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DALLA POLTRONA (18) - Christofer Nolan, Odissea, film 2026
di Giacomo D. Ghidelli
Il film Odissea di Christopher Nolan può essere goduto da almeno due punti di vista. Ci si può infatti immergere nelle quasi tre ore di spettacolo come se questo fosse un classico “filmone hollywoodiano” pieno di azione, di sorprese grandiose e divertenti, rese ancor più godibili nelle sale attrezzate per una proiezione che rispetti lo splendore derivato dalle riprese in 65mm.
Naturalmente, quelli che sono stati definiti i vedovi di Omero potrebbero irridere il film proprio per le stesse ragioni, dicendo che si tratta di una “Odissea in stile Las Vegas”, dove si dà vita al grande-finto per ricordare il grande-vero, così che ci sono statunitensi che vanno a farsi una qualche giocata al Venetian Resort convinti che tutto sommato quello è un “due per uno”, e che quindi sia inutile programmare un viaggio a Venezia perché anche in quell’hotel ci sono le gondole e il cielo con le sfumature di Tiepolo. E in realtà i nostri vedovi di Omero non avrebbero tutti i torti. Bisogna infatti dire che le differenze tra il film e il testo di riferimento sono profonde.
A parte alcune avventure tagliate, fatto però spiegabile anche con limiti di durata, ci sono molte cose che non collimano. Ad esempio, la bella Elena “dalle bianche braccia” è una donna di colore, addirittura gemella di Clitennestra. Circe, più che una “dea tremenda dai riccioli belli” esperta di pozioni malefiche e abile nel manovrare in modo leggiadro la sua verga, per essere sintetici diciamo che viene dipinta come una “rasdora” che serve in piedi chi mangia o, meglio, come una norcina che fabbrica salumi, vista la sua mano che sembra violentemente insaccare qualcosa nella bocca degli sventurati marinai durante la loro trasformazione. Dall’episodio viene poi castamente espunta la relazione tra la dea e il protagonista che Omero fa durare un anno, e che ha come conseguenza la nascita di un figlio. Come un altro figlio (anche questo censurato) nascerà dalla relazione durata in questo caso sette anni con la bella Calipso.
Ma a proposito di figli, le differenze più profonde sono proprio quelle che segnano il rapporto Ulisse-Telemaco. Nel testo greco il giovane, partito in cerca di notizie del padre, si salva dall’agguato dei Proci non (come nel film) grazie all’aiuto del padre che uccide i congiurati, ma al consiglio di Atena di cambiare strada: il padre lo incontrerà più tardi, una volta tornato sano e salvo a Itaca. Inoltre, nel film Ulisse impedisce a Telemaco di partecipare alla strage dei Proci, mentre Omero narra che il figlio fu invece un valido aiuto del padre nella general mattanza del ritorno.
Ma lasciando perdere le differenze (ce ne sono moltissime altre) andiamo, come dicevo in apertura di discorso, al secondo punto di vista da cui può essere visto il lavoro di Nolan.
Detto in estrema sintesi, il film può essere letto come un’importante opera contro la violenza. E questo nonostante il fatto che moltissime immagini siano proprio immagini di violenza. Vediamo.
“Un uomo-un volto” scandisce il cantore che si appresta a narrare le vicende della guerra di Troia nella sala dove stanno cenando i Proci all’inizio del film. L’uomo e il volto sono quelli di Ulisse, seduto su un gradino di Troia che guarda muto la carneficina a cui il suo cavallo di legno ha dato vita: lì seduto, sembra un po’ spaesato, sembra si renda conto solo adesso dell’enormità di ciò che sta accadendo: uomini sventrati, donne sgozzate. A centinaia. Quello sguardo sembra dire che nel fondo del suo animo si stia muovendo la pietas per gli infiniti morti di entrambe le parti. Ma è la guerra. Una guerra vinta e una terra che può essere finalmente lasciata. Come può essere finalmente lasciato alle spalle tutto ciò che la guerra ricordi: lui non seguirà la rotta delle altre navi: lui vuole allontanarsi da Agamennone, il capo supremo che l’aveva obbligato a lasciare Itaca e a unirsi all’esercito: in realtà sembra voglia lasciarsi alle spalle anni di violenza perché il suo orizzonte è diventato altro, anche se lui ancora non sa qual è. Ma la prima sosta fatta per procurarsi cibo è ancora segnata da uccisioni e incendi. E da un avvertimento: dalla parte in cui volete andare troverete cose che non vi piaceranno, gli dice un vecchio mentre guarda il suo villaggio distrutto.
E infatti da quel momento le cose cambiano: Ulisse, da soggetto della violenza, diventa oggetto di violenza e quindi inizia a patire su di sé ciò che lui ha fatto agli altri. È una specie di legge del contrappasso che Ulisse sperimenta vedendo la morte di tutti i suoi uomini e che lo lascerà solo di fronte alla sua storia e alla sua coscienza. In questo percorso Ulisse eserciterà ancora violenza, ma lo farà soltanto per salvare sè e i suoi compagni.
C’è la violenza sul Ciclope; Circe lascia libero lui e fa sì che i suoi uomini dismettano le sembianze porcine soltanto perché Ulisse minaccia di far male all’uccello che Circe tiene imprigionato in gabbia, uccello a cui lei tiene molto poiché è nientemeno che sua madre. Alla violenza antropofaga dei Lestrigoni, nel film giganti coperti da armature, la sola nave di Ulisse riesce a fuggire (le altre due saranno distrutte e i marinai divorati) perché il nostro eroe con mira infallibile uccide con una freccia il gigante che sta per afferrare la sua nave. E c’è anche la violenza del silenzio che Ulisse attua nei confronti dei suoi compagni: per poter scampare al gorgo di Cariddi deve rasentare la tana di Scilla, il mostro a sei teste che divora sei marinai: d’altra parte se li avesse avvertiti i suoi compagni non avrebbero seguito quella rotta e sarebbero morti tutti.
Prima della mattanza finale dei Proci, c’è anche la violenza dei morti, quelli che lui non ha onorato con la giusta sepoltura, da cui alla fine degli incontri con le anime trasparenti fuggirà per non subirne la vendetta, non prima però di aver promesso che si sarebbe recato in una lontana terra dove avrebbe onorato gli insepolti. Ed è proprio in questa promessa che emerge la pietas, quasi fosse il risultato di una ancora sotterranea presa di coscienza dei danni della violenza.
Perché questa pietas venga totalmente e consapevolmente alla luce, Ulisse deve passare un lungo periodo a Ogigia, in compagnia di Calipso. Vi è arrivato dopo una terribile burrasca durante la quale la nave è andata distrutta e tutti i suoi compagni sono annegati. Calipso lo raccoglie e gli offre, grazie ai fiori di loto, quello che può essere considerato come un lungo periodo di latenza, un tempo sospeso in cui il passato si deposita per poi tornare alla luce in modo nuovo. Quando Ulisse sente riemergere il bisogno del ritorno, prima di cedervi deve infatti ricordare tutto quanto avvenuto e lo fa sotto la guida attenta di Calipso: quando le emozioni diventano feroci, ai limiti della sostenibilità, lei impone pause: per riappropriarsi di in modo profondo di sé occorre un ritmo giusto, quasi come accade in una terapia analitica. E quando tutto è compiuto Calipso si accommiata da lui con una sorta di estratto di saggezza capace di aprire nuove strade, invitandolo a smettere di combattere e di volere il controllo delle cose, invitandolo a vivere nel senso più pieno del termine.
A questo punto Ulisse cessa di essere il naufrago della vita e può tornare come re: come un re nutrito di quella pietas che aveva fatto capolino nelle prime scene del film. In un bell’articolo comparso sull’Huffpost, Manginobrioches (così lo pseudonimo dell’Autore) annota: c’è “pietà per i compagni insepolti, pietà per il vecchio cane Argo e tutte le creature umili che ci amano senza pretendere nulla. Pietà per i legami e i valori umani che vanno oltre le geometrie stabilite dai rapporti di censo e di potere: Eumeo il porcaro (…). Pietà per le ombre dell’Ade”.
Non c’è pietà, però, per i Proci, che per anni avevano angariato Penelope, che avevano depredato le ricchezze di Itaca, che avevano tentato di uccidere Telemaco, e che avevano mostrato disprezzo e arroganza verso tutti. Colpevoli, in sintesi, di aver infranto la legge degli dei che vieta agli uomini di abbandonarsi all’hybris, alla superbia e alla tracotanza, la punizione che spetta loro è nient’altro che l’applicazione della giustizia. E proprio per questo si tratta di una punizione e di una violenza da cui Ulisse deve e vuole tenere lontano il figlio: la violenza non è cosa per Telemaco: il padre lo sa e lo protegge. Lui – il re – secondo l’antica regola della Grecia mitologica è il solo che può esercitare la giustizia i cui parametri sono, per l’appunto, stabiliti dagli Dei. Se il figlio si unisse a lui, sarebbe esiliato dalla sua terra: la violenza non è cosa gratuita neppure contro chi ha tentato di ucciderti e che ti ha angariato per anni: eliminare i Proci è questione quasi religiosa, perché deriva dall’osservanza delle leggi stabilite da Zeus.
(Un piccolo inciso: c’è chi – senza vergogna per la propria ignoranza platealmente esibita sui mezzi di informazione e sui social – ha voluto assoldare Ulisse come il protagonista degli ideali della nostrana destra, in quanto difensore della patria, dei confini e della famiglia, proponendo improbabili similitudini tra un gioielliere omicida e l’eroe greco. Sic!)
E dopo l’esercizio della giustizia, che potremmo paradossalmente definire “senza violenza”, c’è soltanto la pietas che diventa motore dell’ultimo viaggio: incoronato re il giovane Telemaco, Ulisse e Penelope lasciano Itaca: andranno ad onorare gli insepolti e si tratta del viaggio, tra l’altro, che Penelope aveva sognato all’inizio del film per sfuggire alla chiamata alle armi del marito.
Qui termina il film e termino anche io con una speranza: quella che lo spettatore, tornato a casa, si abbandoni alla lettura del testo originale: sarà una ulteriore ricchezza. E per chi pensa che i 24 libri in versi del testo omerico rappresentino una lettura insostenibile, c’è la bella versione in prosa di Giuseppe Tonna pubblicata da Garzanti: buon divertimento a tutti.

