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Aggiornato al 20/09/2018
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Silvia Di Domenico – Il grande albero - 2010

Il piccolo merlo Saverio.


Saverio era un piccolo merlo solo.

Si era trovato in una mattina di primavera ai piedi del vecchio tiglio Gustavo.
Non ricordava un bel niente.
Si guardava intorno stupefatto e non sapeva far altro che girare il capino di qua e di là senza riuscire a capire alcunché.
Era ancora così piccolo che non sapeva neanche cantare.
I merli, si sa, cantano benissimo.

Il tiglio Gustavo era preoccupato.
Aveva visto precipitare Saverio dal grosso nido che uno dei suoi rami sosteneva lassù.
I genitori di Saverio erano spariti.
Lui in cerca di cibo e lei… meglio lasciar perdere.

Gustavo non era pettegolo né bigotto, ma con la madre di Saverio era piuttosto seccato.
Era andata via quella mattina dicendogli al solito – Per favore può dare un’occhiata al piccolo che dorme? Tornerò presto. – e se n’era volata via senza né un grazie né un prego.
Erano le cinque del pomeriggio e nessuno dei due genitori aveva fatto ritorno.

Era ovvio che il piccolo Saverio prima o poi si sarebbe svegliato.
Solo, piccolo e impacciato, maldestro, era infine caduto dal nido.
Gustavo l’aveva sentito cadere sulle radici. Per fortuna il folto tappeto d’erba soffice lo aveva protetto.
Ad ogni modo ecco che quel piccino era lì intontolito ai suoi piedi e continuava a guardarsi intorno.
Gustavo era un bel tiglio, uno dei più importanti del lungo viale, ma era pur sempre un albero sant’Iddio!
Come si poteva pretendere che si potesse occupare di un merlo!

Mentre rifletteva impensierito e irritato vide arrivare il gatto Fulvio.
Mio Dio! Come distrarre Fulvio da quel delizioso bocconcino ancora immobile ai suoi piedi?
Imperioso Gustavo scosse con forza i suoi rami e chiamò con tutto il fiato delle sue migliaia di foglie.

Arrivò il gabbiano Isaia.
-       Che vuoi? – gracchiò scontroso come al solito.
-       Corri subito da Fulvio e portalo più lontano che puoi da qui. Non fare domande: è un’emergenza. –
Isaia non poteva dire di no. Troppe volte il vecchio Gustavo lo aveva chiamato per segnalargli bocconi di merendine prelibate dimenticate dai bambini sotto la panchina accanto a lui.
Glielo doveva.

Così svolazzò canzonatorio intorno al bel nasino rosa di Fulvio, che aveva il pelo tutto rosso, e, provocandolo con voli bassi e parole di scherno, lo portò dalla parte opposta del lago. Il viale infatti circondava il lago.
Gustavo si rilassò.
Ora doveva attirare l’attenzione del piccolo uccello.

-       Ehi, sveglia carino. Se continui a restare lì in basso non arriverai a notte. – bofonchiò.
Saverio alzò il capino.
-       Chi ha parlato?– disse con la sua vocetta non ancora impostata al canto.
-       Sono il tuo albero – rispose Gustavo – cerca di risalire al tuo nido.
-       Nido? Risalire? Cos’è? Come si fa? – interrogò Saverio.
-       Oh Dio – gemette Gustavo – questo è un disastro. Si vede che battendo la testa si è dimenticato tutto! Come faccio adesso a insegnargli a volare? Manco sa di averle  le ali!
Con andatura lenta e ondulata vide arrivare il bruco Sonia.
-      Sonia, per l’ amor del cielo, cerca di spiegare a quel piccolo merlo che deve risalire al suo nido – implorò Gustavo.
-       Un merlo? Un uccello quindi? Ma sei matto! Quello mi mangia – rispose spaventatissima Sonia che si precipitò in un buco lì vicino.
-        Uhm, non ha tutti i torti. Dopotutto gli uccelli mangiano i vermi e questo qui non mangia da troppo tempo. – bofonchiò Gustavo tra sé e sé.
-       Senti piccolo – si decise allora – prova ad aprire le ali, sbattile un po’ e cerca di salire su un ramo, quello più in basso che trovi
-       Ali? – ripeté Saverio e guardò in su.

Gustavo si sentì male. Mosse disperatamente i suoi rami più alti e cercò nel cielo quei genitori sciagurati.
Svolazzava di tutto lassù, ma di merli nessuna traccia.

-       Senti Saverio, tu ti chiami Saverio nel caso non lo ricordassi, sei un merlo. Hai le ali, servono per volare. Cercale sotto le piume dietro il collo. Aprile, agitale un po’ e vediamo se riesci a sollevarti. – disse questo con calma, ma anche con una certa dose di autorità perché il merlo ubbidisse subito.
Saverio cercò con il becco tra le piume e scoprì che in effetti c’erano queste ali. Ma erano così piccole e striminzite; al vederle Gustavo si sentì straziato.

-       Non ce la farà mai, è ancora troppo piccolo – si disse.
Nell’osservare giù a terra scorse numerose grosse briciole.
-       Facciamolo mangiare poveretto – pensò.
-       Saverio, vedi quelle belle briciole vicino alle tue zampette. Mangiale, ti piaceranno. –
-       Saverio ubbidiente guardò tra le sue zampe e vide le briciole.
-       Si mangiano? – chiese allora.
-       Sì. Muoviti, muoviti. Apri il becco e manda giù. – sospirò esasperato Gustavo.

Saverio aprì il becco e ingoiò la prima briciola.
-       Buona, buonaaa.  – pigolò entusiasta e si precipitò a mangiarne un’altra.
In quel mentre il cigno Soave uscì dal lago e si diresse verso Gustavo.
Cercando di darsi  un’aria gentile si avvicinò a Saverio e in un attimo si sbafò le briciole restanti.
-       Bel maleducato! – gli gridò Gustavo – Non vedi che è piccolo e affamato. Devi proprio togliergli le poche briciole che ha trovato?
-       Ma Gustavo – si lamentò il cigno – i merli possono volare e mangiare di tutto. Trovano quello che vogliono. Invece io devo accontentarmi di qualche briciola a terra.
-       Andiamo, andiamo – replicò Gustavo – non raccontare bugie proprio a me. Tu sei un ladro matricolato. Lo sanno tutti qui. Di “soave” in te non c’è un bel niente a dispetto del tuo nome!
-       Cigno Soave assunse un’aria distaccata e altera e se ne tornò ciabattando nel lago.

Il piccolo Saverio avendo ormai ben compreso la commestibilità delle briciole si stava dando da fare per trovarne e becchettarne altre.
Gustavo era sempre più preoccupato dal problema del volo con la sera che stava arrivando.
Si rivolse quindi ancora a Saverio e lo esortò a riprovare ad aprire le ali.
Saverio le aprì, le sbatté, fece persino delle brevi corsettine, saltellò anche un po’, sempre seguendo le indicazioni di Gustavo.

Era uno spettacolo penoso e commovente.
I suoi saltelli erano buffissimi, ma lui li eseguiva con puntigliosa diligenza e con molto impegno per accontentare quel vocione verde che lo spronava e nel quale aveva una cieca fiducia.
Progressi non ne faceva.
Tuttavia senza rendersene conto risolse la situazione. Stanco e sfinito da quel farfugliante saltellare si incamminò sul tronco artigliandolo alla corteccia con le piccole unghie e piano piano  si trovò sospeso su un ramo.

-       Bello, bello! – gridò quando tenendosi ben stretto guardò giù.
-       Uhm. Uhm. – fece Gustavo.

Si sentiva soddisfatto e più tranquillo. Finalmente non era più così visibile e così alla portata di tutti come giù nell’erba.
La sua folta chioma di foglie poteva nasconderlo ai potenti occhi dei gatti e da altri pericolosi incontri.
-       Già che ci sei vedi di salire più su e cerca di trovare il tuo nido – consigliò poi.
Saverio di nuovo ubbidì e con qualche sforzo arrivò in vista del nido.
-       Casa! Casa! – gridò pieno di gioia.
-       Beh… qualcosa se la ricorda – pensò Gustavo e quasi gli venne un sorriso.

Intanto il merlo si era accomodato per benino e, sicuramente stanco per tutte le emozioni vissute, si addormentò quasi subito.
Il sole stava andando a dormire. La bella luce di primavera si ritirava al di là delle montagne e dovunque si sentivano le voci delle varie famiglie salutarsi prima della buona notte.
Qualche madre protestava con il marito ritardatario o con il figlio che voleva fare l’ultimo volo.
Le anatre del lago si ritiravano con la piccola schiera di anatroccoli sotto qualche barca in secca sulla riva.
I gabbiani si scambiavano saluti chiassosi e battute pesanti prima di sparire chissà dove.
Tutto e tutti si predisponevano al sonno.

Gustavo no. Gustavo era nervoso e preoccupato.
Inutilmente allargava le foglie dei rami più alti per cercare nell’ultima poca luce il guizzo di un’ala nera o di un becco giallo.
I genitori di Saverio non tornavano.

Fu mamma Luna a intenerirsi e a comprendere i sospiri del tiglio e accarezzando le foglie con la sua luce d’argento disse:
-       Vecchio, tenero Gustavo, dormi, non angosciarti. Ti aiuterò io per quanto posso.  Te la sei cavata egregiamente. Il piccolo dorme sereno e al sicuro. Domani si vedrà.
Gustavo, un po’ imbarazzato da quelle carezze e dalla magnifica voce, orgoglioso dell’interessamento della Signora del cielo, si tranquillizzò. Distese rami e foglie e con ultimo lungo sospiro si addormentò.
Prima ancora che il sole spuntasse del tutto da dietro alla montagna, la vocina di Saverio lo destò.
-       Papà, papà – lo sentì chiamare.
-       Papà? – esclamò Gustavo trasalendo alle timide ma insistenti grattatine che le piccole unghie del merlo assestavano alla sua corteccia.
-       Papà?!  Urlò poi stupefatto.
-       Saverio arrestò il suo pigolio per un attimo, poi sorprendendolo ancora di più.
-       Mamma? – interrogò timoroso.
-       Oh no! – gridò Gustavo – né mamma né papà. Io sono un tiglio, un grande tiglio. Un albero insomma! Capisci!?

Saverio cominciò a piangere sconsolato.
Gustavo ci rimase di sasso.
Certo era un tiglio importante, un vecchio e venerabile tiglio, ma non era il caso di far piangere alle prime luci dell’alba un povero, piccolo merlo abbandonato.
Le pratoline ai suoi piedi si svegliarono tutte insieme e dondolarono i denti bianchissimi  sussurrando con riprovazione.
L’erbetta nuova si addrizzò tutta scuotendo le gocce di rugiada e gridò -  Cattivo! – con un fremito tagliente.

Guastavo era imbarazzato e contrito.
-       Scusa piccolo – disse infine – chiamami pure come vuoi, ma ti prego smetti di piangere. Per favore.
Saverio si consolò subito. Si avvicinò al grosso tronco e allargando le piccole ali cercò in qualche modo di abbracciarlo.
-       Mapa! – disse infine. E con il piccolo becco giallo baciò la corteccia.
Tutte le foglie del tiglio si misero a ridere chiassosamente, tremando tutte d’allegria e gridando senza sosta – Mapa! Mapa! Mapa! –
Tutto quel ridere e quel tremolare svegliò gli altri tigli del viale che informati dell’accaduto cominciarono a loro volta a ripetere – Mapa, Mapa, Mapa – all’infinito.

Il sole aveva finito di scavalcare la grande montagna che sovrastava il lago e illuminò il viale chiassoso. Rise anche lui divertito. Provava affetto per il grosso Gustavo e andò a scaldarlo e a complimentarsi con lui.
Poi frugò tra le sue chiome in cerca di Saverio.

-       Bellino – disse sfiorandolo delicatamente con i raggi più piccoli – Caro e intelligente Saverio, certo, Mapa……. mamma e papà insieme. Più che giusto per il buon Gustavo. Non potevi essere più fortunato. Un padre e una madre così non li ha nessun merlo del mondo. Un albero è un rifugio prezioso per un uccello. Un albero sano e saggio come Gustavo farà lunga e felice la tua vita. Io vi proteggerò e il mio amico vento sarà molto gentile con entrambi. –

Quando il sole finì di parlare tutte le creature del giardino e del lago erano sveglie ed emozionate.
Gustavo ringraziò piegando più che poté verso terra i suoi rami e sussurrò a Saverio – Ringrazia! La protezione del sole è preziosissima! –
Fu allora che accadde una cosa meravigliosa
.
Saverio era così felice che spalancò il becco, aprì le ali e tutta la sua gioia diventò canto.
Uscì un suono melodioso, caldo, pieno, straordinario.
Cantò e cantò il suo grazie e la sua gioia e nel cantare si sentì così forte, bello, coraggioso e amato che le piccole ali tutte tese nello sforzo di ringraziare lo sollevarono e lo sollevarono.
La giovane brezza di primavera lo sostenne trepidante e innamorata.
Saverio volava! Beh, dapprima brevi svolazzi, poi sempre più lunghi, alti, liberi e sicuri.
Fu una giornata indimenticabile.

Il tiglio Gustavo non era mai stato così felice.
La sua gioia fu tale che una cinquantina di foglioline si aprirono tutte insieme estasiate.
Si sentiva orgoglioso e importante come mai gli era successo prima.

Saverio lo amava profondamente. Continuava a cantare il suo amore e il suo affetto girando dentro, fuori, sopra e sotto i suoi rami mandando piccoli baci.
Se passate dai giardini a lago di quella città, potreste ancora vedere un bel merlo che chiacchiera incessantemente vicino ad un grosso tiglio.

In un’alba particolarmente luminosa potrebbe perfino capitarvi, come è capitato a me, di sentire il merlo cantare e quel canto non lo scorderete più.

Io ho anche sentito una voce un po’ grossa bofonchiare – E’ mio figlio che canta!

merlo-saverio.JPG

Prima pubblicazione:  21/12/2013

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Inserito il:03/01/2015 11:29:38
Ultimo aggiornamento:18/01/2015 21:42:59
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