Solone
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La nascita della democrazia ateniese – Solone e Clistene (1.2)
di Mauro Lanzi
La storia di Atene è relativamente recente, non ha radici antiche come altre città; fino al 600 a.C. non accadde ad Atene nulla di rimarchevole, non si fondarono colonie, non si crearono tiranni; il territorio circostante era sufficientemente vasto per tutti i contadini, la città esportava grano; con l’aumentare della popolazione, la situazione peggiorò, crebbe il numero di coloro che erano costretti a coltivare terre marginali, alle pendici delle colline, inadeguate a produrre il necessario a sopravvivere; nelle cattive annate i malcapitati erano costretti a contrarre debiti con i vicini più ricchi; quando non riuscivano a saldare il debito, i debitori perdevano il loro fondo o addirittura la libertà, potendo essere ridotti in schiavitù dal creditore.
Si applicavano leggi fatte dai ricchi (detti anche eupatridi) per i ricchi, norme primordiali conosciute solo da alcuni magistrati detti arconti ed applicate da un tribunale detto Areopago; all’Areopago accedevano gli ex-arconti, quindi ancora gli esponenti delle classi abbienti; dall’Areopago scaturivano tutte le decisioni essenziali, compresa la designazione degli arconti per l’anno successivo. Le leggi erano orali, conosciute per tradizione dagli eupatridi, ma anche quando si ottenne di metterle per iscritto, la situazione dei meno abbienti non migliorò; l’incarico fu affidato ancora ad un eupatride, Dracone, che varò un codice durissimo, che prevedeva quasi in ogni caso la pena di morte. A Dracone va però riconosciuto il merito di aver fondato il diritto penale, il primo diritto penale, in occidente. Con esso si poneva fine alle sanguinose vendette tra i parenti delle vittime ed i presunti colpevoli e si distingueva anche tra omicidio volontario ed omicidio colposo, punito quest’ultimo con l’esilio, il primo con la morte.
Il codice di Dracone non affrontava però la situazione di fondo, scossa dagli argomenti di contrasto tra i ceti sociali Il malcontento dilagante, il conflitto aperto tra gli abbienti e i meno abbienti, convinse infine gli Ateniesi ad affidarsi al migliore, un uomo conosciuto e rispettato da tutti, Solone, cui furono conferiti poteri quasi dittatoriali (591 a.C.). Le riforme di Solone sono considerate il primo passo verso la democrazia, che quindi nasce ad Atene non da una filosofia politica, ma dall’esigenza di incanalare e rendere sopportabile il conflitto tra i ricchi proprietari terrieri e le famiglie più disagiate; un fatto concreto di equità sociale quindi spinge Atene ad una riforma politica di grande rilievo.
Solone si occupa innanzitutto della questione debitoria; con il suo primo intervento, impone lo sgravio, o meglio, l’estinzione dei debiti; obbliga ogni creditore a condonare i debiti esistenti e stabilisce che in futuro nessuno possa prestare denaro con garanzia sulla persona del debitore; nessun ateniese doveva più perdere la sua libertà per debiti.
Poi mette mano alla costituzione della città: comincia con l’abolire le leggi di Dracone, invise a tutti per la loro durezza, poi passa a riorganizzare la struttura politica; fino a quel momento Atene era di fatto governata da un esecutivo di 9 arconti e da un consiglio di 400 membri, detto Boulé (βουλή), costituito dai “migliori”, gli eupatridi; l’assemblea, detta ecclesia non poteva che sancire i decreti del consiglio. Solone riforma questa struttura in forma censitaria, distribuisce in quattro tribù (demos) la cittadinanza classificata in base al censo, vale a dire il ricavato dai beni posseduti: le classi di censo sono:
- Pentacosiomedimni: coloro che ogni anno ricavavano più di 500 medimni di grano dai loro campi.
- Cavalieri: coloro che potevano mantenere un cavallo o ricavavano tra 500 e 300 medimni di grano.
- Zeugiti: ricavavano tra 300 e 200 medimni di grano.
- Teti: la maggioranza, i lavoranti dei campi, coloro che guadagnando meno di 200 medimni di grano.
(Il medimno attico era una unità di misura pari a 54 l)
I rappresentanti delle prime due classi potevano accedere a tutte le magistrature, potevano divenire arconti, ma al termine del loro mandato erano tenuti a presentare un rendiconto finanziario che doveva essere approvato dall’ecclesia; solo dopo questa approvazione erano titolati ad accedere all’Areopago; i rappresentanti delle classi inferiori non potevano esercitare alcuna magistratura esecutiva, ma partecipavano all’assemblea ed ai tribunali.
L’innovazione più radicale di Solone riguarda il “consiglio”, che diviene il perno della sua riforma; esso viene formato da cento uomini per ogni demos, scelti per estrazione a sorte, anche tra i rappresentanti delle classi inferiori, purché partecipanti alla fanteria oplitica, cioè in grado di pagarsi l’armatura; a questo organismo erano delegate la discussione e la successiva presentazione dei decreti e degli affari da sottoporre all’assemblea, che diviene concretamente l’organo deliberante della città. L’accesso generalizzato ai tribunali svuota di contenuti l’Areopago, che Solone non ha il coraggio di abolire, la tradizione lo faceva risalire alla dea Atena, ma cui rimangono affidati solo i crimini capitali.
Solone riteneva di aver reso giustizia a tutte le classi, soprattutto aveva dato voce e presenza in politica ai meno abbienti; naturalmente scontentò tutti, i ricchi che avevano perso prestigio ed i poveri che speravano in una riforma agraria, che ad Atene non si farà mai: così, alla fine, Solone decise di lasciare la città, dopo aver fatto giurare gli Ateniesi di mantenere intatte le sue leggi per i prossimi dieci anni.
Scomparso dalla scena un personaggio carismatico come Solone, era inevitabile che una città, non ancora immedesimata negli istituti democratici, dilaniata da contrasti tra fazioni diverse si rivolgesse all’uomo forte. Il capo di una delle fazioni, Pisistrato, dopo essersi auto mutilato, si presentò all’assemblea asserendo di essere vittima di un attentato ordito dai suoi nemici; uno dei suoi seguaci, quindi, propose l’istituzione di una guardia armata che lo proteggesse, proposta che l’assemblea votò. Una volta ottenuta la guardia armata, Pisistrato non tardò ad impossessarsi dell’Acropoli e a proclamarsi tiranno (560 a.C.).
Durante il suo dominio i cittadini furono certamente privati di molte libertà civili e morali, ma nonostante ciò il giudizio su Pisistrato non è del tutto negativo, poiché seppe governare con moderazione, dando prova anche di grande abilità e lungimiranza.
Adottò una riforma territoriale a scopi fiscali e militari, che pose le basi per lo sviluppo della flotta, fu promotore di una politica espansionistica, affermando il dominio di Atene sulle isole dell'Egeo e sull'Ellesponto; sotto il suo ultimo periodo di tirannide iniziò la prima coniazione di monete in argento ad Atene.
A lui sono attribuite diverse riforme e miglioramenti: incentivò infatti la piccola proprietà terriera a discapito dei latifondi, incrementò il commercio, favorendo così la crescita della classe mercantile, e favorì i ceti meno abbienti con l'esecuzione di un vasto piano di opere pubbliche, come la costruzione del tempio di Atena nell'acropoli; il suo governo segnò una tappa notevole nella storia edilizia della città e nello sviluppo dell'arte greca. Infine è da ricordare la trascrizione su papiro dell'Iliade e dell'Odissea, che fino a quel momento si erano tramandati per tradizione orale; perciò, probabilmente, è grazie al tiranno ateniese che i due poemi sono giunti fino a noi.
Pisistrato morì nel 528/527 a.C. trasmettendo il potere al figlio Ippia accompagnato dal fratello Ipparco. Si inaugurava una dinastia tirannica che avrebbe segnato una nuova fase politica cui sarebbe toccato il ruolo di incubatrice per i fermenti che portarono poi alla svolta democratica.
I figli non si dimostrano all’altezza del padre; Ipparco viene presto ucciso per motivi personali da due nobili, Armodio ed Aristogitone: Ippia è costretto ad abbandonare Atene nel 510 a.C. da una rivolta popolare capeggiata da Clistene ed un altro esponente della nobiltà, Isagora; si rifugia in Persia e si mette al servizio dei Persiani, che guiderà, anni dopo, nella battaglia di Maratona.
Ad Atene l’intesa tra Clistene ed Isagora non dura a lungo; Clistene è costretto a fuggire, ma rientra dopo poco richiamato dai suoi stessi concittadini, stanchi degli errori e dei soprusi di Isagora. Così, una volta assunto saldamente il potere (510 a.C.), Clistene definisce quelli che saranno i lineamenti definitivi della democrazia ateniese, partendo dalla costituzione di Solone, che ripristina integralmente, ma a cui apporta modifiche sostanziali, al fine di consolidare le ancor traballanti istituzioni ateniesi. Clistene definisce le sue riforme “isonomia”, cioè uguaglianza davanti alla legge, uguaglianza che andava però resa possibile tramite opportune strutture politiche.

Clistene
In primo luogo, conscio del fatto che la rivalità tra le quattro tribù, basate sul censo familiare, era stata una delle cause maggiori del fallimento della costituzione di Solone e della instaurazione della tirannide, Clistene le abolì per sostituirle con dieci tribù, ognuna delle quali, a sua volta, era costituita da diversi demi, ovvero villaggi o quartieri urbani. L'iscrizione al demo era ereditaria, a prescindere dal luogo di residenza. I demi erano raggruppati in gruppi di tre ("trittie"), ognuno dei quali comprendeva un demo della regione costiera, un demo della regione pianeggiante e un demo della regione collinare interna. In questa maniera si realizzava lo scopo che verrà precisato da Aristotele, mescolare la popolazione, spezzando i vecchi privilegi legati alla ricchezza e alla nobiltà di nascita, dato che in ogni tribù erano inseriti insieme gli abitanti delle montagne, generalmente i più poveri tra i cittadini, gli abitanti della costa, che si identificavano con le classi medie della borghesia commerciale, e gli abitanti della fascia mediana, mesogea, tra cui spiccavano i grandi ricchi legati alle risorse terriere. Ricchi, poveri e classi medie erano così riuniti insieme a formare un unico collegio elettorale, capace di esprimere l'interesse generale e non fini particolaristici di pochi individui. Inoltre, per aumentare il senso di coesione territoriale e scardinare quello familiare, Clistene abolì i patronimici e li sostituì con il nome del demo di residenza o nascita. Ciascuna delle dieci tribù forniva un reggimento, detto "taxis" di opliti e uno squadrone, detto "ipparchia" di cavalleria.
Dopo aver attuato la riforma delle tribù, Clistene sostituì il consiglio dei 400 di Solone con la Boulé, un consiglio di 500 membri, 50 per tribù, scelti non mediante elezione bensì per sorteggio, tra una lista di nominativi proposta da ogni tribù, in modo da garantire la massima partecipazione e la massima trasparenza possibili; inoltre, sancì che ogni membro del consiglio, all'assunzione della carica dovesse giurare "di consigliare, nell'osservanza delle leggi, ciò che è meglio per il popolo". Dispose poi che l'iniziativa legislativa spettasse alla Boulé e che poi l'assemblea di tutti i cittadini aventi diritto di voto si dovesse convocare quaranta volte l'anno per discutere, approvare o respingere le proposte della Boulé.
Sulla stessa base, riformò il sistema giudiziario, istituendo un sistema di giurie, composte da 201 fino a 5001 giurati, sorteggiati da un campione posto da ogni singola tribù.
Infine, Clistene, onde prevenire per sempre il fenomeno della tirannide, introdusse l'ostracismo (da oστρακον, coccio su cui veniva scritto il nome del politico da esiliare, usato per la prima volta nel 487 a.C.); mediante un voto qualificato di almeno 6.000 cittadini si poteva esiliare per dieci anni un cittadino che fosse ritenuto una minaccia per la democrazia (senza che però le sue proprietà fossero confiscate); tale sistema, tuttavia, ben presto generò abusi visto che praticamente ogni uomo politico poteva essere soggetto a tale misura, dal momento che non era necessario provare l'effettiva e concreta pericolosità per la democrazia del soggetto che avrebbe dovuto subire l'esilio.
La tecnica del sorteggio, istituita da Clistene doveva garantire la completa imparzialità dell'organismo politico, visto che la scelta di magistrati e buleiti era affidata al caso. Per evitare che persone chiaramente incompetenti occupassero posti di responsabilità, per cui era richiesta una specifica esperienza, il collegio degli strateghi, cioè dei comandanti militari, era sottratto al sorteggio e i dieci membri venivano eletti direttamente dall'assemblea generale della popolazione, in maniera tale che entrasse ogni anno in carica uno stratega per tribù. Nel caso del collegio degli arconti il sistema prevedeva un doppio passaggio: le dieci tribù proponevano una lista di candidati estratti a sorte e tra questi l'assemblea designava gli arconti, sempre uno per tribù.
Clistene perfeziona e completa l’opera iniziata da Solone; sostanzialmente entrambi svilupparono procedure per incanalare e rendere sopportabile il conflitto tra i proprietari terrieri e le numerose famiglie meno abbienti che erano continuamente a rischio di perdere i propri beni. Le loro leggi non sono quindi il tentativo di risolvere un problema teoretico, o di realizzare un modello di filosofia politica, ma espedienti il cui scopo immediato era assicurare la coesione sociale e, con essa, la sopravvivenza della comunità.
La costituzione ateniese non nasce quindi da obiettivi altisonanti, dall’aspirazione di innalzare ideali di libertà o uguaglianza, ma da esigenze pratiche, la cui soluzione condusse, quasi per caso, alla nascita della prima forma di governo guidata dal popolo, quindi la prima democrazia.
La Costituzione Ateniese
Vediamo allora in dettaglio come era strutturata la democrazia ateniese.
Alla base di tutto c’era l’assemblea generale di tutti i cittadini, detta in greco ἐκκλησία, si riuniva in genere quattro volte al mese; ogni cittadino ateniese, che avesse compiuto la maggiore età (18 anni), vi partecipava di diritto; Pericle, anni dopo, modificherà in parte l’impostazione di Clistene; stabilì che potesse dirsi cittadino ateniese, solo chi era nato da padre e madre ateniesi; stabilì anche che i partecipanti all’assemblea ricevessero un gettone di presenza pari a due oboli, per compensare la giornata di lavoro persa.
All'assemblea competevano svariati compiti:
- le relazioni estere: era l'organo che poteva legiferare sulla pace, la guerra, le alleanze; inoltre nominava gli ambasciatori.
- Il potere legislativo: non aboliva o approvava nuove leggi, ma legiferava attraverso decreti.
- Il potere giudiziario, con la nomina di tutti i magistrati.
Occorre chiarire che l’ecclesia poteva esprimersi solo sulle materie o sulle proposte di legge a lei sottoposte dalla bulè e poteva solo approvarle o respingerle; si ridimensiona quindi il luogo comune, che la democrazia ateniese fosse in toto una democrazia diretta, che non avrebbe mai funzionato.
Sopra l’ecclesia, quindi, si colloca la bulè (βουλή) che, come già detto, assume con Clistene i suoi lineamenti definitivi; consesso di 500 membri veniva scelto per estrazione a sorte tra le tribù, 50 buleiti per ogni tribù. All'interno della bulè, a ogni tribù veniva assegnata, per un periodo di circa un mese la pritania, ossia la guida del consiglio, i cui membri, detti pritani, sedevano in permanenza, e avevano il compito di redigere l'ordine del giorno, di dirigere i lavori della bulè, di predisporre i decreti, di relazionarsi con gli altri organi dello Stato. Tra i pritani veniva giornalmente sorteggiato il presidente, l'epistate, che custodiva i sigilli di Stato e le chiavi del tesoro.
Alla bulè spettava l'iniziativa legislativa, l'assemblea generale della popolazione non poteva discutere nessun argomento su cui la bulè non avesse predisposto un decreto; curava le relazioni estere; vigilava sulla sicurezza della città e controllava l'esercito. Spettava alla bulè il controllo preventivo, la vigilanza e il controllo successivo o rendiconto sull'operato dei magistrati. La bulè gestiva inoltre le finanze pubbliche e curava il bilancio. Quale organo giudicante, essa trattava le cause di eisangelia, relative ad accuse per reati contro la sicurezza dello Stato. La bulè quindi era il vero e proprio esecutivo della democrazia ateniese, con funzioni molto simili a quelle che avrà il Senato Romano. Al di fuori o al di sopra degli organismi assembleari, funzionavano ad Atene alcune importanti magistrature, la principale delle quali era l’arcontato.
Arconte era un termine con cui si designava nella Grecia antica e, in particolare, ad Atene, il supremo magistrato dello stato. Con la fine della monarchia, l'arcontato caratterizzò politicamente i regimi di tipo aristocratico. A partire dal 682 a.C. la magistratura, prima vitalizia e poi decennale, divenne annuale; è questa inoltre la data iniziale della lista degli arconti annuali, che allora erano nove: l'arconte re, che conservava le antiche prerogative religiose e riceveva le denunce per reati di empietà e di omicidio; l'arconte polemarco, le cui funzioni di supremo capo militare furono mantenute sino al V secolo a.C., quando vennero trasferite agli strateghi; l'arconte eponimo (così chiamato perché dava il nome all'anno), supremo magistrato di Atene fino al 487 a.C., che si occupava dell'amministrazione civile e della giurisdizione pubblica e privata (diritto familiare ed ereditario).Gli altri sei arconti erano detti tesmoteti, si occupavano principalmente di tenere viva la memoria delle sentenze giudiziarie e di contribuire alle fasi iniziali degli atti dei tribunali.. Con la riforma di Solone potevano accedere all’arcontato solo gli appartenenti alle classi più ricche, Pericle aprì questa magistratura anche agli zeugiti, i nullatenenti.
Scaduto il loro mandato, gli ex arconti andavano a formare l'areopago, che era il massimo tribunale di Atene: controllava l'operato degli arconti in carica, originalmente esprimeva il dominio aristocratico sulla popolazione; con le riforme democratiche prime di Solone e poi di Clistene l’Areopago perse gradatamente di importanza, infine Pericle limitò la sua competenza ai soli casi di sacrilegio ed omicidio volontario; di pari passo venivano a ridursi i poteri degli arconti, l’esecutivo, di fatto, era il consiglio, la boulè. La carica di arconte, ancorché priva di contenuti, era comunque una posizione di prestigio molto ambita, furono arconti, tra gli altri, Dracone, Clistene, Temistocle, Pericle, l’arcontato permetteva di esprimere al meglio il carisma del personaggio e quindi orientare le decisioni delle assemblee.
La seconda magistratura di fondamentale importanza ad Atene erano gli strateghi; il termine stratego (o stratega) deriva dal greco antico: στρατηγός, una parola composta da στρατός, "esercito" e ἄγω, "condurre", quindi letteralmente "guida dell'esercito”, ma Temistocle ottenne che avessero competenza anche sulla flotta. Gli strateghi erano introdotti dalle riforme di Clistene, in numero di dieci, scelti uno per ogni tribù, con durata annuale, in genere tra gli ufficiali più esperti o stimati dalla truppa. I dieci strateghi erano teoricamente sullo stesso piano gerarchico, ma accadeva solitamente che, scelto un piano di battaglia, l’esecuzione fosse affidata ad uno solo dei dieci.
In linea teorica la carica di stratega non era preclusa ad alcun cittadino ateniese, ma nella realtà, dovendo gli strateghi assolvere anche a funzioni diplomatiche in tempo di guerra o anche di pace, essa finiva per essere riservata agli appartenenti all'alta società. La carica di generale era estremamente remunerativa: infatti, anche se essi venivano pagati solo in periodo di guerra, era consuetudine che essi ricevessero una parte del bottino di guerra e che in tempo di pace le ambascerie delle altre città facessero loro sontuosi regali.
Durante il V secolo a.C. la carica di strategos ebbe una forte connessione con il comando supremo dello Stato. Molti strateghi influenzarono in misura determinante le scelte politiche della città, facendo pesare in modo considerevole il loro potere, pur senza avere le basi giuridiche per farlo; formalmente durante le assemblee essi esprimevano la loro opinione di privati cittadini, ma il loro prestigio era tale da poter orientare le decisioni dell’assemblea. L'esempio più lampante e famoso è quello di Pericle che dal 443 al 430 a.C. tenne strettamente in pugno le redini del governo di Atene, ricoprendo più volte la carica di stratego. Secondo Tucidide la sua influenza fu così grande che in realtà ad Atene si era instaurato un regime monarchico. È da notare che Pericle stesso poteva, però, essere esautorato dal suo incarico semplicemente con il voto dell'assemblea cittadina: nel 430 a.C. fu temporaneamente sospeso dalla carica e processato.

