In questo sito utilizziamo dei cookies per rendere la navigazione più piacevole per i nostri clienti.
Cliccando sul link "Informazioni" qui di fianco, puoi trovare le informazioni per disattivare l' installazione dei cookies,ma in tal caso il sito potrebbe non funzionare correttamente.Informazioni
Continuando a navigare in questo sito acconsenti alla nostra Policy. [OK]
Aggiornato al 22/01/2019
tommasopincio-edgar-allan-poe.JPG
Tommaso Pincio - Ritratto di Edgar Allan Poe con le spalle rivolte al sublime - 2011, olio su tavola

Eureka e i salti della mente.

Per motivi imponderabili, ma certamente non casuali, m’è ri-capitato tra le mani Eureka, l’unico saggio mai scritto dal padre del noir Edgar Allan Poe. È un piccolo pamphlet, screditato a suo tempo dalla critica scientifica e letteraria (la stessa che poi portò il grande bostoniano a cercar rifugio nell’alcool), e galeotto è stato un passo indelebile di Italo Calvino, nelle Lezioni Americane: si parlava dei misteriosi intrecci che esisterebbero tra la letteratura e la scienza. Uno per tutti di quegli strani intrecci, mi son reso conto che non siamo noi, ma sono i libri stessi, a stabilire il tempo esatto in cui avverrà l’incontro, il tempo in cui il lettore potrà dirsi finalmente “maturo” per far filtrare le parole nel proprio animo. Quasi fossero come le donne, sono i libri che stabiliscono per i fatti propri in quali mani andranno a finire, quindi.

E così i racconti si legano indelebilmente a viaggi, a conoscenze estemporanee ed a periodi magici della nostra vita. Si presentano pronti agli appuntamenti, e poi ci assecondano ed accompagnano nei nostri passi silenziosamente, fino a quando ci rendiamo conto che in realtà non siamo altro che ciò che abbiamo letto.

Edgar Allan Poe diede alle stampe Eureka come ultimo lascito all’umanità, chiarendo che dopo quell’opera poteva anche morire. E purtroppo se la chiamò, visto che, pochi mesi dopo, fatta qualche poco edificante conferenza di lancio del libro e descrizione della sua complessa cosmogonia, fu poi trovato moribondo una sera nei pressi d’un seggio elettorale di Baltimora. Si pensò fosse stato vittima della pratica di “elettorato forzoso” in uso in quei tempi barbari (rapimento e induzione forzata a bere), ma il certificato di morte parla espressamente di “infiammazione cerebrale”. Per parte mia non ho dubbi a credere che il motivo del decesso possa benissimo farsi risalire allo sforzo titanico profuso per racchiudere in poco più di cento pagine l’intero mistero delle regole del cosmo.

L’opera non poteva di certo esser compresa dai suoi contemporanei, paradossalmente anche per via delle sue stesse intuizioni scientifiche, in un’epoca segnata dal positivismo. Poe in realtà non pende affatto per una spiegazione “razionale” dell’universo. L’intera opera non è che uno sforzo di segnalare l’intima e perfetta commistione che esiste tra materia e spirito, tra fisica e metafisica, e Dio solo sa se in quest’epoca di allucinati attacchi a settimanali satirici (un tempo bastava l’Indice…) non ci sia bisogno di voci fuori dal coro che chiariscano come l’universo sia uno, e il corpo e l’anima camminano mano nella mano, per dirla con Poe.

Tanto l’opera fu rivolta al futuro che Poe inizia lo scritto addirittura con una lettera recapitatagli da un misterioso personaggio, l’inesistente geografo nubiano Tolomeo Hephestion (un nome che la dice lunga), che dal futuro anno 2848 scrive per mettere in luce le pochezze ingannevoli raggiunte dalla scienza contemporanea di Poe. Poggiandosi sulle (poche) risultanze astronomiche dell’epoca, e molto viceversa sulle sue ardite facoltà deduttive, Poe si muove quindi per chiarire che la materia non è altro che energia, e vi è un rapporto ed un nesso tra spazio e tempo. Nel 1848, giunge a chiarire di che materia è fatto l’universo, e perché l’uomo per indole propria comprende meglio l’infinito rispetto al finito (“la mente ammette l’idea di illimitatezza in grazia della maggiore impossibilità a concepire l’idea di uno spazio limitato”). Tocca, quindi, nel suo vertice concettuale sia la teoria generale del relativismo di Einstein (come già evidenziò a suo tempo Paul Valery), sia i principi della meccanica quantistica, tutte cose all’epoca in mente Dei.

Basterebbe tutto questo per poter rimarcare, forse, l’incredibile valore dello sforzo di Poe, non fosse tuttavia che, come si diceva, non è questo lo scopo ultimo del lascito. In Eureka Poe si sforza di andare oltre, di chiarire come lo scibile non è che un esercizio di chiarimento di una immensa trama romanzesca (“gli intrecci di Dio sono perfetti, e l’universo è un intreccio di Dio”). Nulla è superiore a qualsiasi anima individuale, ed ogni anima è in parte il proprio Dio, il proprio Creatore.

Nel volerlo analizzare come fosse un’opera epistemologica, si perde l’intera poetica del libro (Poe definisce il suo scritto un “poema in prosa”, infatti). E peraltro anche soltanto sul piano scientifico l’opera è senz’altro immensa, dimostrando come l’intuito (Eureka, appunto) non sia secondo ad alcun “metodo scientifico” esistente (ah, i professori della Silicon Valley…): Poe preconizza senza alcun dubbio, primo tra tutti, la nascita dell’universo tramite il Big Bang. Conosce la deriva stellare senza neanche aver mai avuto a disposizione telescopi orbitali. Sa, semplicemente perché lo sa la sua anima, che l’universo è in espansione e non esiste alcun “polo” centrale attorno al quale ruotano le galassie infinite (teoria in voga all’epoca). Tramite il suo genio Poe buca il tempo, raggiunge conclusioni scientifiche neanche immaginabili all’epoca in cui scriveva.

Certo, ci si potrebbe anche fermare a chiedere a Poe com’è che non s’interessa affatto dell’entropia, pur essendo questa figlia della seconda legge di termodinamica newtoniana, sulla quale viceversa poggia l’intero suo ragionamento. Oppure se il suo richiamo alla “infinita estensione della Materia” presuppone il tema (tutt’ora incompreso) dell’esistenza della cosiddetta Materia oscura. E che parte avrebbe, in Eureka, quel tema scottante, appena accennato nello scritto, degli universi paralleli, che forse darebbe del filo da torcere al nostro Hawking (pagina 74: “[…] mi sento portato ad immaginare che esista una successione illimitata di universi, più o meno simili a quello di cui abbiamo conoscenza …). Vola, come già fece Giordano Bruno, sicuro e fermo, anche dinanzi alla gogna.

Ma ne varrebbe la pena? Un quadro è un quadro, e nella Gioconda non c’è soltanto il sorriso. Piuttosto, fossi mai stato a Baltimora quella fatidica sera, gli chiederei come concilia la sua visione dell’Atto creativo (evento “individuale” dal quale nascerebbe l’universo, che lui individua come evento fondamentale di ogni cosa) col Tempo, con l’esperienza storica. Nella visione panteistica, come si conciliano i misteri delle individualità di ciascuno (“se Dio può essere tutto in tutto, ognuno dev’essere Dio”, conclude)? E il mondo? Nella corsa della Materia verso lo Spirito, che senso ha la storia, il trascorso, l’evoluzione, che tale non può evidentemente essere, visto che ogni evoluzione presuppone uno scarto storico, una scelta evoluzionistica piuttosto che un’altra? Il “ritorno” della Materia al punto iniziale (il pre-Big Bang II o XII, chi lo sa…), avviene per motivi termodinamici o spirituali?

E se la “materia oscura” non fosse altro che materia finalmente “liberata” (viene in mente l’Upanishad)?

Questo gli chiederei, avessi la macchina del tempo. Ma non ce l’ho, penso, mentre in tv vedo sfilare la folla a Place de la République. Esiste davvero l’evoluzione generale?

Scarica l'articolo in PDFgenera pdf
Inserito il:13/01/2015 18:52:28
Ultimo aggiornamento:27/01/2015 09:22:11
Condividi su
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)
nel futuro, web magazine di informazione e cultura nel futuro, archivio
Questo sito utilizza cookies.Informazioni e privacy policy
yost.technology