Immagine realizzata con strumenti di Intelligenza Artificiale
Clicca qui per ascoltare (In lavorazione)
DALLA POLTRONA (19) - Concita De Gregorio
di Giacomo D. Ghidelli
CONCITA DE GREGORIO, La cura, Einaudi
Il cancro. Il cancro ti prende all’improvviso, forse perché non hai fatto caso a certi segnali o forse perché hai trascurato certi controlli. O forse senza nessun perché: te lo ritrovi addosso e basta. La cosa importante è che a quel punto, ti dicono, tu lo devi combattere, perché solo se lo combatti a fondo e con forza ne potrai uscire vincitore.
E già qui si nota la prima abissale lontananza del linguaggio utilizzato dalla pubblicistica e dal cattivo giornalismo dalla realtà che siamo chiamati ad affrontare. Lo dice benissimo Concita De Gregorio in questo libro importante che si legge tutto d’un fiato (e che alla fine invita però proprio per la sua importanza a una lettura più meditata), dove nessun aspetto della cura, del suo significato e delle parole che usiamo per parlarne viene trascurato. A partire, per l’appunto, dal linguaggio. Al proposito del “combattere”, e del fatto che la cura sia concepita come una battaglia, scrive infatti: “Ci manca solo che oltre a morire, mentre stai morendo tu ti debba anche sentire in colpa perché non hai combattuto abbastanza. Non sei stato bravo. Mi state dicendo che dipendeva da me? Ma uno muore non perché ha perso la sua battaglia. Uno muore perché la ricerca non ha ancora dato i risultati che si sperano ma li darà – se si investe in ricerca. (…) È una sequenza logica molto semplice: investi in ricerca scientifica avrai la cura. I tagli alla sanità e alla ricerca, come la circolazione delle armi, producono morte”. La battaglia (questa sì che lo è) ci dice De Gregorio, deve essere contro i tagli agli investimenti in ricerca a favore di ciò che può curare sempre meglio, aiutando la vita.
Ma questo è soltanto uno dei molti punti toccati con “profonda semplicità” da questo volume. Un punto certamente importante: le parole sono importanti, è stato detto, e lo sono al punto che la De Gregorio ha dato vita anche a un podcast che si intitola, per l’appunto, “La parole della cura”. Ma quello del linguaggio è soltanto uno dei punti che vengono affrontati in queste pagine, dove viene messo in luce come la cura nasca in realtà non soltanto da un atteggiamento psicologico di empatia e di attenzione alle esigenze dell’altro, ma da un modo di essere in cui psiche e corpo sono in perfetto circolo, tanto che non sai in quale dei due poli la cura abbia inizio. E qui si sta parlando sia della cura di chi cura, sia della cura di chi è curato.
A raccontarcelo sono pagine molto intense che troviamo a ogni “angolo di libro”. Ad esempio.
Siamo in sala d’attesa e c’è una donna che piange, con un pianto che diventa via via un singhiozzo, quindi la donna si alza e comincia a chiedere qualcosa, ma nessuno la capisce finché a un tratto un’altra paziente, una ragazza, dice che quella donna sta parlando in calabrese stretto, simile a quello che parlava sua nonna. A quel punto le infermiere decidono di chiamare un medico, il Professore, che non è ancora entrato in sala operatoria. L’uomo arriva, e l’infermiera gli bisbiglia qualcosa all’orecchio. “L’uomo vestito di verde prende le mani della donna, le parla nella sua lingua”. Lei smette di singhiozzare, conversano a lungo. “Lui annuisce, le sorride, lei si calma. Le porge la mano, l’aiuta ad alzarsi, le cinge una spalla e la porta via abbracciandola come fosse sua madre”. I corsivi sono tutti miei, ma li ho messi proprio per sottolineare quanto il corpo del professore sia stato importante in questo momento di cura. Le parole, ci dice il racconto, non sarebbero state sufficienti: occorreva anche altro: le mani, l’atteggiarsi del volto, l’abbraccio. Movenze del corpo spontanee, certamente non programmate, che autonomamente si fondono con le parole, dando loro quella che si potrebbe definire una sostanza fisica. E questo è solo l’inizio. Perché seguendo il racconto del libro, vediamo come il corpo entri in gioco sempre, in ogni momento della cura. Pochi esempi, per lasciare poi al lettore il piacere di individuare in modo autonomo questi momenti.
C’è l’infermiere Vito, di Ruvo di Puglia, che conosce tutte le canzoni del mondo, e che quando deve eseguire qualche intervento che preoccupa il paziente, lui lo distrae e lo aiuta cantando con bella voce ciò che il paziente preferisce.
C’è Silvia, infermiera del reparto di terapia intensiva neonatale, che parlando con l’autrice sottolinea l’importanza del contatto fisico dicendo “E tu lo sai quanto è importante per i bambini appena nati essere toccati da chi li ama”.
Oltre al corpo di chi cura, come si diceva, c’è il corpo di chi è curato, un corpo di cui in qualche modo ci si deve riappropriare perché si tratta di un corpo che la malattia e gli interventi hanno mutato, con percorsi attraverso cui si può arrivare a perdere l’originaria identità: “Quando mi sono guardata allo specchio la prima volta, tornata a casa, ho visto un ragazzino di undici anni. Magro, scheletrico, con le clavicole sporgenti, due segni al petto come due sorrisi storti (…) Mi è stato subito simpatico. Ho pensato ciao, tu. Dov’eri? Dove sei stato sinora? Ciao ragazzino. Benvenuto. (…) Un corpo preadolescente con la mia testa però”. Una testa che è arrivata a una accoglienza e che non vuole accedere a forme di ricostruzione o di protesi: ora è il tempo di dopo (così lo chiama l’autrice), che rifiuta l’inessenziale: una scelta che non la si pretende giusta in assoluto. “È giusta per me. Hanno tutti, tutte ragione: ogni scelta è legittima”. Come quella precedente, quando lei decide invece di accedere a una piccola ricostruzione facendosi tatuare le sopracciglia, primo momento di riconquista della propria identità e forse punto di partenza (io sono questa persona qui) per future e più profonde accettazioni di sé e del proprio corpo segnato da ferite.
Racconta De Gregorio: una mattina, la sua compagna di stanza, Angelina, “ha detto certo dovremmo tatuarci le sopracciglia”. E di fronte all’obiezione dell’autrice (“Chissenefrega delle sopracciglia. Con tutto quello che abbiamo da tener d’occhio. Fegato, ossa clavicole malleoli, milze, polmoni”) Angelina, dopo un po’, risponde: “Le sopracciglia sono importanti. Hai visto che tutte sembriamo uguali senza sopracciglia? Non sono i capelli, quelli non importa. Si fa anche senza. Sono gli occhi. Senza sopracciglia sono tutti uguali: i visi, gli occhi, noi”. Alla fine l’autrice si convince e accetta il tatuaggio: glielo fa una ex-paziente che da quando “è uscita torna ogni settimana a fare (gratuitamente) i tatuaggi dei pezzi persi” (sottolineatura mia). Così, alla fine, conviene che “sono belle le sopracciglia disegnate. Angelina aveva ragione. Siamo tornate a essere chi eravamo. Ci hanno restituito la nostra faccia”: hanno restituito l’identità.
Ed è riconquistata anche la bellezza, quella del corpo, durante un servizio fotografico che coinvolge molte ex pazienti per la realizzazione una raccolta fondi. Perché la cura vuole la bellezza: sia quella dell’incontro con chi sa curare, sia quella del proprio corpo ritrovato.
Un’ultima citazione. Siamo all’episodio dell’incontro tra la protagonista e la psicoterapeuta, chiamata in queste pagine (oncoterapeuta). In una seduta a un certo punto la paziente dice: “Io non ho bisogno di spiegazioni. Io lo so perché mi sono ammalata. Potrei persino dire: so chi mi ha fatto ammalare e quando è successo. Ma naturalmente questo non ha nessuna evidenza scientifica, me ne rendo conto”. E la psicologa “Anche se non ha evidenza scientifica, come lei dice, è vero. Il suo corpo lo sa. Quello che sente è sempre vero. Il suo corpo come sono andate le cose lo sa”.
In effetti, leggendo questo libro, sembra veramente che il corpo conosca molte più cose di quanto normalmente si è disposti a riconoscere.
Ma se questo è vero, qui si apre un altro ragionamento interessante, la domanda sulla fonte del sapere del corpo. L’autrice non affronta l’argomento, ma racconta però un episodio che prendo come “indizio”. È quello già citato e che riguarda l’infermiera del reparto neonatale di terapia intensiva, la quale parlando con l’autrice sottolinea l’importanza, per il neonato, di essere toccato da chi lo ama. Qui gli psicologi potrebbero intessere complessi ragionamenti sul rapporto primigenio tra madre e bambino, sulla precedenza della relazione rispetto alla definizione dell’individuo, sulla funzione dei neuroni specchio. E forse potrebbero arrivare alla conclusione che il sapere del corpo affonda le proprie radici anche e soprattutto in quei gesti primari da cui è segnata l’intera successiva nostra esistenza. Gesti che poi piano piano scivolano nell’oblio, sinché, abbracciando gli stilemi di una cultura millenaria ciascuno di noi pensa e dice di “avere un corpo”, anziché pensare e dire di “essere un corpo”: quel corpo di cui si potrebbe scrivere, parafrasando Pascal, che conosce ragioni e strade che né la ragione né il cuore conoscono.
Poi, come si diceva, c’è l’incontro tra il sapere del corpo e l’empatia, atteggiamento mentale e spirituale che ciascuno costruisce nel corso di una vita e che nasce da una miriade di fattori. E nel momento in cui questo incontro accade, accade anche che si riesca a dare alla persona curata – come afferma l’autrice – la cosa giusta nel momento giusto.

