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Aggiornato al 26/03/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Charles E. Perugini (1839-1918) - Ragazza che legge

L’arte della divulgazione

 

Leggere. Leggere i libri immortali di Kafka o Canetti. Leggere la saggistica. Leggere i quotidiani e i periodici. Leggere addirittura i blog e (perché no?) i post di Facebook. Far diventare piccola la notte perché non c’è momento migliore per raccogliersi concentrati e in silenzio.

Leggere può essere un’operazione faticosa e a volte dolorosa. Ti devi sforzare per girare le pagine e concentrarti sulle idee e le loro costruzioni che spesso ti scuotono dalle fondamenta.

Lo scrittore americano Stephen L. Carter ha sottolineato l’importanza di leggere anche libri lunghi e complessi, su cui dobbiamo riflettere e con cui dobbiamo scontrarci, e arriva a segnalare che il lavoro della lettura seria è indispensabile per garantire il funzionamento della partecipazione democratica dei cittadini. Perché se siamo disponibili a trovare la via per interpretare testi difficili, siamo anche capaci di trovare gli argomenti per opporci con intelligenza e rispetto alle tesi di coloro che non la pensano come noi.

Leggere è dunque un’attività formativa decisiva (è bene ricordarlo in un paese a bassa lettura come il nostro), per di più spesso fonte di piacere. Diceva Borges: <<che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto>>. Una manifestazione di intelligenza e modestia tipica dei grandi maestri.

Studiando per lavoro molta saggistica trovo volumi con ottima scrittura, altri per iniziati ma comprensibili e una buona fetta scritta da docenti ed esperti il cui unico scopo è farsi intendere dai loro colleghi, spesso appartenenti a scuole rivali.

I libri scritti dai docenti/esperti per altri docenti/esperti sono spesso talmente ardui che la loro lettura risulta frustrante; addirittura dannosa se il loro studio viene affidato agli studenti di un corso universitario, che tenderanno ad accomunare i testi “odiati” a quelli più chiari e abbordabili.
Su questo tema (e più in generale della necessità di svolgere una buona divulgazione) si espresse mirabilmente Beniamino Placido in un suo articolo su Repubblica del 1982, su cui sono inciampato casualmente circa un anno fa (da “Nautilus”, Laterza, 2010).

Placido prese a prestito un’espressione coniata da Italo Calvino a proposito della poesia, quando affermava che <<la poesia è l’arte di mettere il mare in un bicchiere>>. Ottima definizione che può valere anche per “l’arte della divulgazione”, consistente, ad esempio, nel prendere quel mare magnum di Freud e farne un articolo, o inserire il mare minaccioso della Rivoluzione Francese in un libro semplice, leggibile e non infinito.

Formidabile l’esempio che dà Placido di questa capacità, quando cita quel tale che <<per spiegare la differenza tra Mozart e Bach ebbe a dire: quando gli angeli giocano fra di loro suonano Mozart; quando parlano con Dio, suonano Bach>>.

Divulgazione perfetta perché dice qualcosa di giusto e mette voglia di sapere (e, in questo caso, di sentire) di più.

E Placido ricorda che per fare giusta divulgazione occorre che l’acqua del mare (del singolo argomento) che si presenta in un testo corretto e accessibile sia pulita. La divulgazione non è sciatteria, non è approssimazione. Se scriviamo un saggio su Garibaldi non possiamo scrivere alla garibaldina, piuttosto alla Cavour, con un progetto in testa e una strategia complessiva.

E va inoltre tenuto pulito e trasparente anche il bicchiere di cui parlava Calvino. Una divulgazione seria deve far capire che in esso c’è acqua di mare, ma non il mare intero.

Come diceva Martin Heidegger, <<la poesia non vale tanto per quello che dice, quanto per quello che non dice e di cui fa intravedere l’incombente presenza>>.

E proprio per questo la buona divulgazione dovrebbe esporre i punti essenziali di una materia, provando a fare intravedere le altre cose che ci sono e che varrebbe la pena di capire ponendosi dei quesiti e ricorrendo ad altre fonti di conoscenza.
Diffondere i dati conoscitivi, favorire la discussione culturale, allargare la base partecipativa dei cittadini, civilizzare il confronto sociale e politico.

A questo serve la divulgazione.

Forse dovremmo sommessamente ricordarlo ai nostri docenti universitari e ai mille esperti di ogni materia e financo ai nostri legislatori. Per limitare l’“ipertrofia” di testi scarsamente utili e l’inevitabile dissesto del linguaggio che li rappresenta.

 

Prima pubblicazione su Nel Futuro: Novembre 2014

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Inserito il:11/11/2014 19:56:44
Ultimo aggiornamento:07/10/2016 19:43:19
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