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Aggiornato al 24/07/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Giulio Romano. Allegoria dell'immortalità; 1520 circa; The Art Institute, Detroit

Il principio antropico e l’immortalità.

Per molti scienziati la vera sfida nel cercare di capire la vita è individuarne non solo  le “condizioni iniziali” in rapporto all’Universo; ma anche le “motivazioni” del suo esistere.

Il Principio Antropico costituisce una nuova formulazione del rapporto tra l’essere umano e l’Universo; esso è stato introdotto in anni molto recenti, parliamo degli anni settanta, nell’ambito della Cosmologia, per opera di un variegato gruppo di scienziati appartenenti a diverse nazionalità e scuole.

Il principio, per lo meno in alcune delle sue formulazioni cosiddette “forti”, costituisce il superamento o addirittura il rovesciamento della visione tradizionale del rapporto tra essere umano e cosmo, che la scienza ha elaborato negli ultimi secoli, visione che è entrata a far parte del sistema di credenze fondamentali dell’Occidente.

Nella Cosmologia scientifica tradizionale, di impronta positivista, l’essere umano, inteso come un essere puramente naturale, rappresenta una sorta di prodotto secondario ed innecessario dell’evoluzione della materia. La coscienza, in questa visione, è considerata come il risultato di un’organizzazione materiale complessa, come il prodotto di particolari arrangiamenti molecolari, che si sono andati costituendo, nel corso di miliardi di anni, per mutazioni casuali e per la selezione operata dall’ambiente.

Il Principio Antropico, in alcune formulazioni “forti”, al contrario, sembra implicare che la coscienza non sia il risultato casuale di un’evoluzione della materia, ma il punto di arrivo di una storia cosmica che tendeva proprio verso questo fine. L’universo, cioè, si è andato costituendo nel modo in cui attualmente lo conosciamo proprio perché ciò ha permesso il sorgere della coscienza, della Vita Cosciente,  dell’Uomo. Anzi, per alcuni, l’universo si riduce ad essere nient’altro che una sorta di rudere, di residuo, a testimonianza di un processo evolutivo che oggi trova la sua massima espressione proprio nell’essere umano (o in qualsiasi altra forma di vita cosciente ed intenzionale che eventualmente esista nell’Universo). Accettare questo principio significa accettare che l’Universo sia stato “progettato” con la vita in mente.

Orbene, il principio affermerebbe quindi che l’Universo tutto è stato “creato per noi”. Ora, anche ammesso, e non concesso, che la nostra Galassia sia stata creata per noi, che cosa ce ne facciamo delle altre galassie ? Per quanto ne sappiamo noi non saremmo neanche in grado, per motivi economici facilmente quantificabili, di visitare neanche il nostro sistema solare. Non parliamo poi di colonizzarlo. E ciò vale anche per tutte le altre galassie, in quanto anche è dimostrabile ( ovviamente in modo statistico) che il punto di vista antropocentrico non regge per la distribuzione stessa delle galassie nell’universo conosciuto. E quindi non parrebbe logico credere che la struttura dell’Universo sia stata dettata da qualcosa di “così marginale” come alcune complicate strutture molecolari (quali siamo noi) sviluppatesi, nel nostro esempio, in un piccolo pianeta che orbita attorno ad una comunissima stella alla periferia della nostra galassia.

Dovremmo allora chiederci, e sarebbe il caso di farlo comunque, indipendentemente dal Principio Antropico, se la vita è in qualche modo essenziale per la coerenza dell’Universo. Cioè: l’obbiettivo ultimo (o primo che dir si voglia) dell’Universo è quello di far sviluppare la vita ? E, se è così, e se l’Universo è infinito nello spazio (e per certi versi anche nel tempo) allora anche la vita ha l’obbiettivo di diventare infinita nel tempo e nello spazio ? E in che modo ? A livello generale, cioè a livello della Vita, oppure a livello del singolo essere vivente ?

E’ difficile pensare ad esseri viventi immortali ?

No, in realtà essi esistono già, e sono tra noi, a milioni; a miliardi, a miliardi di miliardi.

Sono i batteri; per i batteri la morte è considerata un fatto accidentale. Questi esseri non concludono mai la loro esistenza con la morte, ma con un atto riproduttivo. Cioè si dividono in due parti per scissione, e, cosa fondamentale, ognuna delle due parti ha una perfetta copia del patrimonio genetico dell’originale. E questo procede all’infinito; a meno ovviamente di incidenti causati da fatti esterni. Ad esempio, se un batterio si riproduce per scissione ogni 30 minuti, se non intervengono fattori esterni, dopo 24 ore la “stirpe” generata dal singolo batterio sarà di 250 mila miliardi di batteri.

Quindi, se i batteri sono, come sono, da considerare un po’ come una tipologia fondamentale dei mattoni che hanno generato la vita, e che, in ultima analisi, hanno generato gli Esseri Umani; prima o poi anche l’Uomo dovrebbe avere la capacità e possibilità di divenire immortale. Cioè, se in un futuro noi esseri umani fossimo in grado non solo di scinderci, ma anche di mantenere in particolare il patrimonio neurale, potremmo essere considerati esseri immortali, no ?

Purtroppo, alla luce di ciò che conosciamo, non è così (almeno per ora…).

Il discorso dei batteri non è nuovo tra gli organismi monocellulari: molti di questi si riproducono per scissione. Nessun organismo avanzato invece lo fa. Il motivo è abbastanza ovvio: è possibile farlo per organismi semplici, impossibile (almeno per ora…) per organismi complessi. Si dovrebbe riprodurre per scissione cuore, polmoni braccia, gambe, e così via. E quando lo si dovrebbe poi fare ? A livello fetale oppure quando l’uomo è in età matura ?

Ovviamente nel caso dell’Uomo si potrebbe parlare di “clonazione” (non di “scissione”). Ma nella clonazione non è per niente garantito che tutto il patrimonio neurale. Soprattutto i ricordi, la storia della nostra vita, il concetto di essere “io”, venga mantenuto.

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Inserito il:24/10/2014 17:37:10
Ultimo aggiornamento:29/10/2014 15:40:15
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