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Vladimir Mukhin (1971 -        ) – Felicità

“Sentire” la Felicità: alcune riflessioni.                 


Mi piace il verbo sentire. Sentire il rumore del mare, sentirne l’odore.

…Sentire l’odore di chi ami, sentirne la voce e sentirlo col cuore.
Sentire è il verbo delle emozioni, ci si sdraia sulla schiena del mondo e si sente. 
[Alda Merini]


Lo spunto per quanto segue mi è stato dato da una riflessione di Gianni Di Quattro sull’argomento “Felicità”, che egli considera qualcosa che non si può vedere ma si può sentire, che non è uguale per tutti, può essere un fatto individuale ma anche collettivo. Concetto, questo, che, a mio avviso, richiamerebbe quello dell’Amore di Alberoni del 1979, inteso come “movimento collettivo”, o meglio dell’Innamoramento, lo stato nascente di un movimento collettivo a due, che può trovare la sua realizzazione se i due innamorati riescono a creare un progetto, ma che è destinato a naufragare, invece, se i progetti individuali che loro hanno, sono troppo diversi o incompatibili.

Ecco, quindi, la Felicità come “amore” ma anche come “progetto”, non come qualcosa di autonomo, che può accadere comunque, che si verifica indipendentemente dalla nostra volontà, come un fato predeterminato, ma che va cercata, costruita, e, possibilmente, anche imparata.

Con un salto generazionale, leggo una frase di una mia ex alunna di Scienze Infermieristiche, Alice Zucco, “La felicità è come un cestino da pic nic: la puoi portare dappertutto”. La Felicità per i giovani sarebbe “trasportabile”, può contenere tutto ciò che serve avere, può addirittura essere “alimento” e “alimentare” altra Felicità, anche qui, elemento collettivo e condivisibile, contagioso, quasi.

A me, pensando alla parola “Felicità” è venuto in mente un vestito tutto colorato che, però, nonostante i vari colori, sia, comunque, abbinabile con tutto. Non “sdice” la felicità, non è mai “pacchiana”, non è mai troppa, non sono mai troppe le tinte con cui riesce a colorare la nostra vita. Felicità, insomma, è sentirsi in “sintonia” con la vita stessa. Anche se non si può non considerare che la parola reca in sé, inevitabilmente, anche il concetto di caducità

“La felicità è sempre e soltanto un istante. La felicità non è una cosa che dura. Non è un tempo, è un istante o una serie di istanti. Un punto di contatto con qualche cosa di straordinario” (in Gianni Bisiach, Inchiesta sulla felicità, Rizzoli, 1987)

Per qualcuno la Felicità è questione di chimica, un fatto di neuroni, di sinapsi. Per altri è l’appagamento immediato di un bisogno, fisico, biologico. Per altri, ancora, è un desiderio più mirato e duraturo. Cioè può avere partenza dalla chimica, ma si completa attraverso l’anima. La ricerca (scientifica) della Felicità è un viaggio misterioso e appassionante attraverso le la letteratura, la filosofia, le neuroscienze, la psicologia, la religione, l’antropologia, un viaggio che non può finire se non conducendoci al centro di noi stessi. Perché spesso, anzi molto spesso, ci si domanda se esista, per ognuno di noi, una formula della felicità. 


La Letteratura e la Felicità.

Il tema della Felicità e dell'aspirazione umana verso di essa è stato trattato da molti poeti, tra cui Eugenio Montale, che ritiene che tale condizione sia raggiungibile solo per pochi attimi, in cui la persona scopre un mondo di emozioni fino ad allora quasi sconosciute.

La poesia "Felicità raggiunta" fa parte della raccolta « Ossi di seppia » del 1925: il tema dominante è l'esistenza come una specie di corsa ad ostacoli, piena di difficoltà e di incertezze, in cui l'uomo è solo e non può sperare nell'aiuto divino. Dio è indifferente alle vicende umane e addirittura nella poesia "Spesso il male di vivere ho incontrato", la Felicità viene vista consistere nel raggiungimento della Divina Indifferenza, cioè di una condizione di assoluto distacco spirituale dal dolore.

Solo eccezionalmente gli eventi della vita possono aprire la porta ad uno spiraglio di speranza.

La Felicità è fragile, è "barlume che vacilla" e "ghiaccio teso che s'incrina", quindi è un miraggio destinato a svanire.

"Non ti tocchi chi più t'ama": secondo il poeta proprio chi desidera maggiormente essere felice deve rinunciare a ricercare la gioia, perchè essa svanisce presto e lascia il posto alla delusione; è importante notare inoltre che le persone normalmente tristi provano un senso di turbamento quando sperimentano la gioia, non essendo abituate a questo stato d’animo.

Per Guido Gozzano nel 1909, la Felicità assume le sembianze di una donna, la signorina Felicita, il cui aspetto è filtrato dalla dimensione malinconica del ricordo e dalla sofferenza esistenziale: "[...]  Nel mio cuore amico | scende il ricordo. E ti rivedo ancora, | e Ivrea rivedo e la cerulea Dora | e quel dolce paese che non dico".

Il Piccolo Principe (1943) di Antoine de Saint-Exupéry è  un “racconto filosofico” su un pilota che si schianta nel deserto ed incontra un giovane principe caduto sulla terra dal suo piccolo pianeta. Il principe insegna al pilota il senso della vita, la natura dell’amore e la bellezza di una esistenza felice.

Anche dopo molti anni il tema della Felicità rimane sempre attuale: il “Progetto felicità. Aspetti psicologici di un viaggio interiore” di Carmen Meo Fiorot e Marcello Andriola del 2010 sostiene che la felicità dipende dall’autostima e dalla fiducia in se stessi.

Ancora in “ Momenti di trascurabile felicità” (2010),  Francesco Piccolo si chiede quali siano le piccole gioie che ci colgono in modo improvviso e in momenti inaspettati della vita e della giornata. Sono attimi, piccole parentesi in cui e grazie ai quali, trovare il tempo di sorridere.

Stefano Bartolini, docente di Economia Politica all’Università di Siena, in “Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere” del 2010, spiega che siamo infelici perché siamo poveri di relazioni interpersonali. Occorre, dunque, riorganizzare le nostre vite.

La “Lettera a mio figlio sulla Felicità” di Sergio Bambaren (2010) è una mappa per affrontare il viaggio più importante, quello verso la felicità, in cui unici bagagli indispensabili sono l'ottimismo e il coraggio.

Dalai Lama (Gyatso Tenzin) e Howard C. Cutler in “L’arte della felicità in un mondo in crisi” del 2013, sostengono che viviamo in un mondo  inquieto, segnato da crisi profonde e non solo economiche, in cui sembrano prevalere impulsi distruttivi che portano a guerre e conflitti tra individui e nazioni. In questa situazione può ancora esistere la Felicità? Dalai Lama e lo psichiatra americano Howard C. Cutler affrontano il tema partendo dall’assunto che l’uomo è fondamentalmente buono e se coltiva le sue doti innate, potrà essere felice.

Tal Ben-Shahar ne “La felicità in tasca. L’arte di vivere bene senza essere perfetti” (2014) sostiene che una vita felice non è una vita perfetta. Una persona felice è una persona che va incontro agli insuccessi, ma che, comunque, non ha paura di fallire.

Questo, nonostante la società moderna ci imponga continuamente di essere perfetti: apparire giovani e belli, guadagnare di più, ed essere sempre all'altezza di ogni situazione. In realtà, secondo l’autore, dai fallimenti e dalle emozioni dolorose si può imparare molto.

 
L’Antropologia e la Felicità.

Per l’antropologo Lévi Strauss, la Felicità è equilibrio e l’alternanza degli opposti, che ne determina anche l’amore. Il Sole e la Luna, infatti, assolvono, complementariamente, ma ognuno per suo conto, due funzioni diverse, illuminante e riscaldante.

 

La Filosofia e la Felicità.

Epicuro sostiene che non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità e che a qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'anima.

Secondo Aristotele ogni essere umano desidera essere felice, anche se i percorsi per raggiungere la felicità sono spesso, in contraddizione tra loro: per alcuni essa coincide con l’onore, per altri con la ricchezza, per altri con il piacere, per altri ancora con la virtù. Dunque, anche se nessun uomo agisce per essere infelice, in diversi casi qualcuno si inganna sul modo di esserlo. Anche chi si impicca, sostiene Pascal, lo fa perché ritiene che, togliendosi la vita, potrà accedere ad una condizione migliore, il nulla o una vita oltremondana. A partire dall’Illuminismo, si era diffusa nella mentalità la convinzione di un diritto alla felicità, o, meglio, un “diritto a ricevere la felicità”, che qualcuno ha il dovere di procurarci: se qualcuno non è felice è vittima di un’ingiustizia, perché vuol dire che chi aveva quel dovere non lo ha assolto.
Questo atteggiamento che, in qualche modo è ancora presente nei giorni odierni, determina un aumento dell’infelicità: poiché l’uomo ritiene di avere diritto a ricevere la felicità, quando, per vari motivi, non la sperimenta, si sente vittima di un’ingiustizia e questo accresce l’insoddisfazione.
Da ciò, l’aumento numerico dei suicidi, in parte dovuto al fatto che si è diventati intolleranti alle frustrazioni, piccole o grandi che siano, la crisi delle famiglie, l’aumento dei casi di patologie psichiche, soprattutto di tipo depressivo, prodotte dalla delusione nei confronti della vita; il ricorso indiscriminato, come surrogati della felicità, al sesso ed alle sostanze stupefacenti.

L’infelicità, dunque, secondo Aristotele, sarebbe determinata da una condizione di solitudine: “riteniamo che l’amico sia uno dei beni più grandi e che l’esser privo di amici e in solitudine sia cosa terribile” (Etica Eudemia, 1234b 32 - 1235a 2)

Non si può, dunque, essere felici da soli, perché l’uomo è un essere sociale, ma non basta neppure vivere con gli altri: bisogna essere in comunione con la loro vita tramite l’amore, che ci fa sperimentare su di noi le gioie e i dolori altrui. Nonostante ciò, i contemplativi che vivono da eremiti, non sono infelici, perché non sono realmente soli, ma in comunione con Dio, che Platone chiamava il Primo Amico.

Esisteva anche un nesso tra Etica e felicità: l’uomo moralmente buono, che cioè esercita le virtù, è l’uomo che giunge alla felicità più profonda possibile in questa vita. Egli non è colui che è imprigionato in regole e divieti, ma colui che vive motivato dall’amore.

Da tutto questo si possono comprendere le ragioni dell’infelicità nella nostra epoca, connotata da stili di vita del tutto egoistici ed orientati al conseguimento della propria felicità, mentre la felicità la consegue solo chi non la cerca per se stesso, bensì chi la cerca per gli altri.
Questo “paradosso” lo troviamo lungo tutto il corso della storia della filosofia.

Autori come Bentham, Mill e Sidgwick (i capostipiti di quella corrente di filosofia morale che è l’Utilitarismo), hanno ritenuto che l’uomo agisca motivato solo dal proprio egoismo.

Bentham sosteneva che "per ogni granello di gioia che seminerai nel petto di un altro, tu troverai un raccolto nel tuo petto, mentre ogni dispiacere che tu toglierai dai pensieri e dai sentimenti di un'altra creatura sarà sostituito da meravigliosa pace e gioia nel santuario della tua anima” (Bentham Manuscripts, University College, CLXXIV, 80, cit. da A. Goldworth, Editorial Introduction, in J. Bentham, Deontology,together with a table of Springs of Action and Article on Utilitarianism, in The Collected Works of Jeremy Bentham Clarendon Press,Oxford, 1983, p. XIX).

Per Mill: “la capacità cosciente di rinunciare alla propria felicità è la via migliore per il raggiungimento di tale felicità” (J.S. Mill, L’utilitarismo, Sugarco, Milano, 1991, p. 33).

…“non ho mai dubitato che la felicità sia […] lo scopo della vita. Ma ora penso che quello scopo può essere ottenuto se non lo cerchiamo come scopo diretto. Sono felici (io credo) solo coloro che hanno le loro menti fissate su qualcos’altro che la propria felicità; sulla felicità degli altri, o nel miglioramento dell’umanità, persino in qualche arte o occupazione, cercati però non come mezzi, ma come un ideale scopo. Puntando così su qualcos’altro essi trovano la felicità lungo la strada”.

Sidgwick parla dell’edonismo come di una forma di egoismo, consistente nel fatto che “l’impulso al piacere, se troppo predominante, viene a vanificare il suo stesso fine”… “i nostri godimenti attivi [...] non possono essere conseguiti se il nostro scopo viene consapevolmente concentrato su di essi” (H. Sidgwick, I metodi dell’etica, Il Saggiatore, Milano, 1995, p. 84).

I piaceri della ricerca intellettuale, della creazione artistica, della benevolenza “sembrano richiedere, perché li si provi in misura accettabile, la preesistenza di un desiderio di fare il bene degli altri per se stesso, e non perché così facendo ne deriva il nostro”. Perciò, come principale ostacolo per il loro conseguimento Sidgwick indica l’egoismo: “quell’eccessiva concentrazione dell’attenzione sulla propria felicità personale […] rende impossibile all’individuo sentire un qualche interesse per i piaceri e dolori degli altri. La continua attenzione rivolta al proprio io che ne risulta, tende a privare tutte le gioie della loro intensità e del loro aroma, e a produrre una rapida sazietà e la noia: all’uomo egoista manca […] quella dolcezza particolarmente ricca che dipende da una sorta di complicato riverbero della simpatia che sempre si trova nei servizi forniti a coloro che amiamo e a cui siamo grati.” ( H. Sidgwick, I metodi dell’etica, cit., p. 527).

Buona parte della filosofia morale insegna proprio che la felicità è la conseguenza e l’effetto di una prassi che non è direttamente finalizzata ad essa.

Nell’età antica lo avevano compreso Aristotele e Seneca. Per quest’ultimo virtù e saggezza consentono di raggiungere la Felicità. In età medievale, Agostino, Bernardo di Chiaravalle e Tommaso d’Aquino; nell’età moderna, oltre a Bentham, Mill e Sidgwick, anche  Leibniz, Shaftesbury, Hutcheson, Smith, Palmieri, Genovesi e Ferguson; nel XX secolo d.C., tra gli altri, Scheler, Weil e Frankl. Se, dunque, la Felicità è la conseguenza di una prassi che non se la pone direttamente come obiettivo, allora essa è un dono, non direttamente perseguibile. Lo aveva già intuito Aristotele, secondo cui la felicità non sarebbe una scelta, ma un dono divino.

Per Shaftesbury, la ricerca appassionata del piacere come della felicità portano alla sazietà e al disgusto, così come per Scheler, l’uomo che vive secondo i principi della filosofia edonistica, tanto più sicuramente non ottiene il piacere quanto più lo ricerca, mentre partecipare alla gioia o alla Felicità degli altri è ciò da cui dipendono i più grandi di tutti i nostri piaceri.

Si comprende, così, il nesso tra amore e Felicità: l’uomo è aperto all’infinito, omnium capax (Tommaso d’Aquino, De veritate, q. 24, a. 10), ovvero la natura umana è proiettata verso l’unione con tutto ciò che è altro da sé. Perciò, l’amore è l’espressione e la realizzazione connaturale alla natura dell’essere umano che è proiettata verso l’esterno, e che non si può realizzare attraverso rapporti intersoggettivi superficiali, ma solo attraverso l’amore autentico.

Così, la Felicità è gioia della Felicità dell’altro, come ha ribadito anche Leibniz in età moderna, spiegando che essa è delectatio in felicitate alterius, o (nel caso in cui l’altro non sia felice) gioia del cercare la felicità dell’altro ( G.W. Leibniz Codice diplomatico di diritto delle genti, in Scritti politici e di diritto naturale, UTET, Torino, 19652, p. 159).

Anche Kierkegaard sostiene che la porta della felicità si apre amando e donandosi agli altri.

Esiste, però, la “felicità perfetta”? La delusione, in realtà, è sempre in agguato e, secondo Tommaso d’Aquino, tutti i nostri obiettivi suscitano una reazione comune: quando vengono raggiunti e posseduti non li si apprezza più e si desiderano altre cose, cioè il desiderio non viene mai appagato. Come se, in qualche modo, nel fine a cui si anelava fosse insita la frustrazione di averlo conseguito, perché, comunque, esso si rivela non definitivo. Ogni bene finito è un’anticipazione simbolica del Bene Infinito: l’uomo è perennemente insoddisfatto non perché ha conseguito questo o quel bene invece che un altro, ma per la natura finita di tutti questi beni, incapace di appagare il desiderio umano, che è un desiderio di Infinito, che solo un Bene Infinito può estinguere: solo la comunione con Dio, se esiste, può dare soddisfazione all’anelito del nostro desiderio.

Fu solo tra il tardo Settecento e l'Ottocento che si osò pensare alla Felicità come qualcosa di più che un dono divino o una ricompensa ultraterrena, meno casuale della fortuna.  Per la prima volta nella storia dell'uomo, ci si trovò di fronte alla  prospettiva di non dover soffrire come per un'infallibile legge dell'universo, ma di potere e di doversi aspettare la Felicità e provare piacere come un diritto dell'esistenza. Ad esempio, “Le Paradis est ou je suis”, dichiara Voltaire all'inizio del diciottesimo secolo: “Il  paradiso è dove sono io”.

La Psicologia e la Felicità.

Secondo  la letteratura psicologica-psichiatrica contemporanea, la felicità, è conseguenza di un’attività vitale non direttamente polarizzata verso di essa con desiderio e ricerca intenzionali. Il clinico può osservare che il principio del piacere è in realtà autodistruttivo, la ricerca diretta della felicità è autodistruttiva. Quanto più ci si sforza di guadagnarla, tanto meno la si consegue.((J. Cardona Pescador, La depressión, psicopatología de la alegría, Ed. Cíentifico-Médica, Barcellona, 1983, pp. 106-107).

Sempre in ambito psicoterapeutico, prevarrebbe l’idea che la felicità e il piacere non siano direttamente “intenzionabili”: “il piacere non si lascia ricercare per se stesso, ma può essere ottenuto solo quale effetto spontaneo, così, più l’uomo ricerca il piacere, più questo gli sfugge. “Ciò di cui l’uomo ha bisogno non è il piacere in se stesso, bensì una ragione per essere felice.”  (V. Frankl, Der Mensch auf der Suche nach Sinn, Verlag, Stuttgart, 1952, tr. it. Alla ricerca di un significato della vita. Per una psicoterapia riumanizzata, Mursia, Milano, 1990, p. 55).

La Psicoanalisi e la Felicità.

In realtà, a partire da Freud non è stata elaborata una teoria psicoanalitica delle emozioni, quanto piuttosto degli affetti, o pulsioni sessuali e pulsioni dell’Io. Le prime sono stimoli interni che influenzano il comportamento dell’individuo e lo spingono a determinate azioni, caratterizzate ognuna da tre elementi: una fonte, una meta ed un oggetto. La fonte di ogni pulsione ha un origine interna specifica, di natura biologica o biochimica, che provoca uno stato di tensione interna che spinge l’individuo verso una meta, allo scopo di scaricare la tensione. L’oggetto della pulsione, invece, rappresenta sia il fine che il mezzo attraverso il quale la pulsione raggiunge la sua meta; può trattarsi di una persona, di un oggetto parziale, di un oggetto reale o fantasmatico. Delle pulsioni dell’Io fanno parte la fame, la sete, l’aggressività e tutti gli impulsi rivolti al controllo del comportamento altrui, come esercitare potere, attaccare e fuggire. Successivamente Freud modificò la sua teoria introducendo i concetti di pulsione di vita e pulsione di morte.

Sebbene la teoria di Freud sulle pulsioni non sia una vera e propria teoria delle emozioni, fornisce delle basi per le interpretazioni psicoanalitiche degli affetti, in particolare l’ansia e la depressione.

Un ulteriore aspetto da prendere in considerazione è il riconoscimento delle emozioni negli altri. Per Freud nell’espressione di un’emozione possono verificarsi vari spostamenti e trasformazioni volti ad impedire all’affetto di apparire alla coscienza liberamente.

In questa prospettiva, sogni, associazioni libere, lapsus, postura, atti mancati, espressioni facciali e tono della voce assumono particolare importanza come indicatori di emozioni rimosse da un individuo. In tutti questi casi l’affetto inconscio riemerge alla coscienza grazie ad un indebolimento dei meccanismi di censura.

La Neurobiologia e la Felicità.

La tesi a favore dell’esistenza di un sistema per le emozioni nel cervello umano è, ancora oggi, oggetto di molte discussioni. L’opinione corrente è che ci sarebbero alcune strutture cerebrali più importanti di altre per l’esperienza e l’espressione dell’emozione. Gli studi di Cannon per primi hanno preso in considerazione le varie aree del cervello in relazione all’evento emozionale. Nella figura 1. sono riprodotte le principali strutture del sistema limbico, che rappresenterebbe un correlato cerebrale delle emozioni.



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Figura 1: Principali strutture del sistema limbico

 

Localizzato al di sotto della corteccia cerebrale, il sistema limbico, comprendente l’amigdala, l’ippocampo e l’ipotalamo, riveste un ruolo importante in buona parte delle reazioni emotive, nella motivazione, nell’apprendimento e in certi aspetti della memoria.  L’amigdala è un elemento critico nei circuiti del cervello che elaborano paura e aggressività. Questa struttura ha un ruolo specifico nell’elaborazione delle emozioni, sia a livello anatomico che funzionale e riceve un’ampia gamma di input relativi a stimoli presenti, ricordati o semplicemente immaginati. Ognuno di questi input è capace di mettere in moto dei meccanismi che integrano informazioni sia di tipo cognitivo che emotivo in altre parti del sistema. Sebbene l’amigdala non è in grado di decodificare la qualità emozionale degli stimoli, il suo ruolo consiste nell’ alimentare ed attivare l’intero sistema emotivo. Numerosi studi hanno esaminato l’effetto di lesioni all’amigdala che provocano danni sull’abilità di riconoscere le espressioni emozionali del volto, riportando deficit associati a paura, rabbia, tristezza e disgusto. La varietà di deficit probabilmente riflette, in parte, differenze nelle lesioni, tuttavia l’inabilità a riconoscere la paura nelle espressioni facciali sembra essere il più frequente.

L’ippocampo e l’ipotalamo formano, insieme all’amigdala, il sistema limbico. Il primo è localizzato nella zona mediale del lobo temporale e svolge un ruolo importante nella memoria a lungo termine e nella navigazione spaziale.

L’ipotalamo, infine, è la zona del cervello che coordina il sistema nervoso autonomo e regola, tramite una complessa attività ormonale, funzioni diverse all’interno dell’organismo, come l’equilibrio della temperatura corporea, il metabolismo dei glucidi e dei lipidi, ecc. Molte di queste funzioni sono implicate nel vissuto e nella manifestazione psicofisiologica delle emozioni.

Il sistema nervoso autonomo.

L’esperienza emozionale è quasi sempre accompagnata dalla mobilitazione del sistema nervoso autonomo (che regola le reazioni corporee involontarie) attraverso le sue due parti: il sistema simpatico e il sistema parasimpatico. Il sistema simpatico ha il compito di attivare le risposte di sopravvivenza alle minacce che vengono percepite; le ghiandole surrenali secernono gli ormoni dello stress (adrenalina, noradrenalina, cortisolo), il battito cardiaco aumenta, i muscoli si contraggono, le pupille si dilatano e il respiro si fa più profondo e rapido. Una versione estrema dell’attivazione del sistema nervoso simpatico è conosciuta come risposta di attacco o fuga, che porta gli animali a fuggire o attaccare in caso di pericolo. Quando il pericolo è passato, il sistema parasimpatico prende il sopravvento su quello simpatico e riporta il corpo ad uno stato di riposo pre-ansia.

I neurotrasmettitori.

Un ultimo aspetto da prendere in considerazione, che sono alla base non solo delle esperienze emozionali ma riguardano tutte le strutture del nostro corpo, sono i neurotrasmettitori, responsabili della trasmissione sinaptica chimica. Questi rientrano in tre categorie chimiche: aminoacidi, amine  e peptidi e la loro funzione è quella di trasmettere l’informazione dalla membrana pre-sinaptica a quella post-sinaptica.

Tra i neurotrasmettitori aminoacidi rientrano il glutammato (Glu), la glicina (Gly) e l’acido gamma-aminobutirrico (GABA). Il glutammato è un neurotrasmettitore eccitatorio e consente allo stimolo nervoso di propagarsi nel neurone post-sinaptico. Un eccessiva presenza nelle sinapsi di glutammato può indurre uno stato di ipereccitazione e insonnia con forti cefalee. Il neurotrasmettitore GABA, invece, ha una funzione prevalentemente inibitoria, sopprimendo l’attività del sistema nervoso centrale. Il sistema limbico è particolarmente ricco di recettori per il GABA e si pensa che la sua funzione sia quella di “calmare” il sistema limbico quando è sovraeccitato. Sui recettori per il GABA agiscono le benzodiazepine, i farmaci più utilizzati per ridurre l’ansia patologica. Questi farmaci si legano ai recettori per il GABA e ne modificano la forma aumentandone l’affinità con il neurotrasmettitore, determinando un potenziamento dell’azione del GABA.

La seconda categoria è rappresentata dai neurotrasmettitori aminici: serotonina, dopamina, acetilcolina e noradrenalina svolgono un ruolo molto importante nelle manifestazioni comportamentali, nei processi cognitivi e, soprattutto, nelle emozioni. La serotonina è implicata nella regolazione dell’umore e del sonno, nella temperatura corporea e nella coordinazione delle attività intestinali. La dopamina, invece, è il principale neurotrasmettitore del cervello emozionale; svolge un ruolo importante nella regolazione di comportamenti quali il mangiare, il bere, il riprodursi, avere successo nella lotta o nella competizione o il fuggire da un pericolo. Una scarsa produzione di dopamina sembra sia correlata alla depressione, mentre una iperattività nella produzione pare connessa alla sindrome maniacale e alla schizofrenia. La noradrenalina, infine, coinvolge parti del cervello dove risiedono i controlli dell’attenzione e delle reazioni. Insieme all’epinefrina, provoca la risposta di attacco o fuga (fight or flight), attivando il sistema nervoso simpatico per aumentare il battito cardiaco, rilasciare energia sotto forma di glucosio dal glicogeno e aumentare il tono muscolare.

I peptidi costituiscono la terza categoria chimica dei neurotrasmettitori; essi comprendono le encefalite, le endorfine, la sostanza P, la neurotensina e molti altri. Si tratta di catene proteiche di lunghezza variabile la cui funzione è prevalentemente inibitoria; per esempio le endorfine sono maggiormente concentrate nella parte del midollo spinale in cui arrivano le fibre nervose sensitive che conducono gli stimoli dolorifici nelle varie parti del corpo o nelle zone del cervello che hanno il compito di ricevere, integrare e trasmettere le informazioni dolorifiche nelle altre aree cerebrali.

I neuroni specchio.

La scoperta dei neuroni specchio non è la scoperta di un nuovo fenomeno clinico, ma solo dei possibili meccanismi neurali che possono far luce su fenomeni clinici già noti, come sostiene Gallese nel 2006.

Essi sarebbero una popolazione di neuroni visuo-motori scoperti nel cervello dei primati e dell’uomo che si attivano sia durante l’esecuzione di azioni sia durante l’osservazione delle stesse azioni compiute da altri.

Nel contesto emozionale, questi neuroni assumono grande importanza in quanto regolano le strategie di adattamento alle situazioni ambientali. Prove scientifiche hanno dimostrato che l’attivazione di un particolare circuito neurale, che comprende la corteccia premotoria ventrale e include l’amigdala e l’insula, assume grande importanza nell’osservazione e nel riconoscimento  di espressioni (facciali) emozionali di base, come paura, felicità, rabbia, disgusto, sorpresa, tristezza. Percezione e produzione delle manifestazioni espressive avrebbero, quindi, una base comune. Un ruolo importante in questo meccanismo viene svolto dall’insula, che connette il sistema limbico con il sistema dei neuroni specchio ed è un centro di integrazione viscero-motoria trasformando gli input sensoriali in reazioni viscerali. Il meccanismo specchio risulta attivo anche nel riconoscimento del dolore.

Freedberg nel 2007 notò che anche nello spettatore di un’opera d’arte vengono attivati gli stessi circuiti neurali corrispondenti alle azioni o alle emozioni rappresentate nell’opera.

Dunque, i circuiti neurali di un’emozione:

  1. Sono geneticamente predisposti (innati) e selezionati per il loro valore adattativo
  2. Sono organizzati per rispondere in modo automatico agli stimoli salienti
  3. Modificano i comportamenti, attivando o inibendo programmi motori, i pattern biochimici, l’attivazione fisiologica
  4. Influenzano anche i sistemi sensoriali
  5. Interagiscono con i sistemi cognitivi
  6. Sono implicati nei circuiti alla base dell’esperienza soggettiva cosciente.

Secondo il Modello del sistema emozionale unico, da un unico centro sottocorticale per tutte le emozioni si passerebbe a un circuito sottocorticale composto da diverse aree interconnesse per l’elaborazione di tutti i processi emozionali. In realtà le emozioni non sono solo sottocorticali e l’Emisfero sinistro sarebbe quello maggiormente collegato alle emozioni positive, quello destro alle emozioni negative.

Inoltre, la teoria del “cervello trino” di Mc Lean del 1970 composto da cervello emotivo (sistema limbico), cervello razionale (neocorteccia), cervello rettiliano (tronco encefalico, gangli della base), non solo sarebbe ancora valida, ma spiegherebbe anche molti aspetti connessi alla Sessualità. E, dunque, anche alla Felicità.

Infine (perché no?)…Annusare la Felicità.

Le persone sarebbero in grado di comunicare la Felicità agli altri attraverso la loro traspirazione. 

Uno studio condotto dal Prof. Gün Semin, psicologo presso l’Università di Utrecht, nei Paesi Bassi, e pubblicato sulla rivista  Psychological Science di quest’anno, ha messo in evidenza che alcuni composti chimici “felici” contenuti nel sudore, possono essere rilevati dagli altri, mentre studi precedenti avevano dimostrato che siamo in grado di annusare e percepire la paura e il disgusto tramite il sudore.

Lo studio ha osservato un mutamento delle espressioni del volto dei soggetti che sono stati sottoposti: quando le donne ( che, notoriamente, hanno un olfatto più sviluppato degli uomini), annusavano del ‘sudore felice’, i muscoli della loro faccia si spostavano per indicare un sorriso.

Dunque potremo anche percepire e comunicare la Felicità sudando.

E ciò potrebbe essere messo in “comune” con gli altri, contagiando la Felicità.

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Inserito il:18/08/2015 09:26:37
Ultimo aggiornamento:04/09/2015 08:57:18
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