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Aggiornato al 20/09/2018
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Renato Guttuso - Tetti di Palermo - 1985

Nostalgia di Palermo.


Palermo negli anni cinquanta mostrava in più zone i segni dei crolli provocati dai bombardamenti subiti durante la guerra e, fortunatamente, non era ancora devastata dalle speculazioni edilizie degli anni successivi che ne hanno cambiato i connotati e la struttura sociale, oltre a favorire la diffusione  della corruzione e della criminalità.

Era bella anche se un po’ ammaccata, con un’aria sempre dolce e leggermente profumata. Un profumo di zagara, di crema, di mare che si avvertiva fortemente e che dava costantemente la sensazione di vedere una splendida e formosa donna con aria ammiccante e adagiata ai bordi di un grande tappeto giallo oro che era la Conca d’oro, una distesa grande di aranceti e mandarini. Una distesa di giardini come si chiamano in Sicilia gli aranceti e gli agrumeti in genere. Una meraviglia sospesa, insieme con tutti i suoi abitanti, tra uno splendido passato da cui non si riusciva a staccare e di cui mostrava dovunque l’orgoglio e il desiderio di futuro.

In quegli anni i ristoranti erano ancora pochi e tutti con una ottima cucina locale e di tipo casalingo, particolarmente diffusi sul litorale da Romagnolo (la miglior pasta con le sarde da Spanò) a Mondello con punte di eccellenza un po’ più in là verso Bagheria (Don Ciccio), estremamente diffuso il “mangiare di strada” di antichissima tradizione con bancarelle di tutti i tipi specializzate nel tipo di cibo e che affiancavano varie friggitorie e rosticcerie con tutte le specialità palermitane dalle panelle (frittelle di ceci) alle melanzane, dalle arancine allo sfincione (la nostra pizza, mentre quella napoletana fa capolino per la prima volta a metà di quel decennio a Piazza Bellini accanto al cinema).

Diffuse anche molte Osterie con cucina dove con poche lire si poteva bere vino genuino e forte e mangiare un piatto di fagioli, tante piccole e molto raffinate artigianali pasticcerie sparpagliate in tutti i rioni come Citrolo in fondo Via Oreto e poi spostatosi all’Arco di Cutò, acquaioli anche nelle vie del centro con artistici chioschi di vendita, piccole e saporite cucine nascoste dentro ad androni di signorili palazzi come quella di Via Ruggero Settimo vicino alla famosa pasticceria Caflisch e senza dimenticare le bancarelle con l’anguria, i fichidindia e altra frutta, aperte tutta la notte soprattutto d’estate e cioè quasi tutto l’anno.

I giornali si compravano nelle edicole, ma venivano anche strillati soprattutto quelli della sera, nei mesi giusti si vendevano per le strade anche il gelsomino o il settembrino, i trasporti cittadini contavano con pochi taxi ma su molte carrozzelle che sgusciavano veloci per ogni dove facendo trasalire spesso clienti non abituati o timorosi e turisti, autobus e filobus urbani erano sempre affollati e guidati da autisti che si consideravano piloti con ambizioni sportive evidenti, a Mondello si andava con i pullman gran turismo, mentre i collegamenti con le altre località marine erano occasionali. Per fortuna si andavano diffondendo la famosa Fiat seicento e poi la cinquecento, erede della vecchia Balilla del 1935, che non viaggiavano mai con il solo autista.

Le librerie non erano molte ma c’era Ciuni di Piazza Verdi di fronte al Teatro e, soprattutto, Flaccovio di Via Ruggero Settimo dove si poteva andare a vedere, leggere, conoscere, chiedere,  incontrare. Flaccovio è stato importante per la mia generazione a Palermo e penso non solo per la mia, così come è stato importante il suo supporto a Sellerio  che poi tanto successo ha ottenuto e non solo con i libri di Andrea Camilleri, ed anche importante lo è stato per le sue innumerevoli pubblicazioni su Palermo, la sua arte, la sua storia, la sua letteratura, la sua cultura di mezzo tra oriente e occidente sin dai tempi di Federico secondo. Da Flaccovio si incontrava la intelligenza palermitana a partire da Leonardo Sciascia per poi andare a prendere il caffè da Dagnino o ancora meglio alla Torrefazione di Via Rosolino Pilo.

A due passi  da Flaccovio c’era la redazione de L’Ora (in Via Mariano Stabile), mitico giornale  diretto da Vittorio Nisticò e alla cui scuola si sono formati tanti importanti giornalisti italiani, impegnato da sempre nella lotta alla mafia e al sistema di potere che la classe politica dell’epoca siciliana e italiana ha realizzato, sperimentandola appunto in Sicilia (e proprio per questo si dice che la Sicilia è sempre stata un laboratorio del regime che ha gestito il paese per tanti decenni).  Vicino, quasi di fronte c’era poi il Caffè Mazzara, quello dove Tommasi di Lampedusa scrisse il Gattopardo, con i suoi tavolini e dove i caffè e le partite a chiacchiere scorrevano a fiumi.  

Si leggeva e si discuteva molto, si passavano molte notti sino all’alba a confrontarci, a cercare di aiutarci a capire, a interpretare questa democrazia che stava nascendo, questa divisione netta tra destra e sinistra, tra cattolici e atei mangiapreti, che sembrava troppo netta per essere realistica, umana, realizzabile.

Si andava all’Usis, finanziata dal Consolato Americano, per leggere e conoscere la letteratura americana e che bello che era scoprire Steinbeck, Dos Passos e tantissimi altri, si scriveva a Comunità di Adriano Olivetti che ci mandava in omaggio i libri sulla sociologia, urbanistica, la teoria del diritto di Kelsen, le prime analisi sulla nuova Europa, ma anche riviste e segnalazioni (Comunità e Selearte).

Nasceva la politica universitaria, si votava per l’elezione dell’Organismo Rappresentativo, per la gestione dell’Opera Universitaria, si prendevano  contatti prima con i colleghi delle Università vicine di Catania e Messina, poi con il resto del paese anche grazie ai vari convegni cui si partecipava, quelli dell’Ugi (Unione Goliardica Italiana) o del’Unuri (Unione Nazionale Universitaria Rappresentativa Italiana). E quindi si prendeva l’abitudine a passare lo Stretto, a incontrare, a confrontarci, a prendere esempio, a raccontare le nostre cose e i nostri problemi, a scoprire realtà diverse pur nello stesso contesto.

Ma altre iniziative attiravano la nostra attenzione e impegno, come ad esempio le esperienze di Danilo Dolci a Partinico o la creazione di un nucleo goliardico a Palermo anche allo scopo di sviluppare una opera di sensibilizzazione dell’ambiente ancora molto legato a culture e gruppi che si ispiravano  alla destra fascista, le proposte aperte di Domenico Lacavera allora Presidente degli industriali siciliani, la creazione della seconda scuola di management italiana (Isida)  dopo l’Ipsoa di Torino a cura di Gabriele Morello.

La musica si ascoltava nelle proposte del Teatro Biondo (gli Amici della musica), si seguiva la diffusione del jazz e la creazione delle prime band come quella di Enzo Randisi, ci si appassionava alla musica francese perchè eravamo romantici e anche curiosi dell’esistenzialismo e adoravamo Juliette Greco, si vedevano al cinema i primi musical americani e naturalmente si ascoltava da qualche amico fortunato che aveva  i dischi o al negozio dietro Piazza Ungheria, tutta la musica di oltreoceano. Molti sono stati i pomeriggi passati ad ascoltare Gene Krupa,  Henry James o Lionel Hampton per non parlare di Luis Armstrong il grande e i primi rock and roll di Bill Haley.

Intanto si studiava, si cercava di capire come affrontare la vita, qualcuno già pensava al lavoro. I benestanti guardavano (beati loro!) alla libera professione o all’insegnamento, coloro che potevano godere di qualche appoggio pensavano alle Banche, alla Regione e ai tanti Enti che cominciavano a costituirsi e a riempirsi di amici degli amici, altri ancora si documentavano sui bandi e sulle procedure per i concorsi e infine c’erano quelli che, come me ad esempio, sapevano già senza aver fatto grandi analisi che si dovevano preparare alla emigrazione.

Il tempo quando si è giovani vola e quel tempo è volato, ad un certo punto gli amici, quelli senza i quali sembrava non si potesse vivere e con i quali si è costruita la prima parte della vita, abbiamo finito gli studi, ci siamo laureati e siamo andati quasi ognuno per conto suo, lasciandoci alle spalle quel mondo che avevamo visto nascere e crescere, quel mondo che ci aveva formato e che nessuno di noi ha mai più dimenticato.

La partenza per me è stata un trauma mai più rimarginato, con la Freccia del sud verso Milano dove si arrivava dopo ventitre ore di viaggio condiviso in uno scompartimento di terza fumatori  con improbabili  e sbracati compagni, ma che io quella volta non sono riuscito a vedere malgrado la vicinanza e forse lo scambio di parole, troppo intento a pensare alla mia giovane vita e alla mia famiglia, a cercare di fissare nella mente i ricordi che non volevo dimenticare, agli amici e, soprattutto,  troppo intento a rigettare la paura e a trattenere le lacrime.

 

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Inserito il:02/12/2014 12:58:05
Ultimo aggiornamento:11/12/2014 16:13:35
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