In questo sito utilizziamo dei cookies per rendere la navigazione più piacevole per i nostri clienti.
Cliccando sul link "Informazioni" qui di fianco, puoi trovare le informazioni per disattivare l' installazione dei cookies,ma in tal caso il sito potrebbe non funzionare correttamente.Informazioni
Continuando a navigare in questo sito acconsenti alla nostra Policy. [OK]
Aggiornato al 23/03/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
cugusi-brancaleone-contadino.JPG
Brancaleone Cugusi (1903-1942) – Contadino in verde –1938/40

Vanni.

Cosa c’è di più idiota della guerra?

Cosa c’è di più idiota di un uomo che spara a un altro uomo?

Era una di quelle mattine in cui la primavera avanza impaziente: mattine già tutte azzurre e tutto sole. Vanni un giovanotto, bello nell’aspetto e nei modi, si stava vestendo con calma, con ricercatezza, come fa chi sta per recarsi dall’innamorata e vuole apparire il più possibile piacente agli occhi di lei.

Invece andava a consegnarsi ai tedeschi.

Infilò la camicia della domenica, quella a quadrettini blu e rossi, nei pantaloni di flanella divenuti troppo larghi, e per reggerli dovette affibbiare due punti in più alla vecchia cinta sdrucita del padre. Lustrò con la tenacia di un tagliaboschi, gli stivali dalla suola consumata, sostituì ai lacci sfilacciati due pezzi di spago resistente, e li calzò. Indossò la giacca di velluto a coste larghe che aveva le patte sulle tasche.

Il corpo giovane rivelava tutta la vigoria dei suoi anni, ma sul volto erano evidenti i segni della vita di privazioni in cui annaspava insieme alla mamma e alle sorelle. Era l’unico uomo della famiglia, Vanni, e non poteva difendere le sue donne dalle angherie dei tedeschi, né portare a casa una pagnotta. E di questa situazione si sentiva assurdamente responsabile. Costretto, a vent’anni, a rimanere nascosto in cantina, tra i sacchi di patate, col fiato sospeso ad ogni suono estraneo. Rintanato come un topo.

Per tutta la notte la mamma e le sorelle, tra lacrime sommesse, avevano tentato di convincerlo a rinunciare a quell’intenzione sconsiderata.

Inutilmente. Fu una brutta notte.

“Prima o poi sarò stanato, e allora sapete, vero, cosa potrebbe accadermi? - con voce affettuosa ma ferma aveva motivato la sua decisione - ricordate Toni, il figlio del compare? Appollaiato per ventiquattro ore sull’albero … appena, sentendosi al sicuro, discese … kaput, fucilato sul posto … povero Toni! Se mi scoprono per me, sarà finita. Credetemi è meglio che mi rechi al Comando con i miei piedi. La cosa peggiore che potrà capitarmi sarà la deportazione, per qualche anno, in un campo di lavoro. Il nemico stimerà il mio gesto”.

“Il nemico stimerà il mio gesto …” la madre, voce da dissotterrata e occhi chiusi, gli fece eco. Era invecchiata di un secolo nel momento in cui il figlio aveva comunicato la sua scelta. Lei conosceva bene quel “nemico” e conosceva pure l’“amico”del nemico, ancora più infame perché spalleggiava l’invasore: gli squadristi dalla triste divisa, armati di manganello, che per intimidire o punire costringevano a ingerire la “purga del sovversivo”.

Si era trovata nella farmacia comunale proprio quando la Milizia aveva sparato al petto dello speziale colpevole di essersi rifiutato di somministrare un’abbondante dose di olio di ricino ad una donna incinta. Nella nobiltà di questo nemico confidava ora la sua creatura …

Vanni si sistemò il berretto con entrambe le mani.

Nella cucina dalle vecchie pareti affumicate e il focolare spento, lo aspettavano le donne. Lui sorrise per rassicurarle e fu peggio perché quelle gli lessero sul viso la stessa espressione di beata ingenuità che aveva il giorno della prima comunione. La madre sedeva accanto al tavolo, muta, la faccia bianca come il gesso.

Per consolarla, Palmina, la figlia minore, gemella di Vanni, le cingeva il collo con le braccia.

Simile a lui nell’aspetto mite: i tratti regolari, la bocca allegra, gli occhi e i capelli color delle castagne mature, la ragazza anche in virtù del legame speciale di fratellanza, era dalla parte di Vanni in ogni circostanza. Erano stati bambini insieme, e lei aveva partecipato alle sue monellerie di maschio. Naturalmente, gli teneva bordone anche in questa situazione anche se non lo avrebbe mai ammesso.

In piedi, Bruna, la secondogenita, la sorella di mezzo, il viso rotondo sul quale gli occhi scintillavano come due gemme nere, di modesta altezza, fisicamente uguale al papà che, dieci anni prima, si era accasciato all’improvviso senza avere neppure il tempo di provare angoscia nel lasciare indifesi in quei giorni sciagurati la moglie, le bambine e il cucciolo. Sempre solidale Bruna con la sorella maggiore.

Maria, la primogenita, in silenzio guardava, oltre gli scuri socchiusi come a spiare l’arrivo di qualcuno.

I quindici anni di differenza che intercorrevano tra lei e il fratello le conferivano il ruolo di vice-madre. Ancora gli tagliava i capelli. L’aveva tenuto sulle ginocchia, gli aveva cantato la ninna-nanna per addormentarlo, quando era piccolo. Ed era stata l’unica ad alzare le mani su di lui. Quella volta Vanni - aveva dodici anni - era andato a raccogliere la legna, e poi, insieme con altri ragazzini, aveva costruito con i rami una pira sul retro della casa. Un fiammifero e il falò divampò. Maria stava pettinando Palmina vicino alla finestra, quando, oltre le trecce della sorella vide levarsi all’orizzonte un esile filo di fumo grigio mentre l’odore acre di bruciato si diffondeva nell’aria.

Prontamente le donne spensero le fiamme, mentre il piccolo incendiario si diede alla fuga. Si rifugiò in parrocchia all’interno di un confessionale confidando che la sacralità del luogo lo esentasse dalle sculacciate di Maria che di tutto il gineceo era quella che temeva di più. Lei invece lo cercò per prima cosa in chiesa, e quando l’ebbe trovato, gliele diede di santa ragione sul posto senza curarsi di turbare l’armonia dell’ambiente. Lo ricondusse a casa tenendolo stretto con un braccio. “Se ci fosse stato il babbo, certo avrebbe saputo come tirarlo su” considerò in quei momenti e la stessa cosa pensava ora scrutando nel nulla.

Maria, bella e altèra, scarsa di tatto, e ricca di un immenso talento per il canto. In tempi normali senza l’incubo degli allarmi notturni, senza la borsanera, senza quella miseria implacabile, avrebbe coltivato la sua vocazione e forse sarebbe divenuta una cantante lirica, le ripeteva don Pietro, il parroco, quando sentiva la sua voce da mezzosoprano riecheggiare durante la Messa.

“Per NOI, Vanni devi toglierti dalla testa quest’idea!” l’estrema supplica della madre spezzò il silenzio della stanza, come un colpo d’accetta spacca un ciocco di legno. Il giovane s’inginocchiò tale e quale a un devoto che si genuflette dinanzi ad una sacra immagine.

“Tranquilla, mamma, questa guerra bastarda sta per finire e presto torneremo a casa, tutti liberi”.

Si rialzò, le abbracciò in fretta. Nessuna spiccicò più parola.

“Ci rivedremo presto.” E uscì.

All’aperto, ora che non doveva più sostenere gli sguardi d’amore e di rimprovero delle donne, si sentì sollevato, leggero. No, non si riteneva un irresponsabile Vanni, né tantomeno un eroe, credeva fermamente di aver preso la decisione migliore.

Non era stato suo padre a insegnargli che qualsiasi situazione, anche la più pericolosa, deve essere fronteggiata ad ogni costo?

Quella mattina di marzo sarebbe stata bella, se non ci fossero stati i tedeschi.

L’odore della terra umida, la luce, lo spazio, lo inebriavano. In cantina aveva sofferto in modo intollerabile la sete d’aria e la fame del tempo che passava a sua insaputa. Aveva percepito se stesso già morto.

Costeggiava, a lunghi passi, il ruscello dal quale si sprigionava una frescura frizzante. In prossimità del ponte, incassato tra due muriccioli, dove da bambino lanciava i sassi nell’acqua, si accorse di essere seguito.

“Maria che fai qui? Tornatene a casa!”

“È forse proibito fare la tua stessa strada?”

“Se pensi di farmi cambiare idea, Maria, perdi solo tempo”.

“Non dirò nulla, però, se devi andare a morire è bene che ti accompagni qualcuno della famiglia”.

Tutti e due, ostinatamente, ripresero il cammino: Vanni avanti e la sorella pochi passi dietro di lui.

Una costruzione bassa, scalcinata come le altre: la vecchia canonica, e le donne che vanno a raccomandare al Padreterno i loro uomini nascosti nelle soffitte, acquattati nei pagliai.

Don Pietro non crede ai propri occhi, scorgendo Vanni che procede risolutamente lungo la via.

“Benedetto figlio, dove vai? - gli grida, facendosi il segno della croce - ci sono rastrellamenti in zona. È pieno di tedeschi qui”.

Il giovane, senza fermarsi, si scoprì il capo e salutò allegramente agitando il berretto.

Il prete iniziò a recitare il padrenostro, e tremando come il batacchio di una campana, rientrò nella sua isola protetta.

Vanni quel giorno si sentiva mosso da un’energia misteriosa, camminava con passo accelerato mentre l’ombra, immersa nel dolore, faticava a stargli dietro.

Una fontana, un gruppo di donne e bambini, intenti a riempire recipienti con quel filo stitico d’acqua, e la morte che poteva cadere all’improvviso dall’alto. Un vecchio che spingeva una carriola colma di letame, il volto alterato dalla fame e dalla rassegnazione. La polvere densa che accecava.

Il mondo mostrava i segni della guerra.

Vanni e la sua ombra camminavano in silenzio, tra i sassi e le buche della strada sterrata. Le case di campagna cominciarono a diradare, erano ormai fuori dal paese. Dopo un’ora e mezzo di cammino si trovavano alla periferia della città.

Brillavano a tratti le rotaie della ferrovia là dove l’erba non aveva ancora rivestito il ferro, i binari inutili parallele che non conducevano ormai da nessuna parte, perché la linea era stata deviata, la circolazione paralizzata.

Sopravviveva soltanto una rimessa per vecchie locomotive a testimoniare che un tempo in quel posto c’era stato uno scalo ferroviario dove passavano i treni, e sui treni c’erano persone che si spostavano da un luogo all’altro, e ad ammonire che la vera guerra tragedia è la divisione degli uomini condannati all’isolamento dall’assenza di comunicazione.

All’ultima svolta, appena sulla via nova, nello strano silenzio che sempre li accompagnava una pattuglia di soldati tedeschi. Il passo marziale, le giubbe luccicanti, i calzoni attillati che finivano negli stivali, l’andatura autoritaria. Dritti come punti esclamativi. Andavano progettando chissà quale rappresaglia.

La fulminea apparizione del nemico, il suo materializzarsi dal nulla impietrì Vanni e Maria. Era già di primavera quel giorno, ma l’aria divenne improvvisamente gelida, la milizia passò in una folata di funerale senza accorgersi dei due giovani: la mano bizzarra del destino aveva deciso così.

“Un miracolo! È stato un miracolo che non ci abbiano visto. Torniamo a casa!” implorò inutilmente Maria.

Ma Vanni non credeva ai miracoli perché riprese il cammino dicendo: “Ancora un po’ e sarò a destinazione” come se dicesse “Ancora un po’ e sarò salvo”.

A mano a mano che si avvicinavano alla città, lo scenario di distruzione diveniva più drammatico: macerie fumanti, carcasse d’automobili ai bordi della strada, negozi con saracinesche abbassate, imposte sbarrate, cani che guaivano alla ricerca del cibo scuotendo i nervi di chi li sentiva.

Avevano la gola arsa i due fratelli, erano ore che masticavano polvere e terriccio. Bussarono alla porta di una casa per chiedere un po’ d’acqua.

Una ragazzina, quasi una bambina, lo sguardo smarrito, schiuse l’uscio e li fece entrare in una stanza lunga e spoglia. Su una parete spiccava una chiazza di umido. Nella scarsa luce presero forma tre giovani donne, pallide e rattristate, che sembravano in attesa di qualcuno.

“In nome di Dio che vi succede?” chiese Vanni.

Con pudore raccontarono che la sera precedente una pattuglia tedesca si era introdotta prepotentemente in casa loro. No, nessuna violenza fisica, i soldati erano ubriachi, e volevano soltanto spaventarle.

Avevano schiamazzato nella loro lingua, devastato il piccolo orto, mostrato le armi, imbrattato i muri e, a corollario della loro baldanza, uno di quei bravacci si era divertito a spaccare, con il calcio della pistola, la lampadina che penzolava dal soffitto. Poi, tra oscenità e risate sguaiate, se ne erano andati lasciando la casa nel buio più assoluto.

Di buon mattino continuarono le donne, la mamma si era recata al Comando a protestare, ma erano già passate diverse ore e non aveva fatto ancora ritorno e loro temevano il peggio. A questo punto la ragazzina che aveva aperto la porta si mise a singhiozzare forte dicendo che la mamma non sarebbe più tornata.

Vanni guardò quelle creature spaurite, indifese, guardò Maria, con la quale non era mai andato molto d’accordo …

Cosa c’è di più idiota della guerra?

Cosa c’è di più idiota di un uomo che, forte della divisa che indossa, entra in una casa e si comporta in modo indegno?

“Calmatevi, vostra madre sarà a casa presto - le rassicurò - e poi non vi serve più la corrente elettrica, le giornate si stanno allungando e il sole resta all’orizzonte fino a tarda sera”.

Si avviò alla porta, l’espressione mutata, lo sguardo lucente.

La sorella dietro di lui.

All’esterno mosse qualche passo, e senza voltarsi mormorò:
“Torniamo indietro. Non per la via nova, perché è troppo trafficata da quei galantuomini. Prenderemo la strada del vecchio mulino, attraverso il bosco, è più sicura, e in caso di brutti incontri permette di nasconderci meglio”.

L’ombra lo affianca, piangendo silenziosamente.

 

Scarica l'articolo in PDFgenera pdf
Inserito il:25/04/2015 00:25:27
Ultimo aggiornamento:06/05/2015 12:38:41
Condividi su
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)
ARCHIVIO ARTICOLI
nel futuro, archivio
Torna alla home
nel futuro, web magazine di informazione e cultura
Questo sito utilizza cookies.Informazioni e privacy policy
yost.technology