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Voltaire

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Dalla pietra alla lama affilata

di Patrice Brembilla

 

PRADALUNGA E LA PIETRA COTE

La pietra Cote è storicamente legata a Pradalunga, dove sorge l’omonimo Museo Laboratorio. Paese della Valle Seriana in provincia di Bergamo è situato a valle del Monte Misma, una delle prime alture e altopiani delle prealpi bergamasche visibile da gran parte della pianura centrale lombarda. Il principale protagonista dell’avventura che ha portato l’uomo a scavare le montagne per estrarre pietre usate per produrre cemento e pietre usate per affilare utensili è il Misma, monte situato a 1.160 m sul livello del mare, a cavallo tra la Val Seriana e la Val Cavallina, vasto territorio che comprende un ricco ecosistema naturale e faunistico. Il monte custodisce una pietra speciale, preziosa, composta principalmente di calcare e con un alto contenuto di silicio: la pietra Cote bergamasca, pietra naturale mezza dura, caratterizzata da una grana abrasiva fine usata per l’affilatura manuale di utensili da taglio come falci, falcetti, forbici e coltelli, soprattutto quelli piccoli e durante i lavori di sfalcio nei campi.

L’origine eccezionale della pietra si associa anche alla rarità. La roccia coltivata per la produzione delle Coti è limitata ad alcuni sottili livelli, spessi alcuni cm che affiorano soprattutto a Pradalunga.  Veniva estratta a mano in galleria dalle viscere del Monte Misma dai minatori con picconi seguendo nel ventre della montagna i livelli buoni, spesso al buio o con minima illuminazione; il materiale estratto era inviato al Laboratorio dove sotto le tettorie veniva sagomato nella tipica forma ovale allungata e accuratamente rifilato dalla cosiddetta fidatura, operazione di rifinitura a secco o leggermente inumidita, strofinandola su un blocco di pietra arenaria ruvida la cui superficie veniva cosparsa di sabbia silicea.

L’intero Paese era impegnato nella lavorazione con gli operai scalpellini, affidando alcune fasi del processo esclusivamente alle donne, anche a casa. Dal 1933 con l’utilizzo del martello pneumatico, si è ottenuta una pietra di forma affusolata, levigata su entrambi i lati con spessore di 21 mm e con una lunghezza di 28-29 cm anche nella versione da 23-24 cm. Con l’avvento delle levigatrici idrauliche il lavoro si è semplificato e reso meno oneroso. Al termine della lavorazione intervenivano gli impagliatori. Questi operai avevano il compito di organizzare in modo accurato il trasporto delle pietre Coti con della paglia per non danneggiarsi durante il trasporto e poi tradizionalmente conservate nel codèr, il tipico astuccio porta-cote in legno per essere spedite in tutto il mondo.

LA PIETRA COTE NELLA MIETITURA 

Nel contesto dell’economia agricola le Coti sono state utensili indispensabili durante i lavori di mietitura delle messi e di fienagione, da inizio aprile a ottobre. Le fasi e la gestualità dell’affilatura richiamano l’eleganza e sacralità del rito di affilatura. Prima di iniziare e periodicamente durante lo sfalcio, al momento del taglio, ci si ferma, si batte la lama con il martello per aumentare la durezza del metallo, si estrae la pietra Cote dal codèr , non più astuccio per contenerlo, ma tasca appesa alla cintura in cui si mette un pò d’acqua per avere la Cote sempre pronta, e poi si passa la Cote alternativamente sui due lati della lama, levigandola, mantenendo la distanza lama-Cote, detta apertura del filo, molto stretta, 10 – 15 gradi, per ben affilare. L’affilatura derivata è in tal modo delicata, efficace e omogenea, non aggressiva per il metallo e assicura alla lama il giusto taglio e un’incredibile longevità.

L’ARROTINO

Diversi sono i tipi di pietre Coti, in particolare di forma circolare, usate oggi appositamente dagli arrotini e con diametro di varie misure. L’arrotino è una professione artigiana che consiste nell’affilatura delle lame. Per gli spostamenti utilizzava di solito un carretto, una volta giunto sul luogo di lavoro il carretto veniva letteralmente ribaltato su se stesso e si trasformava nello strumento dedicato alla sua attività. Alla ruota veniva agganciato un pedale con vari snodi, veniva fissata la cinghia di trasmissione del movimento della mola che era una pietra Cote realizzata a forma rotonda e su una parete sporgente del carretto, fissava poi un secchiello dell’acqua che sgocciolava sulla mola mediante un rubinetto dosatore, con funzione di lubrificante.

Con bello e cattivo tempo l’arrotino era sempre in cammino da un paese all’altro in cerca di lavoro.

Era faticoso crearsi una zona riservata e difendere il proprio territorio dalla concorrenza di altri arrotini, per questo occorreva affinare il proprio mestiere e mantenere prezzi competitivi. Fino agli anni sessanta l’esercizio di arrotino comportava molti sacrifici. Successivamente l’arrotino usò automezzi nel cui portabagagli vi erano una o più mole collegate all’albero di trasmissione e altri arnesi che potevano servire al proprio lavoro.

Da dati recenti, tra il 2025 e 2026 secondo alcune fonti si stima che siano rimasti circa 400-500 arrotini su tutto il territorio nazionale. Sebbene la figura classica ambulante sia rara, molti arrotini si sono evoluti lavorando spesso con i ristoranti o attraverso reti di tabaccherie per la raccolta degli utensili da affilare.

LE COTI, COMPAGNE DI LAVORO

Il calo dell’attività degli arrotini è dovuto principalmente al consumismo, alla la politica usa e getta che rende più economico acquistare coltelli nuovi piuttosto che affilarli e alla mancanza di ricambio generazionale. Nonostante il calo, la professione resiste grazie alla specializzazione e alla qualità del servizio. Le Coti mantengono la loro ritualità e il piacere di essere state inseparabili compagne di lavoro di chi lavorava terra e dondolanti nel codèr accompagnavano gli emigranti delle nostre valli diretti alle terre d’oltre oceano. Sapevano di casa, mormoravano di famiglia e in nessun angolo del mondo si sarebbe riusciti a trovarne di uguali.

Consultazione: Museo Laboratorio di Pradalunga; Camera di Commercio di Bergamo. 

 

Inserito il:21/06/2026 17:27:04
Ultimo aggiornamento:21/06/2026 18:26:06
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