Aggiornato al 14/09/2026

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Voltaire

 

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Il lungo cammino della democrazia - Atene e la Grecia (1.1)

di Mauro Lanzi

                    

  1. Le premesse

Avendo deciso, come esposto nella premessa generale, di percorrere il lungo cammino della democrazia, il punto di partenza non può essere che uno, la democrazia in Grecia, ovvero la democrazia ateniese.

Ma vi siete mai chiesti perché la democrazia è nata proprio in Grecia, in un angolo di mondo, una regione tutto sommato periferica rispetto alle grandi civiltà che si erano evolute ed affermate, nei secoli precedenti, in altre parti del pianeta?

Le ragioni sono molteplici e forse anche difficili da spiegare, cercheremo di analizzarne alcune, fondamentali, a partire da quella che appare la più evidente ed anche la più semplice, la geografia.

Le prime civiltà al mondo sono state, come ben sappiamo, quelle che un grande storico americano, David Landes, ha definito “civiltà fluviali”, cioè civiltà nate e sviluppatesi lungo il percorso di un grande fiume; esempi paradigmatici ne sono la civiltà cinese, la civiltà mesopotamica e la civiltà egiziana (in Cina di grandi fiumi ve ne sono almeno due, il Fiume Giallo e lo Yangtse che qualcuno chiama anche “fiume azzurro”).

Tutte le civiltà fluviali, sono caratterizzate da elementi comuni, dovuti alle necessità di controllare l’enorme massa d’acqua del fiume, che forniva risorse idriche e vie di comunicazione, rendeva fertili le terre che irrigava, era fonte di benessere, ma costituiva anche un pericolo costante per le sue piene e per le inondazioni che ne seguivano. Da qui il bisogno di ingenti risorse, per creare canalizzazioni, invasi ed argini adeguati, risorse che potevano derivare solo dall’unione degli sforzi di tutti coloro che vivevano lungo il fiume; questa unione si poteva realizzare solo se tutti riconoscevano un’unica autorità di comando, un principe-sacerdote o un imperatore, che visti i tempi, non poteva che avere attributi o ascendenza divini: il surplus alimentare assicurato dal fiume favorì una rapida crescita della popolazione ed il precoce sviluppo di civiltà evolute, ma sempre comunque legate ad sistema politico autocratico.

La Grecia, come si può ben constatare anche oggi, non dispone di vaste pianure, né di arterie fluviali considerevoli; le pianure fertili consentivano la sopravvivenza di piccole comunità, spesso indotte ad integrare l’economia agricola con la manifattura e con il commercio, principalmente via mare; quando neanche questo bastava, le popolazioni erano costrette ad emigrare verso territori più accoglienti, principalmente nel sud Italia, nasce così quella che chiamiamo Magna Grecia. Il legame con il mare era per i greci fortissimo, sia in pace che in guerra; gli Achei traversano il mare per assediare Troia, dopo aver organizzato una flotta gigantesca, l’Odissea narra le vicende di un uomo che sul mare cerca la sua patria ed il suo destino.

Proprio grazie al commercio marittimo si sviluppano le prime grandi civiltà greche, la civiltà minoica a Creta e la civiltà micenea sul continente, tra di loro fortemente interconnesse per rapporti commerciali e culturali; da un punto di vista politico ricordano molto la società greca descritta nell’Iliade, piccole comunità guidate da un re od un capo guerriero, niente a che vedere con la democrazia.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come e perché queste realtà fiorite tra il 1500 ed il 1200 a.C., le cui rovine destano ancora stupore ed ammirazione, ebbero a scomparire, come e perché caddero i palazzi reali di Cnosso o le mura ciclopiche di Micene, sono domande senza risposte certe.  

Secondo alcune ipotesi una delle cause accertate fu l’esplosione del vulcano dell’isola di Thera (oggi Santorini); il terremoto generato interessò tutta la Grecia, ma fu il maremoto, un gigantesco tsunami, che determinò i guasti peggiori, devastando le coste, in particolare Creta.

L’altra causa certa fu la discesa dei Dori, a volte identificati con i “popoli del mare” popolazioni guerriere, anch’esse di ceppo indeuropeo, che conquistarono e devastarono un po' tutta la Grecia; le mura ciclopiche danneggiate dai terremoti non consentirono una difesa adeguata delle città, ma fu soprattutto la superiorità militare, i Dori disponevano di armi di ferro contro il bronzo dei micenei, che determinò l’esito degli scontri. Sia come sia, dopo questi eventi, la civiltà greca scompare, tace per secoli, riapparirà in forme diverse.

2. Origine della democrazia greca

Forme diverse per la civiltà greca; ma quali furono queste forme? Abbiamo già visto come e perché vasti aggregati di popoli mal si adattassero alla natura della geografia e della orografia della Grecia, la realtà quindi che si afferma a partire dal VII - VI secolo A.C. è costituita da tanti piccoli centri urbani, le “poleis”, sorta di città stato, che sembravano attagliarsi meglio di altre forme politiche alle idee ed alle inclinazioni di quel popolo; in esse i greci potevano  sentirsi se stessi, liberi ed uguali; attenzione però, la libertà per gli antichi greci non era tanto la libertà civile e individuale, come la concepiamo noi, quanto era la partecipazione di tutti all’esercizio della sovranità. Uguaglianza, poi, era disporre di un ambiente in cui gli uomini potevano riconoscersi come pari, in quanto potevano discutere e decidere in comune, distanti dagli affari privati che li differenziavano.

La polis è uno dei passaggi fondamentali nella storia dell’uomo, prova ne sia la parola che da essa discende, la politica; il primo a parlare di politica fu Aristotele, per il quale però “ta politikà” aveva un senso diverso da quello che gli diamo noi, consisteva nel compendio di tutte le attività svolte nella polis; nella visione di Aristotele la polis rappresentava l’organismo in cui l’uomo comune poteva condurre una vita felice, appagata, fatta di attività economica, ma anche morale e filosofica ed infine di partecipazione all’esercizio della sovranità.

In sostanza, comunque, sia pure con tutti i distinguo, la politica l’hanno inventata i greci!! Resta da vedere come e perché la politica in Grecia, ad Atene in primo luogo, abbia assunto i connotati di democrazia.

Certamente la polis offrì l’ambiente propizio per il nascere e l’affermarsi della democrazia, un ambiente circoscritto, in cui tutti o i più si conoscevano e potevano interloquire, ma la polis evidentemente da sola non poteva bastare, occorrevano altri tasselli, altre basi, ed infine nuove norme che definissero una realtà così diversa dal passato. 

Alla democrazia si arriverà per gradi, grazie al concorrere di fattori diversi, che esamineremo, primo fra i quali fu senza dubbio l’adozione dell’alfabeto sillabico. Sappiamo che l’invenzione e la diffusione dell’alfabeto è dovuta ai fenici, che, da buoni mercanti, cercarono di crearsi un modo semplice per comunicare; l’artificio ideato dai fenici fu di associare ad ogni simbolo il fonema iniziale della parola da cui quel simbolo derivava; guardate la tabella che segue:

         
             
             
             
                       
                       
                       
                       
                       

Alla testa di bue, rappresentata graficamente nella lettera, viene associato il fonema iniziale della parola bue, l’alfa dell’alfabeto greco, alla porta, rappresentata da un triangolo, in fenicio dalet, la lettera delta  e così di seguito; l’adozione di questo tipo di scrittura da parte dei fenici risale al 1050 a.c., ma la sua diffusione ad altre lingue, come l’aramaico ed il greco avvenne in epoche successive, con una importante modifica per quanto riguarda i greci; i fenici erano una popolazione semita, il loro alfabeto era un alfabeto “abjad”, cioè puramente o prevalentemente consonantico, come sono ancora oggi gli alfabeti delle lingue arabe. I greci erano (e sono) un popolo indoeuropeo, la loro lingua deriva dal sanscrito, quindi per riprodurre i suoni della loro lingua hanno bisogno di un passaggio tra le consonanti, devono introdurre le vocali: l’alfabeto greco antico è costituito da 24 lettere, 17 consonanti e 7 vocali.

I greci, perciò, inventarono lingua straordinariamente armoniosa, musicale, basata su di un alfabeto, una forma di esprimersi e di conseguenza una scrittura sillabica, facile da comprendere, da pronunciare e da apprendere; non per nulla il greco diventerà la lingua franca dell’oriente mediterraneo, l’inglese dell’antichità; tanto per farvi un esempio, il dialogo tra Cristo e Ponzio Pilato, se mai vi fu, non avvenne in latino, lingua che certamente il Redentore non conosceva, ma in greco, la lingua che le elites politiche romane padroneggiavano alla perfezione e che, probabilmente, anche Cristo conosceva.

Ma le conseguenze più importanti furono altre; con l’adozione di una forma alfabetica semplice, i testi scritti non furono più, come in altre civiltà, appannaggio di caste ristrette di scribi o sacerdoti, ma divennero accessibili a tutti; consultare le leggi divenne facoltà di tutti, così come l’approccio alla cultura, alla letteratura, alla filosofia; perché Platone e Aristotele, Erodoto e Tucidide, Sofocle ed Eschilo sono nati ed hanno operato ad Atene? Perché avevano un pubblico, che li leggeva, li ascoltava ed era in grado di comprenderli.

Filosofia, storiografia, teatro sono i doni incredibili che ci ha trasmesso la civiltà greca; ma c’è di più, ci sono aspetti di quel mondo meno noti o meno enfatizzati, ma forse ancora più importanti. Nasce in Grecia, nel periodo aureo, una nuova disciplina, che anche le elites romane verranno qui ad apprendere, la retorica; retorica, vale a dire l'eloquenza come disciplina del parlare o dello scrivere, fondamento di gran parte dell'educazione letteraria dall'antichità classica.  In termini generali, la retorica può essere intesa come un metodo di organizzazione del linguaggio, secondo un criterio per il quale ad una proposizione segue una conclusione. Lo scopo della retorica è la persuasione, intesa come approvazione della tesi dell'oratore da parte di uno specifico uditorio. Sembra provato che la retorica abbia mosso i suoi primi passi nelle aule giudiziarie, forse in Sicilia, nella Magna Grecia, dove un retore veniva assunto dalle parti in causa per convincere le giurie popolari; fin dalle origini, quindi, essa ha dunque una finalità pratica, era una  téchnê, cioè un congiunto di "tecniche pratiche", intimamente legata all'oratoria giudiziaria. Dalla Sicilia, nella seconda metà del V secolo a.C., con Gorgia e altri sofisti, la retorica si trasferì ad Atene: in questo passaggio, essa prese ad essere applicata non solo al discorso orale ma anche allo scritto, la retorica greca divenne un elemento centrale dell'educazione dell'uomo, non solo in Grecia, anche le elites romane affolleranno le scuole greche di retorica per apprendere l’arte dello scrivere e del parlare. Vale la pena sottolineare che non solo i Greci furono il popolo che “inventò” la retorica, ma furono anche gli unici, per lungo tempo, a praticarla e poi a trasmetterla, in primis a Roma, poi a tutto il mondo occidentale; non si ha traccia di nulla di simile anche nelle civiltà contemporanee più evolute di quella greca, Cina, Egitto o Persia ed è una differenza ricca di significati.

Ma torniamo ai nostri argomenti, Grecia e democrazia; durante il V secolo a.C. l'oratoria si diffuse largamente ad Atene, proprio in seguito al diritto di partecipare alla vita pubblica che la polis democratica riconosceva a tutti i cittadini. Sia nelle assemblee sia nei processi la deliberazione era affidata al voto della comunità, di fronte alla quale il cittadino doveva far valere i propri interessi, i propri diritti, o le proprie idee, era dunque necessario padroneggiare al meglio l'arte della parola, il λόγος,  per prevalere in queste situazioni; questa téchnê,  d’altro canto, era accessibile a tutti, quindi le porte della politica erano aperte a chiunque avesse la capacità e l’ingegno per praticarla; la retorica era la chiave che apriva l’accesso al mondo della politica  in democrazia.

Per completare l’immagine del mondo greco, merita citare un’altra tecnica del linguaggio che è retaggio di questo periodo, la dialettica; dialettica significa confronto tra idee o posizioni diverse, confronto racchiuso in un dialogo; il confronto può essere polemico, acceso, od anche disteso ed amichevole; non a caso i testi di Platone si titolano “dialoghi”, perché in quegli anni c’erano tutte le condizioni per questa scelta; non solo la politica, nelle assemblee, poneva in risalto il valore della dialettica nel confronto tra tesi diverse, ma anche le opere teatrali, commedie o tragedie, affidavano la narrazione al dialogo. Platone ne fa ancora un altro uso, impiega la dialettica tra personaggi ed idee diversi come tecnica per la ricerca della verità.

La dialettica è sempre stata ed è anche oggi una delle premesse essenziali della democrazia, senza una libera dialettica tra le parti si torna all’autocrazia.  Ancora una volta è da notare l’assenza di questa tecnica di linguaggio nelle civiltà orientali, dove la meta non è il confronto, ma la ricerca dell’armonia; la democrazia non abitava lì e non vi abita neppure adesso. 

 Perciò, in conclusione, in un modo o nell’altro, la parola, il λόγος, era al centro della civiltà greca e non solo; questo concetto permeò anche ambiti ben diversi, mi sembra significativo ricordare l’incipit del Vangelo secondo Giovanni:

Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος,                                             

καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν,
καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.

In principio era il Verbo

e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.

La parola, il λόγος era al centro di tutto, il λόγος era l’impronta di Dio, era Dio.

Lette così sembrano testimonianze di altri tempi; ma non è affatto così, leggiamo, ad esempio, cosa ha scritto in merito il grande filosofo, sociologo e politologo tedesco Jürgen Habermas (morto quest’anno):

“La democrazia non è riducibile ad una procedura di voto, seppur necessaria, ma è prima di tutto una “situazione linguistica ideale”, in cui nessuno deve essere escluso, tutti devono avere pari possibilità di parola e devono poter mettere in discussione le affermazioni altrui.”

La dialettica è l’essenza della democrazia, la qualità del linguaggio dalettico è immagine della qualità della politica.

 Ma non basta; vediamo come si è espresso un altro grande pensatore, George Orwell, che ha dedicato a questo argomento pensieri e scritti di grande peso e significato; nei suoi testi “Il potere e la parolail messaggio centrale di Orwell è che il linguaggio è uno strumento di potere: può essere usato per manipolare, controllare o liberare il confronto politico. Comprendere e preservare la purezza linguistica è fondamentale per difendere la libertà di pensiero e la capacità critica in una società contemporanea sempre più soggetta a manipolazioni mediatiche e ideologiche; vale la pena ricordare che nella sua opera di maggior successo, “1984” Orwell ipotizza che il potere imponga anche una “Neolingua”, proprio per tagliare i ponti con tutta la tradizione liberale.

In conclusione credo appaia evidente l’importanza della parola e del linguaggio nell’ambito di ogni civiltà, strumenti di confronto, di dialogo, di apertura politica; in Grecia questi strumenti, come pure l’adozione di un alfabeto sillabico, facile da pronunciare, da scrivere e da comprendere, sono stati premesse essenziali per sviluppo della democrazia, anzi ne sono stati un fondamento.

Per completare l’immagine del mondo in cui poté affermarsi la democrazia, manca, dopo la geografia e la linguistica un ultimo tassello, l’esercito. I poemi omerici ci hanno trasmesso l’idea della guerra dominata dall’eroe solitario, un principe – vate provvisto di facoltà eccezionali, di fronte al quale le masse degli umili combattenti servivano solo da sfondo, facevano risaltare le doti dell’eroe, che molto spesso ne faceva strage. L’eroe poteva essere fermato solo da un suo pari, come insegna lo scontro tra Ettore ed Achille.

Con il decadere della civiltà micenea tramonta questo mondo epico-cavalleresco, dal medioevo ellenico emerge una nuova realtà, la polis, che sostituisce al valore individuale l’azione collettiva, affidata ad una parte più vasta del demos, il nucleo dei cittadini possidenti, nel quale rientra chiunque abbia i mezzi per provvedersi dell’armatura necessaria. La guerra non è più affidata ai singoli, ma ad un gruppo di uomini pesantemente armati, gli opliti, organizzati per combattere in schiera compatta, la falange.

 

L'armatura completa di un oplita "tipo", definita con il termine panoplia, era costituita da un elmo, in greco kranos (famoso il modello corinzio, preferito dalle popolazioni doriche, ma diffusi anche modelli meno protettivi, e al contempo meno limitanti), da una corazza in lana o lino e cuoio lavorati (linothorax) che proteggeva efficacemente il busto dalle frecce o da delle corazze più elaborate in bronzo, da schinieri in bronzo, da una corta spada in ferro, da una lancia (dory) ed infine da uno scudo  rotondo detto hoplon.

Era proprio lo scudo che definiva l'oplita, la parola stessa oplita deriva dal termine hoplon; l’hoplon era uno scudo in forma di disco concavo, del diametro di 90–100 cm, realizzato in legno di noce e rivestito, esternamente, da una lamina di bronzo ed internamente da cuoio. Il peso complessivo arrivava a 9-10 kg. Il sistema di sospensione era il punto forte di quest'arma; l'impugnatura (antilabè) si trovava vicino al bordo esterno ed era realizzata in cuoio o corda. Un secondo passante, posizionato al centro dello scudo ed in forma di bracciale in metallo (porpax) avvolgeva l'avambraccio del portatore e garantiva una presa molto salda, a duplice supporto. La superficie esterna degli oplon poteva essere lasciata "liscia" o decorata da un simbolo. I soggetti, naturali o mitologici, raffigurati aiutavano ad identificare la "nazionalità" del portatore. Gli opliti spartani decoravano i loro scudi con un lambda maiuscolo (Λ), indicante il primo nome della loro città, Lacedemone; si dice che la sola vista di questo simbolo terrorizzasse gli avversari.

L'introduzione dell'hoplon fu rivoluzionaria per l'epoca, definì un nuovo modo di combattere, perché l’hoplon contribuiva a coprire, oltre che il soldato che lo portava, anche il commilitone alla sua sinistra; mentre l’eroe omerico può sbarazzarsi dello scudo, per girarsi, essere più libero per combattere o anche fuggire, l’oplita non può abbandonare la sua arma senza compromettere la compattezza della formazione, quindi tradire i suoi compagni. Nella falange lo scudo diviene quindi il più importante elemento di coesione, il simbolo stesso dello spirito di corpo. Al tempo stesso, l’efficacia di questa protezione reciproca dipendeva dalla capacità dei combattenti di mantenere la formazione, muovere insieme contro il nemico, eseguire le manovre come un sol uomo, anche in piena corsa. Nella battaglia di Maratona, quando Milziade dette l’ordine di attaccare i persiani, le sue truppe coprirono di corsa una distanza di oltre un kilometro, senza perdere l’allineamento, malgrado le asperità del terreno; i persiani così si videro piombare addosso un muro di scudi e di lance e ne furono travolti.

Evidentemente questa attitudine al combattimento, mantenuta in ogni situazione, malgrado ciascuno portasse un peso di quasi 30 kg, era frutto di allenamenti continui, condotti in tempo di pace; l’allenarsi insieme al combattimento non poteva non generare un forte spirito di corpo ed era inevitabile che uomini abituati a dipendere gli uni dagli altri sul campo di battaglia esprimessero l’intenzione di decidere insieme, sulla pace o sulla guerra, volessero scegliersi i loro capi, cercassero di avere voce in capitolo nella politica cittadina. Così l’esercito divenne la culla della democrazia, così nacque anche la formazione militare, la falange oplitica, destinata a dominare gli scenari bellici di Europa ed Asia per i successivi due secoli.

Abbiamo visto come si determinarono in Grecia le condizioni che favorirono la nascita e lo sviluppo di un sistema politico orientato alla democrazia, dalla realtà delle poleis, piccole comunità autosufficienti, all’elevato grado di alfabetizzazione dei cittadini, all’ordinamento militare che quasi imponeva l’espressione di una volontà popolare; tutto vero, però una democrazia per nascere ed affermarsi ha bisogno di norme, di leggi che regolino l’attività politica, quindi di una Costituzione.  Per ideare ed imporre una Costituzione occorrono uomini politici di grande statura, capacità ed ingegno; Atene ne espresse almeno due, Solone e Clistene.

 

Inserito il:14/09/2026 10:34:43
Ultimo aggiornamento:14/09/2026 11:07:30
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