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Il laboratorio chimico ambulante e l'era digitale nel mistero ontologico del ritratto
di Mauro Nemesio Rossi
Una cassetta di legno con ritratti attaccati e un cavalletto artigianale che dava lavoro e faceva campare una famiglia. Un laboratorio ambulante che documenta una pratica fotografica della metà del Novecento a Napoli sul lungo mare di Via Caracciolo e non solo, periodo in cui l'abilità tecnica dell'operatore doveva sopperire alla totale mancanza di uno studio e trasformare lo spazio pubblico in un laboratorio chimico funzionante a cielo aperto.
Il procedimento si fondava sull'utilizzo di una fotocamera a cassetta in legno che fungeva da strumento di ripresa e da camera oscura portatile, struttura entro la quale il fotografo introduceva le braccia attraverso apposite maniche in tessuto nero a tenuta di oscurità per manipolare i materiali sensibili senza esporli alla luce.
Inizialmente applicava al piano focale un foglio di carta fotografica e realizzava lo scatto scoprendo l'obiettivo per alcuni secondi, regolando il tempo di esposizione unicamente in base alla propria esperienza e alla valutazione visiva della luce ambientale del momento. Nessuno esposimetro niente Asa o Din per calcolare la sensibilità di quel foglio, nessuna conoscenza di aberrazione cromatica, ne di cloruro di argento. Operando alla cieca dentro la struttura lignea, immergeva il foglio esposto in una vaschetta contenente il liquido di sviluppo e poi in una di fissaggio per ottenere un'immagine negativa su carta che mostrava i toni invertiti rispetto alla realtà della scena.
Un primo risultato che ancora bagnato veniva posizionato su un supporto esterno davanti all'obiettivo per essere rifotografato, ripetendo l'intero ciclo di sviluppo e fissaggio all'interno della cassetta al fine di ottenere la stampa positiva finale che veniva infine lavata sommariamente in un secchio d'acqua e consegnata al cliente in pochi minuti. Poi l’ambulante domandava il numero di copie ed in base alla risposta del cliente ripeteva l’ultima operazione. Una molletta per mantenere i panni lavati e una cordicella completavano l’operazione di essiccamento del ritratto.
Questa complessa sequenza di reazioni chimiche e passaggi ottici immediati consentiva la produzione di ritratti popolari a basso costo e documentava l'esistenza di un pubblico urbano che per la prima volta accedeva alla propria rappresentazione visiva senza frequentare i costosi atelier cittadini.
L’ambulante riprendeva la strada cercando nuovi clienti gridando: "’t’A vuo’ fa’ fa’ ’na foto", una classica canzone umoristica napoletana scritta da Armando Gill (pseudonimo di Michele Testa) nel 1918. Fotografava con ironia i costumi e le vanità della società dell'epoca, legandosi idealmente proprio alla figura del fotografo ambulante e al rito del ritratto popolare.
Attraverso un ritmo incalzante e l'uso di un napoletano arguto, la canzone descriveva la nascita del ritratto di massa come un fenomeno di costume e una debolezza umana universale. Anticipando sul piano della cultura popolare e della satira, la consapevolezza del ritratto come "messa in scena" e costruzione del sé, la stessa stramberia dell'immagine identitaria che, decenni più tardi, sarebbe diventato oggetto di profonda indagine filosofica e sociologica.
La contemplazione dell'immagine suscita un interesse speculativo profondo che supera la semplice curiosità storica e si collega direttamente alle riflessioni teoriche di Roland Barthes sulla natura del mezzo fotografico.
Il filosofo francese evidenziò come ogni ritratto custodisca un nucleo impenetrabile che resiste alle spiegazioni razionali e che la tecnologia digitale non è riuscita a scalfire poiché l'essenza dell'immagine, risiede nella certezza assoluta che il soggetto ha posato davanti all'obiettivo in un preciso momento del passato. Una presenza fisica registrata sulla carta fondamento del mistero fotografico.
Lo spettatore si trova di fronte a una realtà che non esiste più ma che continua a emanare la propria forza visiva attraverso i decenni. La distanza temporale amplifica la percezione del legame indissolubile tra la persona ritratta e il dispositivo che ne ha fissato le sembianze, rendendo l'osservazione odierna un'esperienza che interroga la coscienza sul significato del tempo e della memoria. Anche la totale disponibilità di strumenti tecnologici odierni non risolve l'enigma del ritratto poiché la forza dell'opera risiede interamente in quel nucleo primitivo di verità documentaria che Barthes definisce come la prova indiscutibile di ciò che è stato.
La fotografia digitale oggi mette in luce una trasformazione del mezzo che ridefinisce il concetto stesso di testimonianza visiva. Mentre il processo analogico legava il risultato finale a una reazione, è una sequenza di bit archiviati che prescinde da un supporto materiale. Una condizione che favorisce la manipolazione attraverso il fotoritocco e intelligenza artificiale, capaci di alterare i connotati fisici delle persone rappresentate. L'osservatore vive nel dubbio costante dove la veridicità può essere contestata e la tecnologia crea simulacri senza legami con un referente presente nel mondo fisico. La facilità con cui si possono eliminare le imperfezioni e i contesti ambientali nega l'onestà e la rigidità del processo della cassetta di legno in cui ogni errore chimico o movimento del soggetto rimaneva impresso in modo immodificabile sulla carta.
Queste tecnologie capaci di falsificare la realtà con precisione non risolvono il mistero del ritratto individuato da Roland Barthes, la sua riflessione rimane inalterata al di là delle trasformazioni tecniche del supporto. L'enigma non risiede infatti nella precisione dell'obiettivo o nella fedeltà cromatica ma nella sensazione psicologica tra lo sguardo del soggetto che posa e la coscienza di colui che osserva la foto a distanza di tempo. Barthes spiega come il carattere della fotografia viene percepito. La persona ritratta, posando, ha offerto la propria immagine a un dispositivo di registrazione, accettando di essere sottratta al flusso del divenire storico. Una transazione ontologica che resiste sia agli strumenti chimici ambulanti che alla sofisticazione dei sensori elettronici. Il mistero riguarda l'identità umana e il tentativo di superare il tempo e la morte attraverso la testimonianza di un istante di esistenza. La sofisticazione digitale può insidiare la fiducia nella singola immagine ma non distrugge la natura del ritratto che si propone con la domanda insoluta sulla presenza e sull'assenza.
Un mistero che certifica che la fotografia è un atto filosofico che interroga la nostra percezione esistenziale. Chi guarda il volto in una immagine si confronta con un individuo che si presenta come voleva presentarsi ai posteri. Il contatto temporale rimane identico all'immagine di un lavaggio in un secchio d'acqua, o che appaia sullo schermo a cristalli liquidi di un moderno telefono cellulare. Il mistero resta immortale proprio perché la filosofia non ha saputo risolvere la singolarità di un'assenza, presente attraverso lo sguardo e che permette al ritratto di conservare intatto il suo fascino attraverso le epoche.


