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La battaglia del “Mettere nero sul bianco” contro il “Prompt”
di Mauro Nemesio Rossi
“Mettere nero sul bianco” è l’espressione dei tipografi e dei vecchi redattori di giornale che oggi è raramente usata. Nell’era dei generatori automatici di testo, dove l’Intelligenza Artificiale non si limita a correggere ma anticipa l’idea prima ancora che lo pseudo scrittore l’abbia visualizzata, quella frase ha perso il suo significato. Lo scrivere è diventato un esercizio facile anche per chi non lo ha mai saputo fare.
Chiunque produce parole da mettere insieme in pochi secondi, aggiunge note e riferimenti delegando il concetto a un sistema probabilistico. Eppure c’è stato un tempo in cui la scrittura creativa e il giornalismo erano capacità intellettiva. Si studiava, si meditava in silenzio interrotto solo dal ticchettio dei metalli, prima che le reti neurali e chi aveva i soldi decidessero di condizionare l’uomo sostituendosi alla sua anima.
Un documento, una traccia audio incisa su un LP, la Olivetti lo allegava negli anni cinquanta alla sua macchina da scrivere portatile Lettera 22. In quel disco, lo scrittore e regista Mario Soldati incontrava il suo vecchio insegnante di scuola, il maestro Bortoli.
Una commedia goldoniana, un incontro casuale che si trasformava in una lezione di filosofia sulla scrittura.
Bortoli esordisce dicendo: "Buonasera Soldati, passavo di qua, era aperto, mi sono permesso di entrare."
Il vecchio riprende: "Buonasera! Vedo dal suo saluto che lei non mi riconosce."
Soldati si scusa, e il maestro replica divertito: "Eheheh… le pare. È normalissimo che lei non mi riconosca a distanza di tanti anni… sono il suo vecchio maestro."
Lo scrittore azzarda un'ipotesi: "Ah sì sì! Lei è stato il mio maestro di pianoforte?"
Ma l'altro nega: "No no, non ero maestro di pianoforte…"
"Di canto allora?" incalza Soldati.
"Nemmeno… Eppure un po’ di ragione ce l’ha, sono quasi un musico… Sono il maestro Bortoli. Si ricorda adesso?"
A quel punto la memoria si ridesta: "Ah sì sì!! Mi ricordo. Maestro di calligrafia."
"Ecco bravo, ha indovinato" dice il vecchio.
Soldati lo accoglie con calore: "Grazie! Ha fatto bene a venirmi a trovare. Mi scusi se non l’ho riconosciuta subito… adesso ricordo benissimo. Però che cosa c’entra la musica?"
La risposta del maestro racchiude una visione del mondo: "La calligrafia, caro Soldati, deriva dall’architettura e l’architettura dall’armonia."
Soldati concorda, venando la conversazione di nostalgia: "Ha ragione, ecco perché oggi non esiste più calligrafia. Oggi architettura, armonia, musica sono parole vaghe. Dall’inizio della prima guerra mondiale, e cioè dal 1914, la civiltà decade inesorabilmente."
Il maestro però non ci sta: "Sono molto più vecchio di lei, caro Soldati, ma mi permetto di dissentire."
Soldati è stupito: "Come? Non è d’accordo con me?"
"No!" ribatte il vecchio.
"È incredibile!" esclama l'autore, "Mi scusi maestro, la calligrafia che cos’è?"
Il maestro Bortoli sfodera l'autorità della lingua: "Vuole una definizione? Eccole quella del Tommaseo: 'La calligrafia è l’arte di formare, scrivendo, i caratteri con chiarezza e eleganza'."
Soldati ne approfitta per pungere i tempi moderni: "Va bene! È evidente che lei non la insegna più."
"Uhh, da più di dieci anni! Oramai sono un pensionato ma la mia mano non trema, sa? Non ci crede? Se vuole le faccio vedere?" si scalda il vecchio.
"Credo, credo, credo…" smorza Soldati, ma il maestro insiste: "Mi metta alla prova!"
Lo scrittore allora cede: "Scusi, allora chiamo la segretaria. 'Signorina, signorina… per favore porti qui della carta protocollo ed una penna con pennino'."
La segretaria acconsente subito. Nell'attesa, Soldati riprende il suo j'accuse: "Dicevo che era evidente che lei non insegna più perché sennò non si ostinerebbe a negare la decadenza della calligrafia. Ma lo sa lei che oggi alle elementari i bambini scrivono con la penna a sfera? E la penna a sfera non soltanto impedisce di tenere la mano al dovuto angolo di 45° col foglio, ma costringe fisicamente, costringe addirittura a tenerla perpendicolare!"
Il maestro capitola su questo punto: "Eh, purtroppo un giorno ebbi il dolore di sorprendere uno dei miei pronipotini mentre usava uno di codesti strumenti."
Soldati rincara la dose: "Sì, ma il peggio è che il bambino, e quindi l’adolescente e quindi l’uomo, non dedica più nessuno studio, nessuna cura a formare scrivendo dei caratteri con chiarezza e eleganza. La base di questa chiarezza e di questa eleganza è, lei lo sa meglio di me, è l’uniformità, perché una lettera dell’alfabeto come si potrebbe riconoscere se non fosse scritta ogni volta allo stesso modo? E come si otterrebbe un effetto di eleganza senza ripetere le stesse curve e gli stessi angoli anche tracciando lettere diverse? Ha mai osservato in montagna d’inverno le impronte dei camosci sulla neve fresca? Perché sono così eleganti? Perché sono uniformi come un fregio, perché ripetono senza fine lo stesso motivo. Ma i nostri bambini riempiono i loro quaderni a casaccio, scombiccherano il foglio senza ordine e senza regolarità. 'Curvis et errantibus lineis ac lituris': con linee curve ed erranti e con cancellature, proprio così.
E la conseguenza qual è? Che adesso obbligano me, quando leggo i loro compiti, ad una fatica ingrata, e che in un futuro obbligherà il prossimo che leggerà le loro lettere; saranno così fatalmente dei maleducati, degli incivili."
Soldati alla fine detta alla segretaria:
"La calligrafia nel mondo moderno è dattilografia. Qual è, dunque, lo scopo della dattilografia? Qual è lo scopo della chiarezza e della eleganza nel formare i caratteri di scrittura? Uno solo: comunicare con i nostri simili facilmente, senza costringerli ad uno sforzo per capirci (chiarezza); e anzi aiutandoli con una sensazione visivamente gradevole (eleganza). Perciò adottare, nello scrivere, le stesse buone regole che generalmente presiedono alla convivenza civile: essere garbati, discreti, modesti, di umore uniforme e pacato, di apparenza e di maniere più piacevoli e meno moleste possibile, ma soprattutto controllare le manifestazioni troppo spontanee e troppo libere della nostra individualità; smorzarle, trattenerle: così che non offendano gli altri, i quali sono tutti uomini come noi, e ciascuno di essi, come ciascuno di noi, ha il proprio orgoglio e la propria libertà. In una sola parola, che vale per la scrittura a macchina come per tutto il resto: uniformarsi."
Uno scontro generazionale tra il pennino e il tasto insegna che la macchina da scrivere, pur meccanizzando l'atto, conservava intatta la necessità dello sforzo umano, un concetto che si applicava perfettamente alla dinamica di quei decenni.
Correggere un errore significava raschiare il foglio, usare il bianchetto o ricominciare l’intera cartella; il pensiero doveva essere limpido prima che il dito cercasse il tasto. La stanza si riempiva di silenzi profondi, interrotti dal fumo di una sigaretta o dal passo dell'autore che misurava il pavimento. Ogni parola era frutto della cultura personale. In questo sforzo risiedeva un piacere unico, che somigliava a quello di un povero che, dopo una giornata di stenti e fatica, riesce finalmente a consumare un pasto completo al giorno. Lo pseudo scrittore ricco di testi sintetici è come l'opulento commensale di un banchetto perenne: consuma parole senza aver fame. Chi scriveva allora, conoscendo i morsi dell’appetito creativo, quando trovava la giusta combinazione sentiva di aver conquistato quel pasto. Il giornalista vero assaporava la chiusura del suo articolo con la medesima gratitudine di chi accosta il cucchiaio alla bocca dopo il digiuno.
Eppure, questa stessa sacralità non è andata del tutto perduta, e la si può ritrovare intatta. Oggi è ancora straordinariamente bello scrivere un testo rinunciando alle scorciatoie e ai prompt, persino se lo si fa seduti davanti allo schermo di un moderno computer. C'è un orgoglio antico nel guardare una pagina bianca e sapere che, dalla prima all'ultima parola, quel testo lo hai realizzato interamente da solo, concependolo nella mente e custodendolo fino a batterlo con pazienza, tasto dopo tasto, imprimendo il ritmo dei propri pensieri sulla tastiera di plastica come faceva Soldati sul meccanismo della Lettera 22.
Il piacere non sta nell'istantaneità del risultato, ma nella cura meticolosa della revisione: quel rituale quasi devoto di rileggere lo scritto dieci volte, riga per riga, stringendo gli occhi sullo schermo non per delegare la correzione a un software, ma per il gusto umano di scoprire da soli il refuso nascosto, la lettera invertita, la virgola fuori posto. In quell'attenzione ostinata si esprime lo stesso controllo delle manifestazioni troppo spontanee della nostra individualità di cui parlava il vecchio maestro; un modo per rispettare chi legge, regalando loro un testo imperfetto ma vivo, masticato e digerito dall'inizio alla fine dall'unica intelligenza che meriti di firmare una pagina: quella dell'uomo.

