Rosa Stellata
di Alessandra Tucci
Come si scrive un romanzo. Mi viene chiesto spesso e oggi rispondo. Che io scriva romanzi penso sia abbastanza chiaro, oltretutto è nel mio profilo. Posso quindi dire come scrivo io e lo faccio raccontando del mio romanzo ROSA STELLATA. Due Donne, una storia. Come è nato, da dove è arrivato. Perchè.
Lo dico subito e mi tolgo il pensiero: non l'ho deciso, proprio per niente, di scriverlo non avevo la minima intenzione. Ma è arrivato con la leggerezza dell'ippopotamo. Mi ha schiacciata scacciando via ogni resistenza. All'improvviso, appare un'immagine nella mia mente, chiara, nitida, inestirpabile. Una donna sui trentacinque anni, scura di capelli, chiara di pelle, sdraiata su un letto d'ospedale. Gli occhi aperti, ma è assente. Una perfetta sconosciuta che mi si appiccica dentro come una cozza. Non riesco a liberarmi dell'immagine di quella donna. Qui, la genialata: ok, ok, ho capito! Chiunque tu sia, stai serena. Scrivo questa scena e poi ognuna a casa sua. E la scrivo. Esattamente questa:
Lì. Distesa. Immobile. Non un passo in qua, verso la vita, non un passo in là, verso la libertà. Sospesa nell’indefinito. Indecisa, forse: Mi aggrappo ai cuori protesi verso il mio e rientro nella vita? O mi abbandono a questa molle onda che mi lambisce e vedo dove mi porta? Però la sua fronte è distesa, liscia. Non una ruga che sveli il dubbio che essa cela. Spaventata, allora: Dove mi porterà questa molle onda se mi abbandono a lei? E quei cuori si chiuderanno a pugno dietro di me se li abbandono su questa terra? Eppure il suo sguardo, fisso e distante, sembra sereno. Nessun lampo che tradisca paura. Avvolto in una camicia candida, adagiato su cinque cuscini che disegnano tutt’attorno una condensa di nuvole bianche, anche il suo corpo consunto sembra sospeso come sospesa appare la sua Anima. Nel vuoto, nel dubbio, nell’indefinito.
Il prete è appena andato via, trascinandosi dietro l’olio e il settimo sacramento. La croce è rimasta impressa, come scolpita, su quella fronte pallida, il guizzo che ha riacceso la vita ribellandosi alla irreversibilità dell’estrema benedizione ha invece abbandonato gli occhi, ora di nuovo vitrei, infilandosi forse tra le pagine della Sacra Scrittura che non ha voluto ascoltare.
L’Anima che sembrava fuggire via, veloce e sorda a qualsiasi richiamo, davanti alla porta d’uscita, si è arrestata, come strattonata dalla vita che si stava lasciando alle spalle. E non si è più mossa.
Il guizzo di vitalità che l’aveva riafferrata rudemente sull’uscio è andato via insieme al prete, all’olio e al settimo sacramento e ha lasciato un’Anima stordita dentro un corpo consunto. Distesi insieme. Immobili. Sospesi sull’uscio della vita, in bilico verso la libertà. Senza un alito che spinga da una parte o dall’altra.
Nel descriverla, l'ho attentamente osservata: quel suo volto tra i cuscini. Era come se tutti i pori della sua pelle fossero occlusi, irrimediabilmente, e l’energia vitale stesse implodendo all’interno. Anzi, fosse già implosa. Un viso con l’Anima implosa.
Un'immagine che ancora oggi mi fa tremare il cuore nel rievocarla. Ma basta ciancie! L'avevo immortalata, quindi adesso ognuna per la sua strada.
E invece proprio per niente. Appena finito di descrivere la scena, quella stanza d'ospedale si riempie di gente, tutta sconosciuta perchè ci mancherebbe. Li guardo sconfortata, ascolto quello che dicono e scopro che la donna giacente si chiama Astrid. Ah, almeno il nome. Ne noto subito un'altra che proprio non ce la fa a passare inosservata: bionda, riccia, completamente spanata dentro un moto perpetuo che la attorciglia su sè stessa, intacitabile, elegante e circense allo stesso tempo, sorprendente. E questa adesso chi è? E, mentre io galleggio nello sconforto, lei si presenta. Da non credere. Con una grazia che è il suo marchio di fabbrica. Questa:
“Astrid, tu ed io dobbiamo parlare. Comincio io, tu intanto ascolta in silenzio che ti riesce bene. Io mi chiamo Rosa. Rosaria a dirla tutta, ma i grani di quella catena religiosa tra le mani nodose di donne nere e cupe, inginocchiate davanti a un altare ma mai davanti al divino che hanno dentro, mai davanti alla vita, non mi sono mai piaciuti, li vedevo accendersi tutti insieme come tanti occhi inquisitori ogni volta che mi chiamavano. E lo facevano, mi chiamavano tutti in continuazione, convinti che fossi lenta, assente, fuori dalla realtà. E di testa. Rosaria è strana era il commento che accompagnava ogni mio movimento, qualsiasi gesto, l’immobilità, il mio stesso esistere, respirare. Ho abbandonato quel nome, subito, i suoi grani indagatori e impietosi. E l'ho barattato: quei grani con le spine conficcate nella fronte di quel povero Cristo appeso al mio nome. Le spine della rosa. Rosaria la lenta, Rosa la strana. Solo il nome si è ritratto, la fama si è invece progressivamente estesa ed allungata in avanti come l’ombra che ti precede quando hai il sole alle spalle. È arrivata qui prima ancora che ci arrivassi io, preceduta da una telefonata troppo sussurrata per non essere ascoltata. Dopo due settimane esatte arriva la convocazione da parte dell’amministrazione di questo ospedale.Te la faccio breve, hai già il tuo buon carico di pesantezza. Mi hanno assunta per grazia divina. E oggi è il mio primo giorno di lavoro, non ho però ben capito di che lavoro si tratti. Infermiera dicono. Mah, dama di compagnia, tutt'al più. Dama di compagnia di una donna che non parla, non mangia, non beve, non si muove, quasi non respira, una donna bambola con la sua dama di compagnia imbambolata. Accoppiata eccellente.”
Eccola qui, Rosa. Una meraviglia: completamente matta. Solo che, come tutti i folli e gli eretici, lei riesce a vedere Oltre. E lo dice. Diretta e senza cerimonie:
“Tu sei qui dentro, Astrid! Puoi incantare chiunque, i medici, gli infermieri, i parenti, quei tuoi amici santoni che ti affumicano di incensi soffiandoti addosso mantra e formule da sottoscala, e poi dicono che sono io quella strana, anche l’uomo che sta piantato vicino al tuo letto come un palo, tra un pò gli esce il cucù dal cappello se non gli dai un segno. Ma non puoi darla a bere a me. Io ti ho vista, Astrid! Mentre il prete incrociava l’olio sulla tua fronte ho visto la tua Anima intrappolata dietro il vetro dei tuoi occhi. Si era affacciata per non essere sfrattata da qui. Sei tu la carceriera di te stessa. E sei bloccata. Cosa hai perso, cosa stai cercando? Tu non vuoi andartene e non vuoi tornare, cosa vuoi? Perché ti sei fermata? Sei inquieta, cara mia. Hai perso te stessa dentro te stessa? Ti sei persa qui dentro?”
Insomma, più andavo avanti, più mi rifiutavo di continuare a scriverlo, ero finita dentro un manicomio tra Astrid e Rosa che palleggiavano con la mia ragione. La prima completamente assente dentro un corpo rotto e chiuso, la seconda totalmente spanata nel vomitarle addosso parole a secchiate. E pure convinta che Astrid la ascolti. Convinta, già. Per agevolarla la invita a raggiungerla in sogno e si addormenta, tanto per stare di guardia come una vera infermiera. Fine della scena. A questo punto, in tutta franchezza, avrei chiuso proprio bottega letterataria e tanti in bocca la lupo alla loro anima intrappolata tra il sogno e il delirio, io ne esco.
E invece sulla scena si rialza il sipario in un attimo e indovinate un po' cosa accade? Astrid nel sogno di Rosa ci va, la prende alla lettera, creando un contatto tra loro che penetra a fondo, raggiunge le anime e si spande a raggiera arrivando a toccare e travolgere il passato di entrambe e, a cascata, il presente e il futuro. Di Rosa e di Astrid. Con me in mezzo che non capisco un fico secco. E adesso?
Tirarmi indietro non me lo permettono. E non sto scherzando. Non posso fare altro che andare appresso a quelle due come un paparazzo completamente paonazzo. E finisco catapultata in un incessante stillicidio di eventi che schizzano da un passato mai vissuto e si attaccano su Rosa riscrivendo la sua storia con nuovi protagonisti, amori e amici di vecchia data nuovi di zecca. Questa la ripeto: Vecchie conoscenze completamente nuove grazie al tempo che schizza ovunque. E se non è chiaro sia di conforto che trascrivevo quello che vedevo brancolando completamente nel buio. La sensazione che tutto parta da Astrid è sempre più forte, ma lei se ne sta sempre nel suo letto, completamente immobile. Sembra che ad ogni pagina lei si sovrapponga a Rosa. Mentre Rosa, e tutta la schiera di vecchie conoscenze nuove di zecca che via via sale in quella specie di Carneval Caravan che è la loro storia, vorticano tra passato presente e futuro. E, chiaramente perchè ci mancherebbe, Rosa inciampa pure nell'amore, ci si schianta per la precisione, con quella grazia che apprezzerete se la conoscerete. Anche qui, salta il tempo.
Insomma, l'ho detto, un manicomio. Senza la minima idea di come uscirne tirando fuori loro. Impossibile fare affidamento sul tempo come lo conosciamo, si contrae ed espande a modo suo riscrivendo tutto, lo spazio gli va appresso appresso, Astrid sta sul letto e dappertutto come il prezzemolo, Rosa oscilla tra lo sconforto e il ringhiare ad ogni nuovo incontro che le riscrive un pezzo di passato, la sfida dell'incontro e lo strazio del distacco si rimpallano il gioco.
Cosa mi vogliono mostrare? È chiaro che sono venute a svelare il trucco dell'esistere, qual è? Perchè hanno scelto me? Perchè i romanzi arrivano, non siamo noi a sceglierli, sono loro che decidono. Da non so quale mondo oltretutto. Ti trascinano, in realtà ti usano proprio. E ti mostrano il sortilegio:
La vita è un’illusione temporale tra passato e futuro, una continua connessione tra dimensioni parallele. Viviamo riflessi in coloro che non conosciamo, che non abbiamo mai visto, ma che ci appartengono da sempre. Niente accade per caso.
E se non avete capito trama e significato siete sul percorso giusto, a me, per comprendere, è servito scrivere l'intero romanzo: ROSA STELLATA. Due Donne. Una storia. A voi serve solo leggerlo.
https://www.amazon.it/Rosa-Stellata-Alessandra-Tucci/dp/B0C95JS8TX

Clicca qui per ascoltare 