Immagine realizzata con strumenti di Intelligenza Artificiale
La solitudine alla colonnina di ricarica, le attese perdute e un caffè pagato
di Mauro Nemesio Rossi
C’è un momento, nella vita moderna, che più di altri rivela la nostra solitudine di esseri umani. Circondati dalla tecnologia e lontani dalle persone, la ricarica dell’auto elettrica diventa come la solitudine dei numeri primi, vicini, ma incapaci di toccarsi. Un tempo sospeso, in cui l’automobilista resta lì, fermo accanto alla sua macchina, mentre la colonnina fa il suo lavoro in silenzio. Quindici, venti minuti che non sono abbastanza per fare qualcosa di vero, ma sono troppo, troppo lunghi per il principio della relatività.
Germoglia quell’isolamento, un eremo che non è drammatico, ma è reale. Un abbandono fatto di attesa, di sguardi nel vuoto, di percentuali che salgono lentamente sul display dell’auto.
Mai si potrebbe immaginare che, in un mondo così connesso, qualcuno possa sentirsi solo. E invece è proprio lì, davanti alla colonnina, che la modernità mostra il suo lato più controverso: siamo collegati a tutto, tranne a chi dovrebbe starci accanto, ma è assente. Nessuno rompe quel silenzio che sembra imposto da un tacito galateo tecnologico. Si tira fuori il telefonino, si finge di essere impegnati, si risponde a un messaggio, si controlla un risultato sportivo, si manda un’email di lavoro per sentirsi utili. Ma la verità è che quel gesto non riempie il tempo, non lo abbrevia né tanto meno lo maschera.
La solitudine resta lì, inflessibile come un’ombra che ci segue. Il pensiero ci porta a un’epoca in cui l’attesa non era un peso ma un’occasione, qualcosa da condividere.
I napoletani, su questo, sono sempre stati maestri. Eduardo De Filippo- attore, autore di teatro del Novecento, capace come pochi di raccontare l’anima quotidiana della gente - lo aveva trasformato in un insegnamento di vita. Bastava una macchinetta del caffè, quella vecchia, con il contenitore sopra e quello sotto, la polvere in mezzo e il fuoco lento, per trasformare sette minuti in un rito di socialità.
Si accendeva la brace, si metteva l’acqua a scaldare, e mentre il calore saliva, si scambiavano le parole. Una barzelletta, un pettegolezzo, una confidenza. Poi si girava la macchinetta, e altri sette minuti di chiacchiere, di risate, di filosofia spicciola. E il famoso cuppetiello di carta sul beccuccio, per non perdere l’aroma del caffè, era un simbolo: trattenere il profumo, trattenere il tempo, trattenere la compagnia.
In totale? Quattordici, quindici minuti. Esattamente il tempo di una ricarica elettrica. Solo che allora nessuno si sentiva solo. Nessuno guardava l’orologio. Nessuno pensava “quanto manca?”. Perché il tempo era pieno. Pieno di umanità, di parole, di sguardi, di piccoli gesti che oggi sembrano quasi un lusso. Infine il sorso celestiale con la solita frase immancabile: il caffè si beve con tre C.C.C. Un motto settecentesco creato da Re Ferdinando IV di Borbone che non insegnava ai suoi sudditi l’arte dell’etica e dell’educazione, ma la scostumatezza: Cazzo Come Cocia (Scotta).
Oggi invece abbiamo tutto: la tecnologia, la velocità, l’efficienza, le app che ci dicono quanti minuti restano, quanti kilowatt stanno entrando, quanto abbiamo risparmiato. Ma ci manca la cosa più semplice: qualcuno con cui parlare. Qualcuno con cui condividere quei venti minuti che sembrano non finire mai. La modernità ci ha dato tutto tranne la compagnia. E così ci ritroviamo più soli di prima, anche se circondati da schermi, notifiche e connessioni.
Chissà se un giorno un napoletano fantasioso, di quelli che sanno trasformare un problema in una poesia, inventerà un sistema per rendere la ricarica elettrica un momento di socialità. Magari una piccola postazione con due sedie e un tavolino, una macchinetta del caffè che borbotta, un giornale lasciato lì da qualcuno, un caffè pagato. Un modo per far incontrare gli sconosciuti. Non per forza per diventare amici, ma almeno per scambiare due parole, un respiro di umanità.
Il vero isolamento è mentale. È l’idea che ogni attesa sia una perdita di tempo, invece che un’occasione. È la convinzione che tutto debba essere rapido, individuale. È la paura di disturbare, di essere invadenti, di parlare con chi non conosciamo. E così ci rintaniamo dietro lo schermo del telefono come se fosse un muro.
Eppure, se ci pensiamo bene, si viveva meglio quando per fare un caffè ci volevano quattordici minuti e nessuno si lamentava. Quando il telefonino non ci aveva ancora convinti che la solitudine fosse normale.
Un giorno, mentre la macchina si ricarica, qualcuno tirerà fuori un mazzo di carte da gioco, lo metterà su uno sgabello qualunque e dirà: “Giochiamo a tre sette”.
E allora sì, la modernità avrà fatto pace con il passato. E quei venti minuti non saranno più un deserto, ma un piccolo angolo di vita condivisa.


