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Aggiornato al 20/04/2018
scena-compianto.JPG
Scena di compianto - Pittura vascolare

Il canto nostrum.

L’Epitàfios thrinos – Lamento Funebre
MOIROLOI ELLENICO-LAMENTU SICILIANO
MANI- SICILIA

Ω γλυκ? μου ?αρ (Α? γενεα? π?σαι)

?Ω γλυκ? μου ?αρ, γλυκ?τατ?ν μου Τ?κνον,? πο? ?δυ σο? τ? κ?λλος;
?ι? Θεο? παντ?ναξ, Θε? μου πλαστουργ? μου, π?ς π?θος κατεδ?ξω;
???αναν τ?ν τ?φον α? Μυροφ?ροι μ?ρα?, λ?αν πρω? ?λθο?σαι.

TUTTE LE GENERAZIONI (O MIA DOLCE PRIMAVERA)

O mia dolce primavera, o dolcissimo Figlio mio, dov’è sparita la tua bellezza?
Figlio di Dio signore d’ogni cosa, mio Dio creatore mio, come esprimerò la sofferenza?
Di balsami hanno asperso il sepolcro le Mirofore, giunte di buon mattino.
O Trinità mio Dio, Padre Figlio e Spirito, libera il mondo.

Se vogliamo rintracciare un filo comune nel Mediterraneo, lo troviamo certamente nel tema del lamento, del dolore , del senso del dramma, della disperazione. Lo si ritrova nel canto jondo del flamenco, nel vocero corso, nel lamentu siciliano, nel fado portoghese, nel Miserere della settimana santa, nel mawwal arabo, nel miroloi elleno. Il lamento è sociale, è politico, è religioso: gli stessi volti, le speranze, i colori, i suoni, i canti, tante musiche che hanno raccontato le sofferenze e le passioni dei popoli mediterranei.

I lamenti della Settimana Santa costituiscono una delle principali espressioni del patrimonio musicale tradizionale della Sicilia, che vengono tramandati oralmente di generazione in generazione. Il tema dei canti è la passione e morte di Cristo; la forza straordinaria è dovuta al fatto che i “lamenti” con la modulazione della voce di diversi cantori riescono a suggestionare la sensibilità e suscitano una forte emozione negli ascoltatori.

L’origine di questi canti risale all’XI secolo circa, con Jacopone da Todi, ma c’è chi fa risalire la loro datazione ancora più indietro, alla tragedia Greca e ai canti e tradizioni arcaiche, che sono trasportate dalla Grecia in Sicilia e in Magna Grecia.

Un tempo, molto più che oggi, l’attesa della Pasqua aveva un carattere di penitenza ed in tempo di Quaresima i devoti digiunavano per partecipare alle sofferenze patite dal Cristo; i fedeli portavano in processione il Crocifisso percotendosi ed intonando dei canti lugubri e lamentosi, detti, appunto, “lamenti”, “lamentazioni” o “mortori”.

Questi sono forme poetico-musicali che accentuano il pathos narrativo della drammatizzazione e sono eseguiti dai cosiddetti “lamintaturi”, composti da parecchie voci: il solista che esegue le strofe, ed il coro, che interviene a rafforzare la nota finale della strofa eseguita dal solista.

Essi sono il grido di dolore della Madre per la perdita del figlio, l’urlo dell’umanità per non aver compreso la Parola di Gesù. Tramite questi canti si ode, metaforicamente, il grido dell’Addolorata che cerca prima il Figlio e poi lo ritrova morto sulla Croce. La tradizione orale, attribuisce a ogni testo un significato specifico in virtù del momento in cui è prevista la sua esecuzione.

La mattina prima di creare tutto 1′altro, Dio creò Mani, e Sicilia solamente di massi, e grotte.

Mani: massi i suoi paesi, massi di pietra anche i suoi abitanti. Mani di qua e di là.

Pietre i suoi paesi, pietre anche i suoi abitanti.

Mani si chiama dall’epoca arcaica la penisola di Messinia e Tenaro, l′estremo dito del golfo di Messinia e del Peloponneso, fino al secondo secolo  a.C. apparteneva alla comunità politica con sede a Sparta. Gli abitanti di Mani erano i Messeni, Greci anche che avevano colonizzato primi la Sicilia.

Unica la storia di Mani, unica la storia di Sicilia: unica anche la loro natura.

Le rocce, grandissime e infinite e il paesaggio roccioso sembra che circondino anche í cuori di donne e uomini che nascono in questa terra.

Il maschio a Mani, come in Sicilia, è due volte maschio e la femmina due volte femmina.

Mani è quel luogo impenetrabile e sacro del territorio greco: simbolo dell’esistenza persistente dell’Ellenismo per migliaia di anni.

Questa terra è la fonte della tragedia Neogreca che viene espressa con il più antico, il più serio canto, il quale riguarda l’intimità dell’essere.

Oltre che dalla terra rigida di Mani che somiglia a una pietra nuda che anche il sole sopra di essa pietrifica, il canto funebre — il lamento arcaico — è stato portato anche in altre regioni della Grecia, e della Magna Grecia. Soprattuto isolane Dodecanneso, ­Creta, Sicilia, Sardegna, Corsica.

Il canto funebre viene creato dalla donna nei momenti di gemito.

Il lamento è di genere femminile e il canto funebre è la canzone dell’amore più profondo.

Ogni donna quando lamenta è una santa. Libera le persone e le guida al pianto.

Con il suo canto funebre non dimostra sorpresa per la morte perché la conosce già e la accetta.

Anzi le parole sono dolci: sembrano più una ninna-nanna che un canto funebre. Una ninna-nanna per il lungo sonno.

L’immagine di un canto funebre assomiglia al coro di una tragedia antica. In cui la donna che primeggia canta e le altre intorno con comprensione e simpatia completano il gemito con singulti.

Anche 1′ uomo di fronte al canto funebre di una donna manifesta i suoi sentimenti, nega la rigidità e si addolcisce, si scioglie e piange.

Il canto funebre ha l'intimità che ha un rapporto personale, perciò non si può ripetere. É un canto di separazione, un pianto per il viaggio in un paese estraneo. I rapporti veri non si perdono, non finiscono con la morte.
Chi ama, chi si preoccupa, chi sta attento e ha aperti gli occhi interni, riceve i segnali dalle persone amate morte.

Come si può spiegare quello che avviene oltre l'individuo? Credo che solo l'intuito possa aiutarci.

L’Epitàfios thrinos (in italiano: Lamento funebre) costituisce uno dei momenti maggiormente pregnanti e suggestivi della Settimana Santa bizantina. Appartiene esattamente a questo tipo di canto conservando attraverso la religione cristiana, il lamento arcaico della donna-madre che perde il suo figlio nell’ora migliore della sua gioventù.

Gli enk”mia (in Sicilia comunemente chiamati anche lamenti o lamentazioni) vengono cantati dopo l’ora nona: si tratta di una lunga serie di tropària (corrispondenti a 176 versetti) raggruppati in tre stanze (stasis), i cui incipit sono ïH zwh; ejn tavfw/ (I zoì en tafo), di tono 1° plagale, “Axion ejstiv (Ëxion estì), anch’essa di tono 1° plagale, ed AiJ geneai; pa’sai (E gheneè pase), di tono 3° autentico.

Della prima stasis nella registrazione è documentata solo la prima strofa, eseguita due volte: la prima in greco (da Papàs Petta), la seconda in greco bizantino (dalle due voci femminili).

Sul contesto cerimoniale in cui vengono cantati gli Enk”mia i testi sacri forniscono le seguenti indicazioni: «Il vescovo oppure il sacerdote che presiede, rivestito di tutti i suoi paramenti sacri, esce dal santuario e comincia a cantare O Cristo, tu che sei la vita [I zoì en tafo]; va verso l’epitáfios, lo incensa a forma di croce e incensa quindi tutto il popolo. Gli altri chierici e salmisti, stando intorno al sacro cenotafio dell’epitáfios, cantano gli Enk”mia [...]».

Occorre precisare che in Grecia e in Sicilia l’Orthros del Sabato Santo viene celebrato il Venerdì pomeriggio e che, contrariamente a quanto dispone la ritualità bizantina, in quasi tutti i centri di origine della chiesa ortodossa specifici usi tradizionali prevedono per la sera del Venerdì Santo lo svolgimento di processioni all’aperto.

In questi casi anche i fedeli e i sacerdoti di rito greco accompagnano per le vie cittadine l’urna del Cristo morto e la statua della Madonna Addolorata secondo i modelli paraliturgici più ampiamente diffusi nella tradizione popolare siciliana di rito latino.

Le marce funebri eseguite dalle bande, il suono delle raganelle (in dialetto siciliano tràcculi), talvolta assai numerose e assordanti, e i canti devozionali femminili di derivazione mariana determinano un ambiente sonoro non dissimile da quello riscontrabile nel resto dell’Isola.

 

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Inserito il:29/10/2014 16:14:28
Ultimo aggiornamento:05/11/2014 13:17:33
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