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Aggiornato al 26/03/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Eugène Carrière – Portrait de François Auguste Rodin (1897)

Rodin in mostra: impressioni.

Sono stata a vedere Rodin. A Roma, alle terme di Diocleziano. Mi ha lasciato perplessa, per vari motivi. Il primo: Perché un po’ ti trovi lì a dire: è lui, è il Michelangelo del ‘900!

E un po’ invece ti rendi conto che sei di fronte ad opere strane, disordinate, imprecise, quasi create in preda a una forte passione che via via che la scultura si definisce si soddisfa, e a quel punto non importa più pareggiare quel pezzo lì, nascondere i puntini o i segni dello scalpello: ormai la passione è soddisfatta.

Una creazione vorace e caotica. Lo dico in senso positivo: l’imperfezione affascina. E questo scontro fra classicismo perfetto e disordine è bellissimo.

Non so se l’imperfezione è dovuta ad una questione ideologica come quella di Michelangelo, che a volte si è sentito in dovere di lasciare qualcosina d’incompiuto nelle sue opere perché se la scultura è fatta da un uomo sarebbe offensivo farla perfetta, identica al reale: sarebbe paragonarsi al creatore (vedi la Pietà Rondanini).

Non credo che le imperfezioni di Rodin siano frutto di questa considerazione, mi sembra più un abbandono istintivo: se la passione creativa si esaurisce, l’opera è fatta, non bisogna più toccarla. Ma probabilmente sono solo mie fantasie.

Il secondo motivo: ho notato che (non esagero) il 90% percento delle persone che erano all’interno della sala fotografava le opere, e più che guardarle con gli occhi le guardava attraverso l’obbiettivo. Anch’io, appena entrata, ho avuto l’impulso di fotografare, ma appena mi sono resa conto che tutti intorno a me lo stavano facendo, mi sono fermata. Così, una cosa scema, per protesta.

Però mi sono continuata a chiedere: perché? Com’è possibile che tutti quanti in quel posto sentissero il bisogno di fotografare ancora prima di guardare? Mi sembrava come se non si ritenessero in grado di catturare quella bellezza, non in quel momento, non lì, e affidassero provvisoriamente il compito alla macchina fotografica, che gliel’avrebbe custodita per sempre.

E anche un gesto un po’ possessivo: impadronirsi almeno un poco, nell’unico modo possibile, della cosa che si ammira e portarsela via.

Così girando e girando per la stanza, libera per una volta dalla fretta di catturare tutto in una foto, ho fatto caso ad una cosa: molte sculture di Rodin hanno quattro cinque sei facce: non c’è un punto da cui guardarle, non c’è un avanti e un retro, ogni punto è il punto giusto da cui guardarla, e girando attorno alla scultura vedi ogni volta una scultura diversa e nuova, con la stessa dignità della parte frontale.

Il David di Michelangelo per esempio, ha un retro, scolpito perfettamente e bellissimo, che però non ha la pretesa o la dignità del protagonista, è palesemente il retro.

Non giudico, ho solo notato questa cosa, a mio parere strana. Non so se mi spiego: sì, qualsiasi scultura può essere vista da qualsiasi punto, ma non tutte le sfaccettature sono concepite per essere la parte principale della scultura, ci sono i profili, i lati, il retro, ma tutti danno l’idea di essere lì in funzione del davanti, della parte protagonista, appunto.

Forse mi sbaglio, però incuriosita, ho trovato una cosa detta dallo stesso Rodin a favore della mia teoria, che a questo punto diventa abbastanza ovvia: “Quando comincio una figura, prima la guardo di fronte, di dietro e sui profili destro e sinistro; in altre parole ne considero i profili da quattro angoli. Poi con l’argilla modello la massa grezza, poi faccio i profili visti da un angolo di tre quarti. Poi, ruotando di volta in volta la mia argilla e il mio modello vivo, faccio confronti e miglioramenti… poi cambio la mia posizione e quella del mio modello, in modo da vedere un altro profilo; la cambio ancora, e in questo modo, fase per fase, finisco per fare un giro completo del corpo. Ricomincio, condensando e raffinando i profili sempre di più. Dato che il corpo umano ha un numero infinito di profili, ne faccio quanti posso o quanti ne considero utili.”

Ecco Rodin: uno scultore egalitario!

Un’altra cosa che mi ha affascinata è il fatto che ai piedi di ogni scultura ci sia un pezzo grezzo di marmo, il che ti fa sembrare Rodin un creatore o il fautore di un qualche miracolo, che da quella pietra lì, ti ha creato una scultura così. Una leggera e piacevole esibizione di virtuosismo, forse.

Ma che in effetti fa capire che l’opera d’arte è anche quello, è anche quel pezzo di pietra di cui è parte che non è solo la base su cui poggia, e non c’è bisogno di darle una forma o di lucidarla.

E’ come se Rodin ti volesse dimostrare che proprio da quella pietra lì, grezza e informe può creare qualcosa di meraviglioso.

 

Prima pubblicazione su Nel Futuro: 20/04/2014

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Inserito il:11/11/2014 19:37:16
Ultimo aggiornamento:18/11/2014 09:52:27
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