poi qualcuno li rimette in fila.
Riferimenti
- ISTAT, Notifica dell'indebitamento netto e del debito delle Amministrazioni Pubbliche, anni 2022-2025, 22 aprile 2026 (deficit/PIL -8,1% nel 2022 e -3,1% nel 2025).
- ISTAT, PIL e indebitamento delle AP, anni 2023-2025, marzo 2026 (PIL 2025 a 2.258 miliardi di euro, +2,5% a prezzi correnti).
- ISTAT, Occupati e disoccupati, nota mensile maggio 2026 (disoccupazione al 5,0%, minimo della serie dal 2004; occupati 24,3 milioni, massimo storico; disoccupazione giovanile al 15,1%, minimo storico).
- ISTAT, Prezzi al consumo, dicembre 2022 e dicembre 2025 (inflazione media annua NIC +8,1% nel 2022 e +1,5% nel 2025).
- ISTAT, Indicatori demografici, anni 2024 e 2025 (popolazione residente 58,9 milioni; calo della componente italiana).
- Banca d'Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, febbraio 2026; andamento dello spread BTP-Bund (minimo a 58 punti il 20 gennaio 2026).
- Borsa Italiana e fonti di mercato, indice FTSE MIB (circa 21.000 punti nel 2022; record storico di chiusura a 52.432 punti il 16 giugno 2026).
- Fondazione GIMBE su dataset OECD Health Statistics (aggiornato al 30 luglio 2025): spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia da 3.255 dollari a parità di potere d'acquisto nel 2022 a 3.835 dollari nel 2024.
- OCSE, Health at a Glance: Europe 2024; misure sul personale sanitario (aumento accessi a Medicina, raddoppio dei posti di specializzazione con fondi PNRR, sospensione temporanea dell'età pensionabile per i medici del SSN).
- MEF, Tre anni di governo: le principali misure adottate (spread da 236 punti base nell'ottobre 2022 a 79 nell'ottobre 2025; Italia unico Paese del G7 in avanzo primario dal 2024).
- Dati sul Fondo Sanitario Nazionale (da circa 126 miliardi nel 2022 a 143,1 miliardi per il 2026) e sulle misure per liste d'attesa e assunzioni, come riportati nel dibattito parlamentare sulla Legge di Bilancio.
- Fondazione ISMU, Rapporti sulle migrazioni 2023 e 2024 (presenza irregolare in calo: 506mila al 1 gennaio 2022, 458mila nel 2023, 321mila nel 2024; sbarchi 2024 in diminuzione del 57,9% sul 2023).
- Neue Zürcher Zeitung (NZZ), «Besser als Frankreich, nahe an Deutschland: Italiens Wirtschaft holt auf», 30 maggio 2025 (PIL pro capite italiano al livello francese; outlook Moody's positivo per la prima volta in circa 25 anni; politica di bilancio prudente che ha calmato i mercati).
- Neue Zürcher Zeitung (NZZ), «Melonis Italien: vom Schuldensünder zur Stabilitäts-Ikone?», 22 ottobre 2025 (investitori sui titoli italiani, rating in miglioramento, stampa internazionale che riconosce il consolidamento; merito attribuito anche alla continuità con la linea Draghi).
- Neue Zürcher Zeitung (NZZ), «Giorgia Meloni hat es weit gebracht. Aber ist sie deswegen ein Star?», 2 agosto 2025 (bilancio sotto controllo e numeri del mercato del lavoro riconosciuti).
- Neue Zürcher Zeitung (NZZ), «Hüterin der Haushaltsdisziplin war einmal», 27 maggio 2026 (critica alla richiesta italiana di allentare le regole europee di bilancio di fronte al caro energia: prova dell'indipendenza di giudizio della testata).
- Il Fatto Quotidiano, «Disoccupazione al minimo storico ma aumentano gli inattivi: cosa dicono i dati Istat», 4 marzo 2026 (esempio di riqualificazione in negativo di un dato record; dichiarazioni del senatore M5S Mario Turco).
- Today, «Tagli alla sanità, così Meloni viene smentita dal suo stesso governo» (esempio di uso del solo rapporto spesa sanitaria/PIL come prova di un presunto taglio).
- Gruppo PD Camera dei deputati, «La sanità pubblica è al collasso per colpa dei tagli del governo Meloni», febbraio 2026 (formula della «tassa Meloni»).
- QN Quotidiano Nazionale, intervista a Nino Cartabellotta (Fondazione GIMBE), 15 aprile 2024 (calo degli stanziamenti definito indiscutibile sulla base della percentuale sul PIL).
- Bloomberg, analisi sullo spread BTP-Bund ai minimi dal 2010 e sulla credibilità del Governo italiano presso i mercati, ripresa dalla stampa italiana il 1 luglio 2025.

Clicca qui per ascoltare 