Matteo Caldirola Settesoldi, pittore contemporaneo (Firenze, 1979) – Fondale marino
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Alfabeto muto
di Simonetta Greganti Law
Trasformare un quadro d’autore in parole …
Mi capita spesso di sognare pesci: i miei non nuotano attraverso le profondità del mare ma fluttuano nell’aria.
Li guardo girare attorno al lampadario della mia camera con la stessa noia di quando nella vita reale si spostano attorno alla solita boccia di vetro o tra le pareti trasparenti di un acquario. A volte si avvicinano quasi a sfiorarmi il viso aprendo e chiudendo la bocca come per volermi dire qualcosa che però non pronunciano mai.
Nuotano attraverso i miei capelli che come alghe marine ondeggiano e sembrano danzare seguendo correnti invisibili. Altre volte passano curiosi attorno alle mie gambe, entrano sotto coperte disfatte infilandosi tra le pieghe delle lenzuola, mi sfiorano lentamente le braccia e le dita delle mani che restano immobili sul cuscino. Forse considerano il mio corpo come una nave dimenticata sul fondo di un oceano che offre loro la possibilità di curiosare fingendosi piccoli sommozzatori silenziosi. Per loro io sono un relitto pieno di opportunità perdute.
Questi pesciolini non sembrano aver paura di me.
Ogni tanto paiono volersi avvicinare al mio volto ma poi, all’improvviso, qualcuno di loro cambia direzione come se avesse avuto un’idea inattesa.
Li osservo attentamente e capisco di non trovarmi davanti a pesci veri e propri ma a qualcosa di simbolico. Alcuni pesciolini sono rapidi e luminosi come intuizioni improvvise, altri invece si muovono lentamente come pesanti ricordi, forse sono i pensieri che di notte tornano a galla oppure rappresentano le paure che aleggiano sempre attorno a me.
Niente di tutto questo, mi accorgo che nel mio sogno specifico i pesciolini sono lettere dell’alfabeto che si rincorrono davanti ai miei occhi, si separano, tornano a unirsi formando parole che durano appena un istante prima di disfarsi di nuovo nell’acqua invisibile della stanza.
Alcuni hanno la forma sinuosa di una S argentata, altri brillano come una H trasparente, altri ancora curvano il corpo sottile nelle gobbe in una M o di una N e, a seconda della loro combinazione, formulano parole originali e impensate. Ci sono anche pesci-vocali: la I che si allunga agile come un’anguilla tra correnti invisibili, la A che scivola lenta come una manta, la O che si ripete rendendosi visibile come bolle d’ossigeno nell’acqua. E poi le lettere si fondono in parole, proprio quelle che avevo vanamente ricercato tutto il giorno per scrivere un finale al mio racconto. Avevo consumato pagine e pagine cancellando frasi intere, inseguendo una terminologia che sembrava sempre sbagliata o troppo lontana da ciò che avrei veramente voluto dire. Ogni frase scritta di giorno mi era parsa troppo finta, troppo pesante o troppo vuota ma ora, nel silenzio della notte, quelle lettere sembravano sapere esattamente dove andare.
Nell’oscurità della mia camera da letto, i pesciolini-lettera riescono ad intrecciarsi nelle frasi che di giorno non ero riuscita a trovare.
Sembrano capaci di suggerirmi concetti interrotti, proporre una valida soluzione ai finali abbandonati che mi avevano assillato per ore e ore. Ecco magicamente il finale perfetto per la mia storia…ma, ancora una volta, le lettere mi sfuggono via, sempre insoddisfatte, continuandosi a scambiarsi di posto, a mutarsi in parole che non trovano mai il loro ordine nel buio. Poi, davanti ai miei occhi sognanti, ecco finalmente apparire una frase completa.
“Inutile ricercare il finale perfetto”, mi dicono queste nuotando nel sogno.
“Le storie migliori non sono quelle che spiegano tutto, ma quelle che lasciano una porta socchiusa, quelle che lasciano al lettore la possibilità di scegliere, di immaginare il resto”.
A questo punto le lettere si disperdono di nuovo nell’oceano del cielo.
Al risveglio, comprendo quanto tempo avevo perduto nell’inutile ricerca di una spiegazione razionale a conclusione della mia storia.
Mi rendo conto che il finale chiuso appartiene allo scrittore e non lascia spazio a chi legge. Un finale aperto invece continua a vivere nell’immaginazione del lettore anche dopo l’ultima parola.
Così, senza voce e senza rumore, i pesciolini hanno saputo spiegarmi che le storie più vere arrivano quando smetti di volerle controllare perchè solo l’interpretazione degli altri è il finale migliore.

